L’anno dello stare (quasi sempre) in casa.
giovedì 31 dicembre 2020
mercoledì 30 dicembre 2020
Lessico famigliare (4)
Mi arriva alle spalle nel primo pomeriggio con due tazzine, me ne appoggia una sulla scrivania di fianco al computer e dice: «Comunque possono anche vendere tutte quelle cose tipo deodoranti per gli ambienti, ma per me una casa ha senso solo quando sa di caffè appena venuto su.»
E se ne va.
martedì 29 dicembre 2020
Scosso
Ero appoggiato col gomito sul tavolo e mi tenevo la testa con la mano, mentre con l’altra aggiustavo col mouse il portale di un cliente. Il braccio appoggiato al tavolo e la testa appoggiata alla mano hanno cominciato a dondolare lievemente, molli, come fosse un mancamento, e il mio io ipocondriaco è subito scattato in un vortice d’ansia.
Avrò mica un attacco di… boh, qualcosa, pensavo, così, a casa da solo col Miny, cosa succede se adesso svengo?
Allora mi ero alzato, nel panico, ed ero andato davanti allo specchio del bagno, mi guardavo le mani, tese di fronte a me, erano ferme. Cercavo di capire se avessi un colorito strano, avvicinando la faccia all’altra mia faccia di là dallo specchio. Niente. Tutto a posto, all’apparenza.
E invece dopo ho scoperto che c’era stato un terremoto in Croazia.
domenica 27 dicembre 2020
PslR - il Post sotto la Radio (il podcast e la scaletta)
E questo è il podcast del PslR, il Post sotto la Radio, andato in onda alle 18 di venerdì 25 dicembre e, in replica, alle 11 di sabato 26 dicembre su Radio Sverso. Un’ora e quaranta di letture e rock’n’roll natalizio e buonissimi sentimenti:
(su Spotify, su iTunes o in mp3)
E quella che segue è la scaletta, con le introduzioni, le letture (per leggerle cliccate sui link ai PslA del passato) e le canzoni trasmesse:
venerdì 25 dicembre 2020
Quest'anno, no
Una cosa che postavo tutti gli anni sui socialcosi, più o meno a quest’ora o comunque nel primo pomeriggio, dipendeva dalle tempistiche e dalla logistica del momento, era una cosa che diceva così:
Quest’anno, no.
giovedì 24 dicembre 2020
mercoledì 23 dicembre 2020
Dei ricordi (25)
Il 23 dicembre del 2016, avevo traslocato da due settimane, era quasi ora di cena e avevo scritto una cosa intitolata “è andata così” che diceva:
Nella casa nuova mi sono fatto lo studiolo, quella stanza che mio suocero definisce «la cella di Gramsci». Ci sono tre librerie, un tavolo, una sedia, due armadi, le chitarre, ma non c’è neanche un cassetto.
Vorrà dire che il romanzo lo appoggerò sul tavolo.
Non c’era poi nessun romanzo nel cassetto, da mettere sul tavolo.
E per aggiornare quelli che ogni tanto me lo chiedono: non ci sono ancora, né il romanzo né il cassetto.
Per fortuna, mi viene da dire.
martedì 22 dicembre 2020
25 e 26 dicembre: PslR, il Post sotto la Radio (su Radio Sverso)
Nel dicembre del 2003 veniva “pubblicato” su internet il primo PslA, il Post sotto l’Albero, un libro elettronico che raccoglieva pensieri e racconti di gente che nei primi anni zero scriveva sui blog. Il suo curatore, Sir Squonk, per otto anni dal 2003, poco dopo la nascita della blogosfera, fino al 2010, l’anno in cui possiamo dire sia iniziata la fine dell’era dei blog, ogni fine di dicembre ha raccolto pensieri e racconti e pubblicato il PslA condividendolo su www.blogsquonk.it e poi attraverso il social network più famoso tra i blogger italiani e russi dell’epoca: FriendFeed.
Dieci anni dopo l’ultimo PslA, Radio Sverso è orgogliosa di presentare il PslR, il Post sotto la Radio: una raccolta di pensieri e racconti presi dai PslA del passato e letti dagli stessi autori, intervallati da del gran bel rock’n’roll natalizio.
Il PslR verrà trasmesso venerdì 25 dicembre alle 18, e sabato 26 dicembre in replica alle 11, su Radio Sverso (www.radiosverso.it). Durerà circa un’ora e quaranta minuti e sarà anche un po’ il teaser di una cosa che – probabilmente – succederà su Radio Sverso l’anno prossimo, sempre a cura del Sir e del suo ormai non più giovane padawan, il sottoscritto.
Ci sentiamo a Natale e Santo Stefano su Radio Sverso (www.radiosverso.it), quindi.
Ascoltate responsabilmente.
lunedì 21 dicembre 2020
Dei ricordi (24)
Il 21 dicembre del 2016, ma poi anche il 21 dicembre del 2017, il 21 dicembre del 2018 e il 21 dicembre del 2019, avevo scritto una cosa intitolata “ciao” che diceva così:
Volevo solo dire che «senza canditi» non è un valore aggiunto.
E adesso l’ho scritto anche il 21 dicembre del 2020.
A posto così.
martedì 15 dicembre 2020
Lessico famigliare (3)
C’è il Miny, che è nato nel 2015, che quando ha bisogno di te e ti viene a chiamare, e tu magari stai facendo un’altra cosa, tipo stai lavorando, o sei in cucina o stai passando la scopa o leggendo un libro o un fumetto, lui arriva, ti guarda dal basso con gli occhioni spalancati e ti dice: «Metti un attimo in pausa».
domenica 13 dicembre 2020
Softer Than Velvet (il podcast e la trascrizione)
E questo è il podcast di Softer Than Velvet, andato in onda venerdì sera, dalle 21 alle 23 circa, su Radio Sverso. Quasi due ore di Velvet Underground, con musiche dei Velvet Underground, e parole dei Velvet Underground e di gente che gli girava attorno in quegli anni là, lette da me:
(su Spotify, su iTunes o in mp3)
E questa è la trascrizione delle letture, prese da un libro che si chiama Please Kill Me, del 1997, di Roderick Edward “Legs” McNeil e Gillian McCain, e con l’indicazione delle canzoni che sono state trasmesse:
venerdì 11 dicembre 2020
Cale e Young
E in un libro che si chiama Please Kill Me, del 1997, John Davies Cale dice che quando suonava con LaMonte Young nei Dream Syndicate il concetto del gruppo era quello di tenere sempre le stesse note per due ore alla volta.
E La Monte Thornton Young, dopo, dice che organizzò una serie di performance musicali e sulla prima serie di volantini fece stampare un avvertimento: LO SCOPO DI QUESTA MUSICA NON È L’INTRATTENIMENTO.
mercoledì 9 dicembre 2020
11 dicembre: Softer Than Velvet (su Radiosverso)
L’11 dicembre del 1965 nel Summit High School Auditorium, a Summit, New Jersey, una band di quattro elementi salì sul palco per la prima volta. Avevano un nome strano e conturbante: VELVET UNDERGROUND.
Una cinquantina d’anni dopo, intorno all’11 dicembre, un trio emiliano portò in giro un spettacolino denominato Softer Than Velvet, dove Giancarlo Frigieri, cantautore, suonava canzoni dei Velvet Underground, mentre Franco Ori, pittore, dipingeva dal vivo dei quadri sul mondo dei Velvet Underground, e Marco Manicardi (cioè io), lettore, leggeva parole di Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison, LaMonte Young, Rosebud, Paul Morrissey, Ronnie Cutrone, Danny Fields e Billy Name prese da un libro che si chiama Please Kill Me.
Venerdì 11 dicembre 2020, 55 anni dopo il primo concerto dei Velvet Underground, visto che quello spettacolino non si può fare, su Radiosverso (www.losverso.it/radio), Andrea Bentivoglio, il peraltro direttore artistico della radio, mi ha messo a disposizione un paio d’ore per trasmettere una specie di palliativo di Softer than Velvet, dove interromperò con delle letture un flusso continuo di canzoni dei Velvet Underground prese da varie pubblicazioni più o meno ufficiali.
Più o meno alle 21.
Secondo me viene un bel lavoro.
Musica:
lunedì 7 dicembre 2020
Dei ricordi (23)
Il 7 dicembre del 2019 avevo scritto una cosa che diceva così:
habemus PEARL JAM.
Avevo appena comprato i biglietti.
Dopo qualche settimana erano arrivati con il corriere.
Li avevo messi in una busta sullo scaffale alto della cucina.
Sono ancora lì.
giovedì 3 dicembre 2020
Campani
E in un libro che si chiama Il giro del miele, del 2017, di Sandro Campani, a un certo punto c’è la Giuliana che dice a Giampiero: «Vedi Giampiero? Secondo me, finire disgraziati, ci sono casi differenti: essere cattivi e finire disgraziati, qualche ipocrita ci gode e ti sta attorno per divertirsi alle tue spalle. La gente è curiosa. Ma essere buoni e disgraziati, chi ti conosceva ti compatisce, si sente accusato vagamente, non ha piacere neanche a venirti a salutare.»
martedì 1 dicembre 2020
venerdì 27 novembre 2020
Dei ricordi (22)
Il 27 novembre del 2015, più o meno verso l’ora di cena, non so neanche dire perché, avevo scritto una cosa che diceva così:
Questa lunghissima assemblea condominiale dell’anima.
A rileggerla, mi sembra che abbia una sua universalità.
Forse. Mah.
mercoledì 25 novembre 2020
Così va la vita (dipende dall'intonazione)
Io, che di calcio non so niente, posso solo dire che da bambini, negli anni 80, e poi da ragazzi, negli anni 90, quando ci si trovava per giocare a calcio o a calcetto per la strada o ai campetti, se qualcuno faceva una cosa azzardata e incredibile, magari per caso, e gli riusciva, c’erano sempre una voce o due che gli gridavano «Eeeh! Maradona!»
E quando invece qualcuno faceva una cosa azzardata e incredibile, magari per sbaglio, ma non gli riusciva, e sbagliava in modo plateale o cadeva rovinosamente o in modo goffo e impietoso, c’erano sempre una voce o due che gli gridavano «Eeeh! Maradona!»
Delle volte significava «Hai fatto una cosa impossibile, di quelle che ci riesce solo Maradona», altre volte voleva dire «Ma dai, chi ti credevi di essere, Maradona?»
Dipendeva dall’intonazione.
Così va la vita.
lunedì 23 novembre 2020
I colori dell'autunno
Il problema di avere un cane in novembre è che se, per esempio, sei con lui al parco nella vostra passeggiata quotidiana, diciamo al mattino, e metti che tu sei lì che stai spippolando col cellulare per leggere le notizie o scrollare qualche bacheca, camminando pian pianino per far fare al tuo amico a quattro zampe le sue belle pisciatine, a un certo punto senti il guinzaglio che tira, con la coda dell’occhio vedi che lui si è fermato nella classica posizione che assumono i cani per cagare, una posizione sempre accompagnata da un’espressione così particolare e remissiva che penso venga da lì il dire “vergognarsi come un cane”, ma comunque, hai appena capito quello che sta facendo, allora metti via il cellulare nella tasca di dietro dei pantaloni, strappi un sacchino dal rotolo dei sacchini che ti porti sempre diligentemente dietro, ci infili la mano come in un guanto e cominci a controllare dove l’ha fatta, solo che al parco sono dei giorni che non raccolgono le foglie, e tu cerchi e cerchi ancora, ma, niente, non la trovi.
E cerchi e cerchi di nuovo e ancora niente, smuovi un po’ le foglie con la mano infilata nel sacchino per non dover inavvertitamente trovare quello che stai cercando con la mano nuda, ma, oh, vigliacco, non c’è.
Così ti guardi intorno, un po’ circospetto. Cosa devi fare?
Non c’è.
L’hai cercata, sembra dire il tuo sguardo al parco, anche se non c’è nessuno intorno.
Ci guardi ancora. È mattina, c’è il sole, ci vedi bene. Non la trovi lo stesso.
Ti guardi ancora intorno, ti senti in colpa, ci mancherebbe. Non puoi però far altro, ammetti con la faccia dispiaciuta al mondo che ti circonda, che riappallottorale il sacchino e mettertelo in tasca.
E dici «dài, su,» al cane, che è già un po’ che ti guarda impaziente o dubbioso.
Tutti e due trotterellate verso casa.
E quando entri, se passi davanti a uno specchio, vedi una faccia che è la stessa che aveva lui mentre cagava.
Questo per dire che se tra le foglie rosse, arancio, gialle, marroni, bellissime, croccanti, poetiche di questi giorni vedete un escremento o magari lo pestate, che son due bei maroni, mi rendo conto, dovete pensare che ogni tanto, mica sempre, ma delle volte magari non è colpa del proprietario incivile, che lui ce l’ha messa tutta per tirarla su, ma non ci è riuscito, e non ci è riuscito perché l’autunno, così bello e pieno di poesia, ha i colori delle merde dei cani.
mercoledì 18 novembre 2020
Due cose d'attualità
Ieri sera, negli ultimi minuti prima del coprifuoco, ero in giro con Rasko, il mio cane, nel parco sotto casa e ho incrociato uno che correva, un runner. Ci siamo guardati e avevamo un’espressione negli occhi che diceva più o meno «Eh, ci vuole della pazienza.»
Oggi Grushenka, invece, ha scritto su facebook una cosa che dice così:
Io però ammetto che se ci fossero delle tipo superga bianche con la gigantesca scritta Coop rossa le comprerei subito.
Le comprerei subito anch’io.
sabato 14 novembre 2020
Così va la vita (semplicemente)
E quindi, dopo più di un mese di digiuni e terapie e dimagrimenti, col fegato (fegato fegato) spappolato, ieri sera tardi entrando in camera con la torcia accesa nel cellulare per non inciampare, ho sentito un rumore e un rantolo e l’ho vista lì, per terra, che non respirava più. Poi con un sussulto aveva ricominciato a respirare. E dopo, un altro rantolo, e nella notte l’ultimo sbuffo di fiato. Stamattina era ancora lì, distesa sul panno che le avevamo messo vicino al termosifone. Fredda e con gli occhi spalancati.
E non lo so come funziona, la nostra testa, che delle volte non scende nemmeno una lacrima per la morte di un amico o di un parente, ma scoppiamo a piangere come delle viti tagliate, e ci abbracciamo a occhi chiusi e ci sentiamo più soli, quando muore una gatta.
Proprio in questi giorni stavo leggendo un libro che si chiama Perché comincio dalla fine, di Ginevra Lamberti, dove viene riportato un passo di una poesia di Laura Liberale che dice «morire come il gatto di casa, girandosi dall’altra parte, semplicemente.»
Ecco.
Così va la vita.
giovedì 12 novembre 2020
Amato (e Russell)
E in esergo a un libro che si chiama Stupidistan, del 2020, Stefano Amato mette la citazione di un libro che si chiama Il trionfo della stupidità, dove Bertrand Arthur William Russell dice che il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sicuri di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.
domenica 8 novembre 2020
C.C.C.P.
Chiedevo sempre a mio padre cosa volesse dire C.C.C.P., quando lo leggevo sulle canottiere degli atleti ai mondiali o alle olimpiadi.
Mio padre rispondeva tutte le volte: «Col Cazzo Che Perdiamo!»
Avevo dieci anni quando cadde il muro. Quasi undici.
(una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo, il 9 di novembre)
sabato 7 novembre 2020
Majakóvskij (2)
E in un articolo che si intitola La mia scoperta dell’America, del 1925, dentro a un libro che si chiama America, del 1997, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij dice che se un americano fa solo punte di aghi, sa farlo meglio di ogni altro al mondo, ma potrebbe non aver mai sentito parlare di crune.
venerdì 6 novembre 2020
Lessico famigliare
Grushenka: «Di chi è questo pezzo?» (lo canticchia)
Io: «Cerco su Google» (cerco su Google) «dice Simon & Garfunkel.»
G: «Ma valà.»
Io: «Dice così.»
G: «Stiamo invecchiando.»
Io: «Guarda che Simon & Garfunkel sono dei grandissimi.»
G: «Stiamo invecchiando.»
Io: «Non è che ascoltiamo la musica dei vecchi, è che la vecchiaia ci sta togliendo i pregiudizi della gioventù, e Simon & Garfunkel…»
G: «Senti, lo so chi sono Simon & Garfunkel, non venire a dirmi chi sono Simon & Garfunkel, il Greatest Hits del ’72 lo so a memoria, POTRÒ AVERE DEI PREGIUDIZI SUI BEATLES MA NON SU SIMON & GARFUNKEL!»
E io, insomma, non lo so. Rimango zitto.
martedì 3 novembre 2020
Una cosa sulla Pennsylvania
Visto che ne parlano un po’ tutti, oggi, e che stanotte sarà uno stato importantissimo, da quel che sembra, ecco, volevo dire che io e Grushenka, il 7 di novembre del 2013, eravamo sulla 34esima strada, a New York City, verso il fiume Hudson, in piedi al freddo con degli zainoni appoggiati per terra che aspettavamo un autobus; poi l’autobus era arrivato, avevamo caricato gli zaini, e una volta saliti tutti i passeggeri e presi i posti assegnati l’autobus era partito; eravamo passati per il Lincoln Tunnel, poi attraverso il New Jersey su un’autostrada gigantesca, eravamo arrivati al fiume Delaware, che è gigantesco, almeno per noi due, che di fiumi grandi avevamo in mente soltanto il Po, l’avevamo scavalcato con un ponte, gigantesco anche lui, ed eravamo arrivati a Philadelphia in Pennsylvania.
E ci eravamo andati solo perché io dovevo fare, il giorno dopo, l’8 novembre del 2013, questa foto qui:
martedì 27 ottobre 2020
Lamberti (2)
E in un libro che si chiama Perché comincio dalla fine, del 2019, Ginevra Lamberti dice che i nostri oggetti non scompaiono quando noi scompariamo, che ci mettono di più, ma vero è che anche noi non scompariamo subito. E che l’involucro che siamo stati dev’essere smistato, messo in un sacco nero, sotto un lenzuolo bianco. E che ci sono determinate questioni che, perseguitandoci in vita, lo fanno anche in morte. Come le distanze, le tempistiche, i soldi, la densità di popolazione. E che in ogni caso e qualsiasi cosa accada, appare evidente che qualcuno deve pur occuparsene.
lunedì 26 ottobre 2020
venerdì 23 ottobre 2020
Rodari
E in un libro che si chiama La freccia azzurra, del 1964, Giovanni Rodari, detto Gianni, dice che per Franco fu una notte indimenticabile quando i pastelli, uno dopo l’altro, gli mostrarono quello che sapevano fare. E che, per esempio, gli disegnarono e dipinsero tante bandiere, che la stanza sembrava un giorno di festa nazionale. E che fecero la bandiera tricolore e la bandiera rossa, e si accapigliarono perché ciascuno voleva che la propria bandiera fosse la più bella, poi fecero la pace e disegnarono tutti insieme una bandiera di sette colori. E poi dissero: «Ecco qui, ci siamo tutti e sette e non si fa torto a nessuno. Ora andremo veramente d’accordo.»
giovedì 22 ottobre 2020
Un giorno ideale per i ragni tarantola
«Oggi ci siamo messi in cerchio a parlare dei ragni tarantola, che fanno le ragnatele e che mangiano le mosche, e io ho alzato la mano, mi sono alzato in piedi e ho spiegato che prima di mangiarle le mosche le devono catturare, e che le catturano avvolgendole e imbozzolandole con la ragnatela.»
Non so voi, ma di sicuro io oggi non ho fatto niente di altrettanto interessante.
Neanche ieri e l’altro ieri, per dire.
Se posso fare una previsione, secondo me, neanche domani.
lunedì 19 ottobre 2020
Thoreau (2)
E sempre in un libro che si chiama Walden ovvero Vita nei boschi, del 1854, Henry David Thoreau, nato David Henry Thoreau, dice che noi conosciamo pochissimi uomini, ma una quantità innumerevole di giacche e calzoni. E che se addobbiamo uno spaventapasseri con il nostro ultimo completo e ci mettiamo nudi accanto a lui, chi non saluterebbe lo spaventapasseri per primo?
venerdì 16 ottobre 2020
Dei ricordi (21)
Il 16 ottobre del 2009, ne è passato di tempo, ero a lavorare, molto probabilmente in pausa davanti ai distributori automatici, e scrivevo una cosa senza titolo che diceva così:
È una pessima giornata quella in cui selezioni una Fiesta al distributore automatico e ti esce un Balconi choco&latte
Ho ancora il nervoso.
lunedì 12 ottobre 2020
venerdì 9 ottobre 2020
Dei ricordi (20)
Il 9 ottobre del 2014, poco dopo cena, scrivevo una cosa intitolata “truestory” e che diceva così:
Ero in pizzeria, nel tavolo di fianco c’era Achille Occhetto che mangiava una margherita. Che si sappia: non mangia la crosta.
E questi sono alcuni dei commenti che mi erano arrivati:
- D’Alema, invece, mangia tutto, anche le croste degli altri.
- Non mangiare la crosta della pizza è di destra.
- Io ce l’avevo di fianco in treno tornando da Roma, quando siam stati a vedere i Kraftwerk.
- Sarà un fan di Report.
- Ho fatto un sogno: Occhetto con una margherita e Natta con una marinara con l’aglio che parlano di Cernenko a una Festa de l’Unità a Modena nel 1985. Occhetto vorrebbe una Coca-Cola. Natta gli dice “troppo riformista” e bevono una Henninger da 66 in due.
E poi mi è venuto in mente che nell’incipit di un libro che si chiama Secondo me, del 2000, Achille Occhetto inizia dicendo che c’era una volta a Torino un bambino nato senza respirare. Quel bambino era lui. Non voleva nascere, qualcosa doveva averlo insospettito.
giovedì 8 ottobre 2020
Funziona anche quest'anno
Una cosa che avevo scritto nel 2015 che diceva così:
A me il nobel per la letteratura piace un sacco perché tutti gli anni scopro uno scrittore nuovo.
Per amor di cronaca, devo dire che aveva funzionato anche nel 2017, nel 2018 e nel 2019; nel 2016, invece, no, non aveva funzionato.
martedì 6 ottobre 2020
10 ottobre: presentazione di NovinBici a Novi di Modena
Era una cosa che dovevamo fare in marzo, poi è andata come è andata. Quindi la recuperiamo sabato 10 ottobre, dalle 17, nella Sala Civica E. Ferraresi (che per noi novesi sarà sempre il piano superiore dell’ex Coop della piazza) di Novi di Modena, il natìo borgo selvaggio. Parlo al plurale, ma la presentazione di un libro che racconta la storia dei ciclisti e della bicicletta a Novi di Modena, Rovereto sulla Secchia e Sant’Antonio in Mercadello, e che si chiama NovinBici (sottotitolo: tra Otto e Novecento. Storia, costume, sport e tempo libero), la fa l’autore, Claudio Malavasi. Io mi limito a leggere delle cosine ogni tanto in mezzo alla presentazione. Delle cose come quella che scriveva nel 1911 un giovane membro di un circolo socialista sulle pagine del giornale Luce:
Pare che un vento apportatore di malattia sia passato sopra la terra , lasciandovi ovunque i germi malarici ed insidiosi. Intendo parlare di quella malattia pericolosa che è lo sport. Si vedono infatti i nostri giovani (eccetto pochi) che lungi dall’interessarsi di tutto ciò che loro si svolge attorno, specialmente in questi giorni di scioperi economici e generali, in questi giorni di rinascenze militaresche e guerresche, si vedono questi giovani, dico, che quasi inconsapevoli del dovere che ha ogni libero cittadino, di dare il proprio e modesto contributo al continuo e fatale ascendere del progresso sociale; dedicano interamente la loro gioventù i loro sforzi muscolari ed intellettuali, al correre forte in bicicletta, ai balli di gara e di resistenza. Bisogna vederli questi giovani, come sono imbevuti di questa pericolosa follia sportiva, sono sempre assieme, sempre intenti a parlare di corridori, di ballerini e di tutto ciò che riguarda lo sport. E dire che in certi momenti osano dirsi più socialisti di noi. A meno che non si possa fare del socialismo correndo e ballando, io credo di no.
domenica 4 ottobre 2020
Thoreau
E in un libro che si chiama Walden ovvero Vita nei boschi, del 1854, Henry David Thoreau, nato David Henry Thoreau, dice che avevano una gran fretta di costruire un telegrafo magnetico che collegasse il Maine al Texas; ma che poteva essere che il Maine e il Texas non avessero nulla di importante da comunicarsi.
E dopo dice che erano così ansiosi di costruire un tunnel sotto l’Atlantico e avvicinare di alcune settimane il vecchio mondo al nuovo; ma che forse la prima notizia che sarebbe trapelata attraverso il tunnel fino al grande e pendulo orecchio americano sarebbe stata che la principessa Adelaide aveva la tosse asinina.
mercoledì 30 settembre 2020
Quando siete felici, fateci caso
Come quella sera che avevamo finito di leggere Lo Hobbit, che per finirlo ci avevamo messo dei mesi, a forza di tre o quattro pagine alla volta, al massimo dieci nelle sere più agitate, coricati nel letto prima di dormire, e quando eravamo arrivati all’ultimo capito, a pagina 406, la terzultima, dove Bilbo e Gandalf sono ritornati a casa e c’è una frase che dice:
E così percorsero il ponte, superarono il mulino sul fiume e si trovarono finalmente davanti alla porta di casa di Bilbo.
il Miny si era tirato su di scatto a sedere sul letto, e mi aveva detto: «Guarda, ho gli occhi bagnati, ma non sono triste.»
E io avevo annuito ed ero andato avanti con le ultime due pagine, e dopo, quando si era addormentato, mi ero alzato dal letto e avevo spento la lampada, ero andato di là in cucina, mi ero versato da bere e avevo un magone e un sorriso che a spiegarli si fa fatica.
domenica 27 settembre 2020
Canne al vento (prego)
Ho appena finito di leggere un libro che si chiama Canne al vento, del 1913, di Grazia Maria Cosima Damiana Deledda, un libro che secondo me è bellissimo e molto importante, quasi gigantesco. Non lo avevo mai letto.
Quest’estate, in agosto, eravamo in Sardegna in provincia di Nuoro, sulle colline del Golfo di Orosei sotto il monte Tuttavista, e dormivamo in un paesello di duemila persone o poco più che si chiama Galtellì, dove noi eravamo quasi gli unici turisti del posto, a parte due tedeschi con cui scambiavamo solo un cenno di saluto con la testa tutte le volte che ci incontravamo al ristorante. Una sera, gugolando un po’, avevamo scoperto l’esistenza di questo libro ambientato proprio a Galtellì, anche se nel romanzo lo chiamano Galte, e il giorno dopo avevamo subito cercato una libreria. A Galtellì di librerie non ce ne sono, però c’era una cartolibreria, e Grushenka era entrata e, oltre a comprare una specie di Transformer componibile di marca russa e di dubbia provenienza su insistenza del Miny, si era guardata un po’ intorno e non vedendo libri o cose simili sugli scaffali aveva chiesto alla signora della cartolibreria: «Ce l’avete mica Canne al vento?»
La signora della cartolibreria le aveva risposto: «Eja, e ti pare che proprio noi non ce l’abbiamo Canne al vento?» E aveva infilato le mani in mezzo a uno scaffale tirando fuori un libro piccino stampato per una casa editrice locale, Il Maestrale.
Grushenka l’aveva comprato e l’aveva letto in spiaggia e prima di andare a dormire, e l’aveva finito mentre eravamo ancora là. Così un giorno abbiamo patteggiato col Miny una giornata senza mare per girare a piedi Galtellì e trovare tutti i posti citati nel libro.
Quando siamo tornati a casa l’ho letto io, e l’ho finito ieri sera.
lunedì 21 settembre 2020
Così va la vita (noiosa e allarmata)
E in un libro che si chiama La ragazza del secolo scorso, del 2005, Rossana Rossanda, parlando di quando era ragazza, dice che:
M’è rimasta la vergogna di non aver ballato una sola estate, non aver avuto quel che si dice una giovinezza vera. Che roba è avere quindici anni nel 1939 e ventuno nel 1945? Per questo sono noiosa. E allarmata. Tutto quel che non è successo è perduto, ma tutto quel che è successo può tornare a succedere.
Così va la vita.
venerdì 18 settembre 2020
Una volta l'anno
Succede una volta l’anno, e per tre giorni filati, tutti gli anni, che tra Carpi, Modena e Sassuolo c’è l’uomo della strada che va in giro a piedi per le vie del centro con la faccia tirata e lo sguardo sagace, e lo senti usare delle parole insolite, come per esempio «ontologia».
giovedì 17 settembre 2020
Monterroso
E in un racconto intitolato Il dinosauro, del 1959, dentro a un libro che si chiama I racconti più brevi del mondo, del 2005, a cura di Gianni Toti, Augusto Monterroso dice che quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì.
mercoledì 16 settembre 2020
19 settembre: DUEPONTI all'Ekidna
E insomma, pare incredibile, ma sabato 19 settembre suoniamo per la seconda volta davanti a della gente con un gruppo che per adesso si chiama DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) e, bisogna dire, anche stavolta ci trema un po’ l’orlo delle mutande.
Condivideremo il palco con Prebellic White Dress, BUZZØØKO e Kint, per una delle serate rinfrescanti denominate AFA all’Ekidna di San Martino Secchia, frazione di Carpi, in provincia di Modena, un posto dove ho visto tanti di quei concerti, negli ultimi vent’anni, che suonarci non mi sembra ancora vero.
Comunque, suoniamo sempre per primi.
E suoniamo così:
lunedì 14 settembre 2020
Salvo complicazioni
E quindi, ho scoperto dalla newsletter del Post, cui sono orgogliosamente abbonato e secondo me dovreste abbonarvi anche voi, chiunque voi siate, che ha vinto il COVID maschile su quella femminile.
D’altra parte era già successo con l’AIDS e nessuno si era mai stracciato le vesti.
Ma comunque, anche se fosse andata diversamente, credo che avrei dormito lo stesso le mie sette o otto ore, stanotte. Salvo complicazioni.
venerdì 11 settembre 2020
Berger (e Chaplin)
E in un articolo intitolato Appunti sull’arte di cadere, pubblicato sul numero 1067 di una rivista che si chiama Internazionale, del 2014, John Berger dice che nel 1923, mentre la troupe di Charlie Chaplin girava La febbre dell’oro, nello studio ci fu una discussione movimentata a proposito della trama. Una mosca continuava a distrarre la loro attenzione, così Chaplin, furioso, chiese uno scacciamosche e tentò di ammazzarla. Non ci riuscì. Un istante dopo la mosca atterrò sul tavolo accanto a lui, a portata di mano. Lui impugnò lo scacciamosche per colpirla, poi si fermò di botto e lo rimise giù. Quando gli altri gli chiesero perché, lui li guardò e disse: “Non è la stessa mosca”.
mercoledì 9 settembre 2020
Pedagogia
La prima parola che aveva detto il Miny qualche anno fa, cioè la prima dopo mamma e dada, quand’era mini per davvero, era stata Guinness. Sembra una cazzata, ma è successo proprio così.
La prima parola che ha letto, invece, è stata qualche settimana fa, quando eravamo in Sardegna su una spiaggia dove c’era pochissima gente, e mentre camminavamo sulla sabbia, che era più una ghiaina fine fine che sabbia, e avevamo il mare a destra e il monte sulla sinistra, a un certo punto avevamo incontrato un cartello giallo con una scritta nera, che non diceva addio Bocca di rosa, ma aveva una scritta più breve e una freccia che puntava verso una scala di pietra e sassi, che saliva per molti gradini perdendosi poi nella sterpaglia su per il monte. Il Miny ha puntato il dito verso il cartello e ha letto da solo per la prima volta: «bii… aaa… erre… Papà, c’è un BAR, ci andiamo?»
Non so se fare la coda di pavone o se devo vergognarmi.
Prendo le cose così come vengono e per adesso siamo a posto così.
martedì 8 settembre 2020
Erofeev (2)
E sempre in un libro che si chiama Mosca-Petuškì (sottotitolo: Poema ferroviario), probabilmente del 1970, Venedikt Vasil’evič Erofeev dice che, oh, se tutto il mondo, se tutti, fossero come è lui adesso, mite e pavido, e se non fossero sicuri di niente, né di sé stessi, né della serietà del proprio posto al sole, come sarebbe bello! Nessun entusiasta, nessuna impresa, nessuna mania, una generale vigliaccheria. E dice che lui accetterebbe di vivere per l’eternità, se gli mostrassero un angolino dove non è sempre il momento di fare delle imprese.
lunedì 7 settembre 2020
Dei ricordi (19)
Il 7 settembre del 2015 scrivevo una cosa che diceva:
(ci sono quei giorni un po’ così) che ti metti lì a laicare gattini su instagram.
E sotto, mi commentavo da solo:
Oggi c’erano anche un bel po’ di cani, delle paperelle e uno scorpione.
Non so come mai. Ma ci sono di quei giorni un po’ così.
sabato 5 settembre 2020
Erofeev
E in un libro che si chiama Mosca-Petuškì, probabilmente del 1970, Venedikt Vasil’evič Erofeev dice che bisogna rispettare le tenebre dell’anima altrui, e che bisogna guardarci dentro anche se dentro non c’è niente, anche se dentro c’è della robaccia, è lo stesso: guarda e rispetta, guarda e non sputare.
giovedì 3 settembre 2020
6 settembre: DUEPONTI a Mani Tese
E quindi, sembra proprio vero, domenica 6 settembre debuttiamo con un gruppo che per adesso si chiama DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) e, come si dice, ci trema un po’ l’orlo delle mutande. Suoniamo in un festivalino intitolato Abbiamo dipinto il Barchessone, in un posto bellissimo chiamato Mani Tese, a Finale Emilia, in provincia di Modena. Come ogni debutto che si rispetti, suoniamo per primi, alle 18 (qui c’è la scaletta).
E suoniamo così:
mercoledì 2 settembre 2020
Ci sono rimasto male (non è vero)
Una cosa che mi ha sempre fatto scoppiare la testa è che quando ti arriva il referto di un esame che è andato bene c’è scritto NEGATIVO.
E invece sul referto del tampone che abbiamo fatto tornati dalla Sardegna c’è scritto “Target non rilevato”.
Comunque, a posto, niente prostatite.
lunedì 31 agosto 2020
Il mare (un aggiornamento)
L’anno scorso avevo scritto una cosa che diceva così:
Se devo dire una cosa su come sia cambiato il mare negli ultimi anni, e per mare intendo quello che noi di solito consideriamo mare quando diciamo «andiamo al mare» e cioè la spiaggia, gli ombrelloni, la gente, i bagni coi balli di gruppo e le animazioni, gli altoparlanti coi tormentoni estivi e gli scivoli sulla sabbia eccetera, quindi, per capirci, la Riviera romagnola, rispetto a quando eravamo bambini e ci andavamo coi genitori, ma anche rispetto a quando eravamo dei ragazzini e ci andavamo cogli amici, ecco, magari mi sbaglio, ma mi sembra che ci siano meno tette.
Adesso, un anno dopo, se devo dire una cosa su come sia cambiato il mare, rispetto all’anno scorso, anche se non sono andato nella Riviera romagnola e quindi spero di non falsare la statistica, ma credo di no, comunque, dicevo, se devo dire come sia cambiato il mare rispetto all’anno scorso, ci sono sempre meno tette, praticamente nessuna, però, ecco, la cosa che è aumentata di più, quasi a dismisura, mi sembra, sono i culi.
domenica 30 agosto 2020
Cose che mi piacciono molto (8)
Tipo quando torni dalle vacanze e trovi un avviso di giacenza nella cassetta delle lettere, pensa te, sembra proprio che aspettino che tu non ci sia, e ti dice che c’è una raccomandata da ritirare e pensi subito a una multa, e con la testa vai indietro nel tempo, ripercorri tutte le strade che hai fatto e i posti che hai visto negli ultimi sei mesi, e mentre cammini verso le Poste ti vengono su tanti di quei ricordi, le chiacchierate, le gite, i dischi che hai ascoltato, e intanto pensi agli autovelox e ai photored e ai tutor che hai incrociato e ti sembra di essere stato sempre abbastanza bravino, ma cosa vuoi?, magari stavi chiacchierando o ridendo per una stupidata o cantando a voce altissima qualcosa che non canteresti mai a voce altissima in pubblico, ma eri nell’intimità del tuo abitacolo e forse il piede aveva pigiato sull’acceleratore senza che te ne accorgessi, sono cose che capitano, e mentre sei lì in fila alle Poste che aspetti rimugini sempre, un flashback, un flashforward, un po’ d’ansia e un po’ di tachicardia, cose così, finché arriva il tuo turno, dai l’avviso e la carta d’identità all’impiegata delle Poste, lei va a scartabellare in archivio e ti porta la tua busta con la raccomandata, tu la prendi attraverso il plexiglas, analizzandola sopra e sotto, ma non puoi star lì troppo tempo, quindi firmi sul pad elettronico la ricevuta, ringrazi, saluti e vai fuori, ti igienizzi le mani e ti abbassi la mascherina per respirare un po’, apri la busta e dentro c’è il rinnovo della carta di credito, e ti sbatti fortissimo la mano sulla fronte. Perché è proprio lì che ti viene in mente che non hai una macchina intestata a te da almeno sei o sette anni.
sabato 29 agosto 2020
Wanda (perdono tutti)
Come dicevo ieri, da metà dell’anno scorso, insieme ad Alessandro Zanotti (The Death Of Anna Karina, Ornaments, Woooz, Ventre e delle altre cose) e Martina Poli (che è un’illustratrice) stavamo provando a buttar giù le idee per un progetto audiovisivo (dal vivo) su Cesare Pavese. Si sarebbe chiamato PERDONO TUTTI (uno può mettere l’accento dove vuole), poi però è andato a rotoli.
Durante i nostri esperimenti avevamo registrato delle cose, una era quella di ieri, un’altra è questa:
venerdì 28 agosto 2020
Feria d'agosto (perdono tutti)
Da metà dell’anno scorso, insieme ad Alessandro Zanotti (The Death Of Anna Karina, Ornaments, Woooz, Ventre e delle altre cose) e Martina Poli (che è un’illustratrice) stavamo provando a buttar giù le idee per un progetto audiovisivo (dal vivo) su Cesare Pavese. Si sarebbe chiamato PERDONO TUTTI (uno può mettere l’accento dove vuole), ma poi per vari motivi, tra cui il lassismo (perché lavorare stanca) e la pandemia (non so se avete presente), non siamo andati da nessuna parte.
Durante i nostri esperimenti avevamo registrato delle cose, una è questa:
sabato 15 agosto 2020
I Camillas (2)
E nella lettera a sua madre, datata 13 Quasimaggio 3024, in un libro che si chiama La storia della musica del futuro, del 2020, dei Camillas, Gilberto Perù dice che il pericolo della musica, oggi, è la sua tradizione. E che finché non sceglieremo di abbandonare del tutto e coscientemente ciò che ci lega a qualcosa di rassicurante perché consolidato, e di consolidato perché morto, ecco, finché questo non accadrà, saremo solo anime imbarazzanti.
venerdì 14 agosto 2020
I Camillas
E in un Breve estratto dalla biografia di Aldo Troppo (o di un altro) dentro a un libro che si chiama La storia della musica del futuro, del 2020, dei Camillas, Aldo Troppo (o un altro) dice che noi che guardiamo la musica non dobbiamo sentirci diversi dagli altri, dobbiamo tornare nelle fermate dei bus, nei piazzali delle stazioni, tra la gente che aspetta, nei colori delle confezioni di cibo esposte nei bar.
giovedì 13 agosto 2020
:)
Primo giorno di ferie, il Miny ha dormito dai nonni e lo andiamo a recuperare stasera, Grushenka lavora ancora e oggi anche al pomeriggio, sono in casa da solo, col cane, Rasko, e la gatta, Natasha, fino circa alle 19. Non succedeva dal 2015.
Allora mi sono svegliato con calma, ho imbragato il cane e siamo andati al bar, una bella colazione, lenta, lunga, due chiacchiere con due amiche che ho incontrato lì, una passeggiata al parco, tra gli alberi, e poi, davanti al portone del palazzo metto una mano in tasca e non trovo le chiavi. Telefono a mia suocera per passare a prendere la sua copia, ci facciamo, io e il cane, un chilometro e mezzo sotto il sole marziale, poi ritorno, con la lingua fuori, entriamo in casa e le chiavi sono lì, sul mobile di fianco all’ingresso.
Non le avevo perse, ero uscito senza. Mai successo.
Ma comunque, una cosa che posto tutti gli anni:
<ferie width=“2.5 weeks”>
mercoledì 12 agosto 2020
Il compagno (prego)
Ho appena finito di leggere un libro che si chiama Il compagno, del 1947, di Cesare Pavese, un libro che secondo me è bellissimo e molto importante, quasi gigantesco. Non lo avevo mai letto.
A casa ce l’ho in due edizioni, una ereditata dal vecchio malvissuto, mio suocero, edizione Einaudi, quarto libro delle Opere Complete di Cesare Pavese, pubblicata nel 1968, un po’ ingiallita ma poco, con la copertina di una carta grigia e molle che sembra un papiro, molto bella. Così bella che non mi attentavo a sottolinearla, e io sono uno che quando legge sottolinea sempre, così per farlo usavo l’altra edizione che ho in casa, che è un volume con tutti romanzi di Cesare Pavese uscito nel 2005 insieme a L’espresso (si chiamava L’espresso Grandi Opere – Cesare Pavese: I romanzi). Se dovevo sottolineare qualcosa, aprivo il volume de L’espresso dove avevo lasciato il segnalibro, sottolineavo, poi tornavo a leggere sull’Einaudi del 1968, e sembrava andare tutto bene.
Fino a ieri, quando dopo la lettura di uno degli ultimi capitoli ho appoggiato il libro sul tavolo della cucina per bere una golata d’acqua fredda di frigo visto che faceva un caldo insopportabile, e la copia Einaudi del 1968 con la copertina di una carta grigia e molle che sembra un papiro è finita su delle chiazzette d’olio usato per condire l’insalata del pranzo.
Amen.
martedì 11 agosto 2020
Nori (4), Bulgakov, Gogol' e una signora di San Pietroburgo
E in un libro che si chiama I russi sono matti (corso sintetico di letteratura russa 1820-1991), del 2019, Paolo Nori dice che succede con tutte le lingue, e anche col russo, che ci sono delle parole intraducibili, come, per esempio, pochmel’e, che è la condizione in cui si trova Stepan Bogdanovič Lichodeev, detto Stëpa, all’inizio del capitolo IV di un libro che si chiama Maestro e Margherita di Michail Afanas’evič Bulgakov.
E dopo dice che Stepan Bogdanovič Lichodeev, detto Stëpa, la sera prima aveva bevuto troppo e adesso era in quella condizione che i russi chiamano pochmel’e, che è una parola che designa sia una condizione fisica (lingua gonfia, male alle ossa, cerchio alla testa) che una condizione, per così dire, spirituale (amnesia, vergogna, impressione di aver fatto qualcosa di male senza sapere di preciso cosa).
E che si potrebbe pensare che una traduzione corretta di pochmel’e sia “postumi”, ma che postumi, in russo, si dice poslédstvija, e, se si va a vedere sul Kovalëv, il dizionario della Zanichelli, gli esempi alla voce postumi sono: poslédstvija vospalénija lëgkich (“i postumi di una polmonite”) e otgolòski pravìte’stennogo krìzisa (“i postumi della crisi di governo”). E che quindi postumi è una parola paramedica, farmaceutica, o, al massimo, parlamentare, niente a che vedere con la vitalità di pochmel’e e niente a che vedere con la condizione di Stepan Bogdanovič Lichodeev, detto Stëpa.
E dopo ancora dice che c’è una regola per uscire dalla pochmel’e e ha un nome, che è un verbo, intraducibile anche lui: opochmelìt’sja. E che c’è una maledizione che Čub, uno dei protagonisti di un racconto di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ intitolato La notte prima di Natale, dal 1831, lancia al suo peggior nemico: «Che ti possa mancare la vodka quando ti svegli al mattino!» Cioè: che tu non possa opochmelìt’sja.
E che un giorno, all’inizio degli anni duemila, che lui, Paolo Nori, era a San Pietroburgo, una donna che era seduta su una panchina appena lo aveva visto si era alzata, si era diretta verso di lui con una mano tesa e, quando era arrivata a incrociarlo, gli aveva allungato la mano sotto il naso e gli aveva detto: «Štóby opochmelìt’sja». E che, se dovesse tradurre, in un modo comprensibile, quel che gli aveva detto quel giorno quella signora dovrebbe dire così: «Mi darebbe per cortesia qualche rublo per comprare qualcosa da bere in modo che mi passi la fastidiosa sensazione di cui sono vittima oggi, dovuta al fatto che ieri ho bevuto un po’ troppo?»
domenica 9 agosto 2020
Non avrei mai pensato
Di commuovermi, ma tanto, una sera d’agosto, di quelle con la guazza e le zanzare, a sentir cantare Il gioco della palla. Ciao.
venerdì 7 agosto 2020
Dei ricordi (18)
Il 7 agosto del 2012, pioveva, arrivavamo a San Pietroburgo per cominciare il nostro viaggio di nozze. Dormivamo al diciottesimo piano – era l’anno del terremoto, non era così scontato e facilissimo dire “diciottesimo piano” – di un albergo sulla Moskovskij prospekt, non lontanissimi da Moskovskaja ploščad’, e il tizio alla reception ci aveva dato un bigliettino con il nome del wifi gratuito. Il nome del wifi gratuito era uguale al nome dell’albergo di fianco al nostro.
giovedì 6 agosto 2020
martedì 4 agosto 2020
Gabrielli
E in un libro che si chiama Sforbiciate, del 2012, Fabrizio Gabrielli dice che lui ci crede fortemente che nella testa c’abbiamo un minestrone, e che ogni roba che sentiamo o leggiamo o vediamo è come una dadolata di carote, un ciuffo di sedano, una mezza patata che mettiamo nel fuoco e poi ce lo dimentichiamo, e solo quando vengono a galla tutti gli ingredienti vuol dire che il minestrone è pronto, e possiamo dargli giù a mestolate possenti.
domenica 2 agosto 2020
2 agosto 1952, 2 agosto 1980, 2 agosto 1998
Quando arrivava 2 di agosto, mio nonno, Corrado, diceva sempre che il 2 di agosto del 1952 era notte e…
… ero andato in bicicletta a casa dell’Ada, l’avevo caricata sulla canna e via, ci eravamo sposati che era già incinta… l’avevo presa sulla canna della bicicletta e lei, che era la più povera del paese, aveva una scatola da scarpe come dote… ma non era mica piena, eh, la dote era proprio la scatola da scarpe, pensa te com’era povera… però era bella, l’Ada, e poi l’avevamo chiamata a lavorare in campagna da noi e non sapeva fare niente, e quando c’era da spostare il fieno le cadeva sempre tutto addosso che io e mio padre facevamo di quelle ridute che cascavamo per terra.
E oggi sarebbero stati 68 anni di matrimonio, se l’Ada e Corrado fossero ancora al mondo. Mi mancano moltissimo, ma così va la vita.
Invece, parlando del 2 di agosto del 1980, Grushenka dice sempre che…
… la puntualità non è una dote innata. C’entra coi comportamenti abituali, con quelle cose che inizi a fare in un certo modo e che poi rimangono così. O sei sempre stato puntuale o non lo sei mai stato. Ma dipende, son cose che hanno un inizio, non sono innate. Io non sono puntuale e neanche i miei genitori sono mai stati puntuali.
Mia madre l’indomani voleva prendere il treno, s’era fissata con questa idea, diceva a mio padre dai Imbeni, domani ci svegliamo presto e prendiamo quello delle nove, che ci vuole. Poi però si sono svegliati tardi, mia madre ci metteva un sacco di tempo a prepararsi, è una che ci ha sempre messo molto tempo. Mio padre si prepara una moka di caffè mentre mia madre sbuffa in bagno e le dice vabbè dai, ci andiamo in macchina pian pianino. Dice sempre pian pianino, mio padre, non è mai stato un tipo puntuale. A Bologna dovevano trovare un libro, un testo universitario. Mia madre si era riscritta all’università di Modena ma si vede che a Modena quel libro non l’aveva trovato. Mi ha ripetuto spesso che le ho dato io la forza di finire l’università, che quando è rimasta incinta ha deciso di riprendere gli studi e di laurearsi. Era incinta di sette mesi, io sarei dovuta nascere in ottobre, anche se poi son nata a metà novembre, in ritardo. Arrivati a Bologna erano in un bar del centro a fare colazione quando è iniziato un via vai di gente concitata, è scoppiata una caldaia alla stazione, diceva qualcuno entrando, è terribile, ci son dei morti, poi telefonavano e uscivano e intorno l’agitazione aumentava. Una caldaia in agosto? pensava mio padre e ha preso mia madre e son risaliti sulla macchina ma verso la stazione deviavano il traffico, non facevano avvicinare nessuno, accidenti, è qualcosa di grosso, pensavano spaventati. Allora hanno preso la via Emilia, e pian pianino siamo tornati tutti a casa.
E così, quel giorno là, quella che trentaquattro anni dopo sarebbe diventata la mamma di mio figlio aveva perso il treno, per fortuna.
E poi, per finire, il 2 di agosto del 1998 io…
… avevo 19 anni, io e i miei amici ci eravamo appena diplomati e dovevamo passare quella meravigliosa estate di nulla totale che ci separava dall’università o dal lavoro a vita. Avevamo pensato di farci un interrail di ventidue giorni in Francia, Belgio e Olanda.
Avevo fatto di tutto perché il 2 di agosto fossimo a Parigi, e nessuno capiva il perché, ma appena eravamo scesi dal treno avevamo preso la metro ed eravamo arrivati sugli Champs-Élysées. Spuntati in superficie, mi ricordo che mi ero messo a correre, avevo tirato fuori dallo zaino una bandiera tricolore e mi ero diretto senza pensare verso le transenne, zampettando come un matto. Stava arrivando il Tour de France, e tra la lunga fila di corridori ce n’era uno con la maglia e il pizzetto gialli.
Non credo di aver pianto come quella volta davanti alla televisione mentre guardavo l’arrivo sull’Alpe d’Huez del 1995. Però era stata lo stesso una bella botta di gioia.
Non è che capiti a tutti di vedere un Dio dal vivo. Non ho mai visto né Maradona né Michael Jordan. Ma Pantani sì. Era lì, a qualche metro da me, era bellissimo, lo potevo quasi toccare.
E queste sono tre ricorrenze del 2 di agosto che mi piace ricordare.
Lo faccio tutti gli anni, quando mi ricordo.
sabato 1 agosto 2020
L’Emilia-Romagna, spiegata bene (ancora d’estate)
E comunque, e sempre al netto della costa ferrarese che meriterebbe un discorso a parte, volevo ripetere una cosa che avevo già detto l’anno scorso, e cioè che d’estate c’è il mare anche in Emilia, solo che è nebulizzato.
giovedì 30 luglio 2020
Cornia (4)
E nella Favola degli animali truccati, dentro a un libro che si chiama Favole da riformatorio, del 2019, Ugo Cornia dice che nella foresta avevano iniziato a comparire sempre più spesso delle scritte preoccupanti, che lasciavano perplessi gli animali più anziani, come “L’ISTINTO È UNA MERDA”, “L’ISTINTO CI HA ROTTO I COGLIONI”, “FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI”, “SEGUI L’ISTINTO? SEI PROPRIO UN VECCHIO ZEBEDEO”. E che, insomma, tra i giovani animali, era diventato normale farsi due risate sull’istinto. E che si era un po’ tirato fiato quando sulla vecchia quercia era comparsa la scritta “VIVA LA FIGA” che aveva qualcosa di antico e di tradizionale, come dicevano tra di loro. E che la scritta era un po’ volgare, ma rivelava finalmente qualcosa di fortemente istintivo, e che finché si scriveva “VIVA LA FIGA” tutto continuava a andare secondo i vecchi binari. Ma poi era arrivata la voce che “VIVA LA FIGA” l’aveva scritto una giovane cavallina, non un cavallo, e questo aveva destato delle ansie ulteriori.
mercoledì 29 luglio 2020
Di' la verità
Adesso che son passati dei mesi, puoi anche ammetterlo: la prima volta che ti sei infilato la mascherina nel braccio ti sentivi un figo.
lunedì 27 luglio 2020
Dei ricordi (17)
Il 27 luglio del 2015 era sera, ero fuori a bere e scrivevo una cosa intitolata “una cosa che ho notato” e che diceva che:
La narrativa, nelle conversazioni, è diventata piena di reading.
È molto bello, per esempio, origliare il flirt che una tipa sconosciuta racconta alla sua amica del cuore, nella tavolata della festa della birra di fianco alla nostra, leggendo qualche decina di migliaia di battute dalla cronologia di WhatsApp.
Poi, peccato, sono arrivati prepotentemente i vocali.
sabato 25 luglio 2020
Wu Ming 1 e Santachiara (e Calvino, Pavone e Revelli)
E in un libro che si chiama Point Lenana, del 2013, Wu Ming 1 e Roberto Santachiara dicono che in quelle settimane di sbandamento, per dirla con il partigiano Kim in Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, bastava «un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si trova[va] dall’altra parte». E che «questo nulla», come aveva scritto lo storico Claudio Pavone, era «capace di generare un abisso». E che poteva trattarsi di «un incontro casuale con la persona giusta o con la persona sbagliata; e poteva ricollegarsi al modo in cui si erano vissute le giornate seguite al 25 luglio [1943]», cioè alla caduta di Mussolini. E che in quei giorni Nuto Revelli era un tenente degli alpini appena tornato dalla Russia, ma era già un partigiano quando, il 12 ottobre 1943, scrisse sul suo diario: «Al 26 luglio si poteva anche scegliere sbagliato. Se mi picchiavano, se mi sputavano addosso, forse sarei passato dall’altra parte, con i fascisti, con le vittime del momento. Oggi sarei con le canaglie, con i barabba, con le spie dei tedeschi.»
venerdì 24 luglio 2020
Chiedo scusa
Nell’ultimo post, che era una specie di elogio funebre per un amico che non sapeva di essere mio amico, ho scritto “è venuto a mancare” invece di “è morto”. Chissà cosa mi passava per la testa. Chiedo scusa.
mercoledì 22 luglio 2020
Così va la vita (annunciando i temporali)
La settimana scorsa è venuto a mancare uno, qui in città, che era ormai anziano e pieno di acciacchi. Lo potevi incontrare sempre in giro per Carpi, di giorno e di sera, quando lui faceva il suo giro lungo tutto il perimetro delle mura cittadine, o anche più in là delle volte, fino in via Manzoni. Ogni tanto si fermava in un bar a fumare una sigaretta, quando non tirava una boccata la teneva sempre accesa stretta tra il pollice e l’indice, con la brace all’interno dell’incavo della mano come a non voler disturbare nessuno. Ogni tanto beveva un birrino, poi si alzava e s’incamminava verso il prossimo bar. Ogni tanto si fermava per la strada a guardare per terra, con le gambe dritte ma incrociate, un po’ ingobbito e le mani dietro la schiena, incrociate anche loro, la sigaretta sempre tra il pollice e l’indice e la brace nell’incavo della mano, che se gli arrivavi di fronte vedevi il filo di fumo che gli saliva da dietro la schiena. Ogni tanto si sentivano dei fischi altissimi o un cioccare forte di mani o lo sbattere contro la serranda chiusa di un negozio, quando abitavo in centro, qualche anno fa, me ne accorgevo sempre, voleva dire che stava per arrivare un temporale e poi il temporale arrivava davvero. E in una una scatola di latta in cui da vent’anni infilo un po’ di tutto, e la chiamo la mia scatolina di Čičikov, ma è più simile alla collezione del protagonista di Ogni cosa è illuminata, dovrebbe ancora esserci un chiodo arrugginito che mi aveva regalato lui un giorno che ci eravamo incrociati sotto il portico dicendomi che era un regalo perfetto per me, dopo lo cerco. Se al tavolino di un bar gli dicevi «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori», lui ti recitava tutto il primo canto dell’Orlando Furioso. Se glielo chiedevi, ti diceva che non mangiava una bistecca dal 1982. Salutava sempre.
Ieri o l’altro ieri hanno appeso il mortorio “a funerali avvenuti”. Ci hanno scritto sopra che “è mancato all’affetto dei suoi cari” sabato 21 luglio, che è un giorno che non esiste.
L’altro giorno, su Facebook, uno ha scritto «Se n’è andato un amico che non sapeva di essere mio amico». Ecco.
Così va la vita.
lunedì 20 luglio 2020
Battista
E in un capitolo intitolato martedì 20 luglio 1943 di un libro che si chiama Io sono la guerra, del 2012, Adelchi Battista dice che subito dopo l’una del mattino, nel settore di Ostia, bombardieri angloamericani si avvicinano a 6000 metri di altezza. Nessuna batteria contraerea è in funzione. Roma sudest è ancora un cumulo di macerie fumanti. Questa volta, però, lasciano cadere solo volantini di propaganda, che riportano per filo e per segno il discorso congiunto di Churchill e Roosevelt del 16 luglio. Stavolta nessuna squadra della milizia si precipiterà a raccoglierli, e nessuno stornello di dileggio solcherà i vicoli di Roma. Mentre la nevicata di carta scende sulla città, alcuni ignoti sovversivi tracciano con la vernice nera un’enorme scritta sul muro che delimita la ferrovia adiacente via Casilina.
MEGLIO L’AMERICANI SULLA CAPOCCIA
CHE MUSSOLINI TRA LI COJONI.
domenica 19 luglio 2020
Dei ricordi (16)
Il 19 luglio del 2017 ero in vacanza e scrivevo che:
La felicità potrebbe anche essere un ghiacciolo al limone, davanti al Tour de France, nel baretto sulla spiaggia, un pomeriggio di sole.
Una cosa, ormai, quasi irripetibile.
sabato 18 luglio 2020
Lewis
E un libro che si chiama March. La trilogia, del 2018, scritto da John Robert Lewis insieme a Andrew Aydin e disegnato da Nathan Lee Powell, comincia così:
venerdì 17 luglio 2020
Cose che mi piacciono molto (7)
Tipo quando suonano le campane di fianco a casa mia, che dal mio balcone alla cima del campanile ci saranno trenta metri in linea d’aria, forse meno, e sopra al campanile ci sono sempre appollaiati venti o trenta o quaranta piccioni; e quando suonano le campane, che suonano pochissimo perché quelle della chiesa qui di fianco non battono le ore, ma solo le messe, i funerali, i vespri e il mezzogiorno, i piccioni, bum!, scattano in volo tutti insieme come se qualcuno avesse tirato una schioppettata, e con le campane è tutto un frullare d’ali e un tubare concitato; e specie durante la scampanata di mezzogiorno o quella dei vespri, che durano qualche minuto in più delle altre, loro, i venti o trenta o quaranta piccioni, tutti insieme volano in cerchio attorno al campanile e ogni tanto provano ad atterrare per appollaiarsi come prima, ma le campane suonano ancora e loro appoggiano solo le zampine per una frazione di secondo e poi via, rispiccano il volto e frullano e tubano e delle volte mi passano così radenti al balcone che fanno impressione; finché poi le campane smettono e, in silenzio, lo stormo torna ad appollaiarsi sul campanile, e sono tutti così tranquilli, come se non fosse successo niente. Che invidia.
mercoledì 15 luglio 2020
Una stupidata
Ieri sera, dopo cinque mesi, sono andato a un concerto. Non mi sembrava vero.
Poteva anche essere brutto, e sarebbe stato bello lo stesso. Per fortuna è stato bello, quindi è stato bellissimo. Sul palco c’era Caso che suonava con la band (in passato l’avevo sempre visto da solo), e di fianco a loro Francesco Farabegoli (disappunto) dipingeva dal vivo.
E a un certo punto, scusate, è una stupidata, ma mentre ero lì seduto a guardare e ad ascoltare ho notato che Caso, che è alto, magro, con la barbetta e il cappellino, aveva portato con sé un bassista alto, magro, con la barbetta e il cappellino, e un batterista alto, magro e anche lui con la barbetta e il cappellino. Allora, è stato automatico, ho pensato subito a quello che c’è scritto nel settimo capitolo di un libro che si chiama Le avventure di Pinocchio. Storia di un Burattino, del 1881, di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini, dove Pinocchio prima fa lo schizzinoso e non vuole mangiare le bucce e i torsoli delle pere che gli dà Geppetto, poi però ha talmente fame che mangia anche quelli, e Geppetto gli dice:
— Vedi, dunque, che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi nè troppo sofistici nè troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I casi son tanti!…
E mi sono messo a ridere da solo.
(L’avevo detto che era una stupidata.)
lunedì 13 luglio 2020
Tolstoj (7)
E nella prima parte del quarto volume di un libro che si chiama Guerra e pace, del 1869, di Lev Nikolàevič Tolstòj, il principe Andrej Nikolàevič Bolkonskij, mentre era lì che aspettava di morire, pensava che amare tutto e tutti, sacrificarsi sempre per l’amore, significava – non amare nessuno, significava – non vivere di questa vita terrena.
sabato 11 luglio 2020
Dei ricordi (15)
L’11 luglio del 2017, la mattina appena sveglio, avevo scritto una cosa intitolata “praticamente un sogno erotico” che diceva così:
Stanotte, a un certo punto, è arrivata Debbie Harry, mi ha guardato negli occhi, mi ha messo una mano sulla spalla, mi ha detto: «Non preoccuparti, è tutto ok.»
Un anno prima, l’11 luglio del 2016, invece, c’era caldissimo, erano le sei di sera, e scrivevo una cosa intitolata “ciao” che diceva così:
Sono quello che aveva lasciato gli occhiali da sole sul cruscotto e dopo si è bruciato il naso.
E l’11 luglio del 2015, infine, ero in vacanza sull’Appennino modenese, e verso sera scrivevo una cosa intitolata “truestory” che diceva così:
Siamo a Monzone, frazione di Pavullo nel Frignano, a mangiare borlenghi e crescentine alla Festa del Bosco. Non c’è neanche un albero. Però i borlenghi e le crescentine sono molto buoni, c’è l’orchestrina del liscio, e i camerieri sono quasi tutti bambini che indossano delle magliette arancioni con su scritto «emargina l’astemio».
giovedì 9 luglio 2020
Torbato
Tutti gli anni, per il mio compleanno, Grushenka mi regala una bottiglia di whisky abbastanza costoso e torbato, anzi torbatissimo, che è quello che mi piace di più. L’anno scorso era un Caol Ila Moch, quest’anno è un Aberlour, ma tutti gli anni cambia.
Io col whisky ho il problema che se ne bevo un bicchiere poi mi esplode la testa, quindi il mio torbato, anzi torbatissimo, me lo centellino per bene durante l’anno, e ne bevo solo un dito prima di andare a letto, quando tutti già dormono, la casa è in silenzio e l’unico rumore è quello delle gomme sull’asfalto delle due o tre macchine che passano e delle volte sfrecciano per la strada vicina; un dito, solo un ditino, annusandolo tantissimo, tranne da metà maggio a metà settembre, perché non mi piace berlo col caldo. E così ci metto un anno a finire la mia bottiglia di torbato, anzi torbatissimo. Me la godo. Se sono bravo, bevo l’ultimo goccio il giorno prima di compiere gli anni, quando poi arriva la bottiglia nuova.
Compio gli anni il 7 febbraio. Quest’anno la bottiglia è finita l’altro ieri.
mercoledì 8 luglio 2020
Pavese
E nelle prime pagine di un libro che si chiama La spiaggia, del 1942, di Cesare Pavese, il protagonista sta passeggiando con un suo amico, Doro, e insieme stanno parlando di un contadino un po’ burbero che viveva da quelle parti, e dicono così:
– Cos’era? un uomo rappresentativo? – dissi.
– No, un uomo nato per tutt’altro, uno spostato, uno di quelli che imparano a esser furbi perché fanno una vita che non li contenta.
– Tutti dovrebbero esser furbi, allora.
– Infatti.
lunedì 6 luglio 2020
7 luglio
Sette anni fa, avevo appena 34 anni, ero con mio nonno, Corrado, fuori da un bar dove i miei genitori avevano organizzato un piccolo rinfresco per festeggiare la laurea in Scienze dell’Educazione di mia sorella, presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia; mentre eravamo lì, io e mio nonno Corrado, che parlavamo del più e del meno, a un certo punto lui si era fatto pensieroso e mi aveva detto: «Oh, questa è la piazza dove hanno ammazzato quei manifestanti.»
«Sì, nel ’60,» gli avevo subito risposto prendendo l’occasione al volo, che mi piaceva sempre quando mio nonno cominciava a parlare delle cose passate, del PCI e degli scioperi, eccetera, e devo anche aver provato a canticchiare il ritornello dei Morti di Reggio Emilia.
Lui aveva annuito e alzando un braccio aveva indicato un punto preciso della piazza.
«Io ero là,» mi aveva detto, «eravamo in fondo al corteo perché noi che venivamo dai paesi più lontani eravamo sempre gli ultimi. Non mi ricordo se ho sentito le schioppettate, ma mi ricordo che a un certo punto si son messi tutti a correre verso di noi, scappavano via.»
Delle volte coi nonni funziona così, quando invecchiano, si ricordano le cose solo quando c’è un oggetto o un posto che gli accende una lampadina in testa che magari era spenta da un bel po’, perché che fosse stato lì il giorno della strage, mio nonno, Corrado, non me l’aveva mica mai detto.
Allora mi ero messo a fare un rapido calcolo: lui era del ’25, era nato in dicembre, i morti di Reggio Emilia erano del 7 luglio del 1960; quindi quel giorno là doveva avere appena 34 anni.
E mentre deglutivo e mi veniva la pelle d’oca, anche se era un giorno abbastanza caldo, mio nonno, Corrado, era già rientrato nel bar, al rinfresco della laurea di mia sorella in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia, per provare a mangiare un pasticcino o due in più, anche se gli avevano detto di limitarsi coi dolci per via del diabete, della pressione e tutto.
Ma era fatto così, Corrado, era sempre stato un gran goloso.
domenica 5 luglio 2020
Dei ricordi (14)
Il 5 luglio del 2012, l’anno del terremoto, scrivevo una cosa intitolata “come scrittore aderisco perfettamente alla mia opera omnia” che diceva così:
Ho sempre detto che se avessi passato un mese a casa avrei scritto il mio primo romanzo. Sono a casa da un mese e mezzo e non ho scritto una riga.
E lo stesso giorno, qualche ora dopo, il mio amico Gabriele Capra Malavasi postava sulla mia bacheca una poesia di Corrado Costa intitolata Vita di Lenin, che fa così:
Vita di Lenin
Con assoluta fedeltà
è rispettato il tempo
naturale
della vita di Lenin.
Riprodotti con assoluta fedeltà
i sogni e le insonnie
di Lenin. Integrali le ore
dell’infanzia, i giorni
della scuola, ripetuto tutto, anche le conversazioni
occasionali alla fermata del tram.
Rispettati i silenzi. I lapsus.
Il film dura 54 anni.
Si dovrebbe almeno
rivederlo due volte.
Le due cose non erano collegate. Credo.
giovedì 2 luglio 2020
Non è detto
Mi ricordo che nel 2012, qui in Emilia, il terremoto lo chiamavano tutti il sisma.
Poi pian piano hanno smesso.
Quindi c’è il caso che prima o poi ricominceremo, il covid, a chiamarlo virus.
O al limite coronavirus. Però non è detto.
mercoledì 1 luglio 2020
Majakóvskij
E in un poema che si intitola Uomo, del 1918, che si trova anche dentro a un libro che si chiama Poemi, del 1963, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij si domanda chi abbia ordinato ai giorni di luglieggiare.
venerdì 26 giugno 2020
Eufonica
In un racconto lungo intitolato Seymour. Introduzione, di 87 pagine, dentro a un libro che ho appena finito di leggere e che si chiama Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione, del 1963, ho sottolineato con la matita – se le ho ricontate bene, ma credo di averne persa qualcuna – 64 congiunzioni e preposizioni con una “d” eufonica che precede parole che iniziano con una vocale diversa, tranne i due o tre “Ad esempio” che fanno eccezione. Mi sono reso conto quasi subito, tipo a pagina 2, che la traduzione che stavo leggendo – l’unica comunque in circolazione, direi – ha più di cinquant’anni e così via, ma ormai avevo cominciato e non mi sono più fermato fino alla fine.
Adesso mi immagino mio figlio, da grande, che prende il libro dalla libreria di casa per leggerlo – speriamo! – e che poi si accorge di queste sottolineature e pensa subito «ma che coglione!» (E così pensando, non si riferirà sicuramente a Jerome David Salinger, cioè lo scrittore del racconto, né al personaggio di Webb Gallagher Glass, detto Buddy, cioè il narratore, e nemmeno a Romano Carlo Cerrone, cioè il traduttore, ma a suo papà, cioè, per l’appunto, un coglione.)
giovedì 25 giugno 2020
Ouředník (2)
E in un dramma teatrale che si chiama Oggi e dopodomani. Discorsi di cinque sopravvissuti, del 2011, Patrik Ouředník dice che l’unica grazia che Dio ci ha fatto, ammesso che esista, è averci nascosto il modo in cui moriremo. E che averci fornito di immaginazione, in compenso, non è stato particolarmente caritatevole.
martedì 23 giugno 2020
Me tapino!
Oggi ho sentito il Miny, che ha cinque anni, commentare una cosa che gli era girata storta dicendo «Me tapino!» Allora mi sono fermato, e ho smesso per un attimo di fare le cose che stavo facendo, perché quel «Me tapino!» era proprio intonato come l’esclamazione di Zio Paperone («Me misero, me tapino!») che leggevo da bambino su Topolino.
Gli ho chiesto dove avesse sentito quell’espressione e lui mi ha risposto «Uffa! che pazienza», che non era un’altra esclamazione, ma il titolo di una serie di cartoni che sta guardando in questi giorni su RaiPlay. «Uffa! che pazienza» è tratto da delle storie di Andrea Pazienza, e quel «Me tapino!», sì, è proprio disneyano come sapeva essere disneyano Pazienza, omaggiando col cuore e prendendo per il culo in un colpo solo.
E così, mentre ero fermo e pensavo a tutte queste cose, sono sicuro di aver sentito nell’aria intorno a me, o forse era proprio lì sopra la mia testa, un rumore, una specie di clack!, come di un cerchio che si chiude.
Avanti così.
lunedì 22 giugno 2020
Salinger (5)
E in un racconto lungo intitolato Seymour. Introduzione, dentro a un libro che si chiama Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione, del 1963, di Jerome David Salinger, il narratore Webb Gallagher Glass, detto Buddy, dice che usata con moderazione una poesia di prima qualità è uno strumento termoterapeutico eccellente e di solito rapido. E che lui, quando era nell’Esercito, una volta si prese una pleurite che gli durò quasi tre mesi, e il primo autentico sollievo lo provò quando si infilò una lirica di William Blake dall’aspetto perfettamente normale nel taschino della camicia e la portò come un cataplasma per un giorno o due.
Poi, però, dice che le esagerazioni, comunque, sono sempre rischiose e molto spesso addirittura perniciose; e che i pericoli di un contatto prolungato con qualsiasi genere di poesia, che superi i limiti di quella che viene comunemente chiamata di prim’ordine, sono formidabili.
domenica 21 giugno 2020
giovedì 18 giugno 2020
Zamboni (2)
E in un libro che si chiama La macchia mongolica, del 2020, Massimo Zamboni dice che pur essendo cresciuto culturalmente in una generazione che doveva «essere» e non «avere», lui comincia a trovare asfissiante questo obbligo di essere, allo stesso modo dell’avere. E che negli anni gli è venuto più naturale sostituirli con il verbo «fare».
martedì 16 giugno 2020
Delle cose che proprio non ci riesco (2)
Tipo accettare il fatto che Groucho Marx non avesse davvero i baffi.
lunedì 15 giugno 2020
Salinger (4)
E nell’esergo di un libro che si chiama Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione, del 1963, Jerome David Salinger dice che se in tutto il mondo è rimasto ancora un lettore che legga per il gusto di leggere – o che comunque dopo aver letto se ne vada per i fatti suoi – gli chiede o le chiede, con indicibile affetto e gratitudine, di dividere la dedica di quel libro in quattro parti con sua moglie (di Salinger) e i suoi bambini (sempre di Salinger).
venerdì 12 giugno 2020
giovedì 11 giugno 2020
Salinger (3)
E in un racconto lungo intitolato Zooey, dentro a un libro che si chiama Franny e Zooey, del 1961, di Jerome David Salinger, il protagonista Zachary Martin Glass, detto Zooey, dice che, accidenti, ce ne sono di cose belle al mondo. E che quando dice belle intende belle. E che siamo degli idioti a svicolare sempre dalle cose. Sempre, sempre, sempre lì ad annotare tutti gli accidenti che capitano al nostro piccolo e schifoso io.
lunedì 8 giugno 2020
Sul muro
E sul muro di una casa di un paese che si chiama Santarcangelo di Romagna, in provincia di Rimini, c’è una lapide che dice così:
Germano era calzolaio e assaggiatore di vino e acqua per conto di amici.
Andava a piedi lungo il fiume e sulla groppa delle colline a cercare del Sangiovese con l’odore delle viole e l’acqua dei pozzi contadini che sapesse di menta.
Germano è morto che aveva 94 anni povero com’era sempre vissuto. I parenti hanno trovato un libretto di banca carico di soldi che lui si è sempre rifiutato di toccare. Erano gli assegni che da trent’anni gli arrivavano mensilmente per la morte nella Grande Guerra del giovane figlio ufficiale d’artiglieria.
domenica 7 giugno 2020
Trentatré anni fa
Era il 7 giugno del 1987, avevo otto anni e dormivo dai nonni insieme a mio papà. Erano le quattro o le cinque del mattino, mi ero svegliato perché c’era del trambusto che veniva dal piano di sotto. Ero sceso dal letto, mi ero infilato le ciabattine e affacciandomi alle scale avevo visto mio papà che, vestito per uscire, stava prendendo le chiavi della macchina.
«Papà, posso venire anch’io?» gli avevo chiesto.
«No,» aveva risposto papà, «devi andare a scuola, torna a letto.»
Qualche ora dopo ero in classe, in seconda elementare, erano gli ultimi giorni poi sarebbero iniziate le vacanze. Avevo aspettato che la maestra finisse di fare l’appello, poi avevo alzato la mano.
«Marco, cosa c’è?» aveva chiesto la maestra.
«Devo dire una cosa,» avevo risposto.
«Va bene, dilla pure.»
«Stanotte è nata mia sorella.»
E tutta la classe, mi ricordo, si era messa ad applaudire.
sabato 6 giugno 2020
Ortolani
E nel numero 91, intitolato La discesa, del 2012, di un fumetto che si chiama Rat-Man, Leonardo Ortolani, detto Leo, dice che andare all’inferno è facile. C’è una scala. Scendi il primo gradino. Poi scendi il secondo. Poi scivoli.
venerdì 5 giugno 2020
Ramone
E in un libro che si chiama Blitzkrieg punk. Sopravvivere ai Ramones, del 1998, Douglas Glenn Colvin, conosciuto ai più come Dee Dee Ramone, morto diciotto anni fa, il 5 di giugno del 2002, a Hollywood, California, dice che chi entra a far parte di un gruppo come i Ramones non proviene da situazioni familiari particolarmente stabili, né si può dire che il punk rock sia una forma d’arte granché ricercata, ma nasce dalla rabbia di ragazzini in vena di creatività. E che loro dei Ramones, per esempio, erano conosciuti perché buttavano i televisori dai tetti delle case.
martedì 2 giugno 2020
Coates (2)
E sempre in un libro che si chiama Una lotta meravigliosa, del 2008, Ta-Nehisi Paul Coates racconta un episodio di quando era giovane e andava a scuola a Mondawmin, un quartiere di Baltimora, e che dice così:
[…] Con questi pensieri che mi frullavano per la testa entrai in classe, sperando di uscirne il prima possibile, magari con una scusa. Invece di sedermi al mio posto come tutti gli altri, rimasi in piedi vicino alla porta con un amico a dire stupidaggini. L’insegnante mi chiese di sedermi più volte, finché a un certo punto perse la pazienza e mi rimproverò davanti a tutti. Non ricordo le parole esatte, ma aveva alzato la voce, e non potevo fargliela passare liscia.
Gli afferrai la faccia con forza e gli dissi: «Non urlarmi mai più addosso. Mai. Chiaro?»
Mi ordinò con calma di uscire, poi chiamò la vigilanza. Ero così sovraeccitato dall’ego e dall’idea di me stesso in pubblico che mi misi a urlare anche contro il sorvegliante, così alla fine mi mise le manette e mi portò nel suo ufficio per stilare un rapporto. Fui sospeso con effetto immediato e la minaccia incombente dell’espulsione. Mi dissero di non tornare se non accompagnato da un genitore. Presi il 33 da solo, e mentre tornavo a casa mi resi conto di quello che avevo combinato. Mi ero sempre defilato, ma adesso ero stufo. Quella era la mia affermazione di rispetto, dei confini da non superare. Ma ci sarebbe stato un prezzo da pagare, e mio padre era il mercante che l’avrebbe stabilito. Mi aspettava sulla porta, come al solito a casa nei momenti peggiori. Era con mia madre e Jovett, con un mezzo sorriso di stupore e collera insieme stampato sulla faccia. Quando Jovett lasciò la stanza il primo colpo si abbatté su di me con una forza tale da sbattermi a terra.
Mia madre si mise in mezzo: «Paul! Paul!»
Lui la spinse via: «Donna, lasciami stare».
Da lì cominciò a darmele con una forza sovrumana, con la potenza trasmessa di generazione in generazione da madri e padri che cercano di proteggere i figli dalla frusta del padrone, dal linciaggio, dall’impiccagione, dagli sceriffi grassi pronti a darti fuoco. Mio padre me le dava con la forza di un’armata di schiavi in rivolta, come se avesse paura che il mondo lo stesse mettendo all’angolo, come se dovesse salvarmi la vita. Mentre ero in camera mia a piangere tutte le mie lacrime i miei tennero una breve consultazione in cucina. C’era solo una cosa da dire: «Cheryl, preferisci che lo faccia io o la polizia?»
Più tardi parlai con mia madre, seduti in cucina. Cercò di spiegarmi cosa sentiva, ma si mise a piangere quasi subito. Sapeva che non mi rendevo conto di quanto fossi vicino all’abisso, con che facilità ragazzi come me venivano cancellati dalla faccia della Terra senza ragione, in modi assurdi. Un attimo prima sei lì a lanciare palle di neve sui taxi che passano, a scherzare davanti a un 7-Eleven o a correre per la strada, e subito dopo eccoti circondato da poliziotti in posizione da tiro, pronti a sparare al minimo movimento. Per tutta la vita sarebbe stato lo stesso, sempre a un passo dall’essere ammazzato, sempre con un coltello puntato alla gola.
Non hanno funzionato
In una newsletter che si chiama Sistemare i segnalibri, di Gualtiero Bertoldi, ogni tanto c’è una rubrichetta che si intitola Non hanno funzionato, con un elenco di link, di quelli che uno si era magari salvato nei preferiti e che adesso non funzionano più.
Oggi ho scoperto che non funzionano più alcuni blog che mi piacevano molto, anche se non erano aggiornati da anni, ma avevano comunque un bell’archivio di cose interessanti da consultare alla bisogna, o nelle giornate di pioggia:
lunedì 1 giugno 2020
Gozzano
E in una poesia che si chiama La via del rifugio, del 1907, Guido Gustavo Gozzano dice che la Vita è un gioco affatto degno di vituperio, se si mantenga intatto un qualche desiderio.
sabato 30 maggio 2020
Pessoa (2)
E in un libro che si chiama Il poeta è un fingitore, del 1988, con duecento citazioni di Fernando António Nogueira Pessoa scelte da Antonio Tabucchi, all’anagrafe Antonino Tabucchi, l’autore, Fernando António Nogueira Pessoa, rivolgendosi a sé stesso, ma anche al lettore, cioè a te (sì, proprio tu), dice:
Sei solo. Non lo sa nessuno. Taci e fingi.
venerdì 29 maggio 2020
Oggi
Mi stavo quasi dimenticando che oggi è l’ottavo anniversario dell’unica volta che mi è servito davvero Twitter.
giovedì 28 maggio 2020
Pessoa
E in un libro che si chiama Il libro dell’inquietudine, del 1982, Fernando António Nogueira Pessoa dice che così come laviamo il nostro corpo dovremmo lavare il destino, cambiare vita come cambiamo biancheria: non per provvedere al sostentamento della nostra vita, come col cibo e col sonno, ma per quell’estraneo rispetto per noi stessi che giustamente si chiama pulizia.
mercoledì 27 maggio 2020
E poi
Oggi, non so neanche bene il perché, ho cambiato il nome del blog, che adesso si chiama Eri così carino. Non so se dura.
Dei ricordi (13)
Il 27 maggio del 2019, il giorno dopo le elezioni, scrivevo una cosa intitolata “buongiornissimo” e che diceva:
sul muro del vecchio Ekidna di Migliarina c’era scritto «L’UNICA POLITICA SI CHIAMA ROCK’N’ROLL». Direi che sia tutto quello che ci è rimasto.
lunedì 25 maggio 2020
È un periodo
È un periodo che è come quando muore il telefono, o il computer, e devi reinstallare tutte le app, rimettere tutte le password, e hai perso i preferiti e, insomma, così.
venerdì 22 maggio 2020
Nonostante il bar
Nonostante il bar, che è aperto, e che di solito mi aiuta a pensare e a scrivere, e ci sono anche andato a bere una birra, una sera, ma soprattutto a fare colazione, che era la cosa che mi mancava di più, sono dei giorni che non scrivo niente.
Forse è anche un po’ colpa del fatto che ho letto un libro che si chiama Salinger, del 2010, di Kenneth Slawenski. E per colpa di questo libro, ho cominciato a rileggere tutti quelli di J. D. Salinger in ordine cronologico, ma con degli occhi diversi, e non ho cominciato da un libro che si chiama Il giovane Holden, perché l’avevo già riletto un paio d’anni fa nella nuova traduzione di Matteo Colombo, ma ho cominciato da un libro che si chiama Nove racconti, tradotto da Carlo Fruttero. E, non lo so, ma leggere i racconti di J. D. Salinger, che scriveva cosi bene, tradotti da Carlo Fruttero, che li traduceva così bene, è una cosa che quando mi metto lì a provare a scrivere, io, no, a un certo punto penso automaticamente: cosa scrivo a fare. O forse, invece, è perché mi mancano la A e la N sulla tastiera. E un po’ faccio fatica.
Una delle due.
lunedì 18 maggio 2020
Oggi, alfine
Ha riaperto il bar.
Visto che non è martedì, ho tenuto fede all’impegno preso il 26 marzo.
Niente sarà più come ieri.
sabato 16 maggio 2020
Ieri, invece
Ieri, invece, c’era del fermento, una specie di riunione generale tra i baristi e i camerieri per decidere il come, il quando e il perché. Noi passavamo di lì, di ritorno dal parchetto, li abbiamo salutati da lontano.
«Stiamo solo aspettando il vostro “via!”» gli abbiamo urlato.
«Manca poco,» ci hanno risposto.
Ridevamo tutti.
Manca poco, perdinci.
venerdì 15 maggio 2020
Ogni tanto
Ogni tanto, tipo un paio di volte l’anno, la prima volta di quest’anno è stata ieri sera, càpita che mi arrivino dei manoscritti da valutare, o delle richieste per delle recensioni o delle interviste, anche se io di manoscritti non ne ho mai valutati né pubblicati, recensioni non ne ho realmente mai fatte, figuriamoci delle interviste.
Non so mica come prenderla. Però non rispondo mai, che mi sento un ladro.
mercoledì 13 maggio 2020
Oggi
Oggi sono andato in libreria. Sono stato bravo: li avevo contattati qualche giorno fa per farmi tenere da parte tre libri, all’ingresso ho messo su la mascherina, mi sono igienizzato ben bene le mani sulla porta e così via. Dentro c’era una signora che stava pagando, dietro di lei, a debita distanza, un’altra persona in fila, quindi nell’attesa mi sono messo a girare tra gli scaffali, senza toccare niente, e intanto guardavo le copertine esposte, i titoli sulle coste, mi appuntavo mentalmente le cose che avrei potuto comprare la prossima volta. Sembrava di essere in paradiso.
lunedì 11 maggio 2020
Doctorow (2)
E in un libro che si chiama L’uomo che vendette la luna, del 2014, di Cory Efram Doctorow, a un certo punto, dopo una notte di follie, mentre il sole sta ormai salendo, uno dei personaggi dice che non pensa che la felicità sia una cosa che si è destinati ad avere, ma è una cosa che si è destinati a desiderare.
lunedì 4 maggio 2020
Nori (e Lacan)
E in un libro che si chiama Manuale pratico di giornalismo disinformato, del 2015, Paolo Nori dice che Jacques Lacan era uno che aveva modificato la psicanalisi, o la psicologia, nel senso che il matto, dopo il lavoro di Lacan, non era più quello che si metteva lo scolapasta in testa ed era convinto di essere Napoleone, il matto era Napoleone che era convinto di essere Napoleone.
domenica 3 maggio 2020
FAQ
Domani è il 4 maggio, posso uscire?
Sì, ma pensa sempre che tu, proprio tu, potresti essere in quella fase in cui sei infetto ma non lo sai, e quindi devi fare in modo di non contagiare nessuno.
venerdì 1 maggio 2020
L’Emilia-Romagna, spiegata bene (il Primo maggio)
I cappelletti, in Emilia, li mangiamo nei giorni di festa. Magari adesso li mangiamo anche nei feriali, soprattutto quando in casa hai ancora una nonna che fa una sfoglia da venticinque uova e per finire tutti i cappelletti che ne vengon fuori ci metti qualche mese, ma comunque, una volta, quando c’era la povertà, i cappelletti li mangiavano solo nei giorni di festa, cioè per Natale, per esempio, ma anche il Primo maggio.
Nel ventennio il fascismo lo aveva abolito, il Primo maggio, e qui, in Emilia, come raccontava sempre mio nonno Corrado, giravano delle squadre che all’ora di pranzo irrompevano nelle case per vedere se qualcuno stava mangiando i cappelletti. Quando trovavano una famiglia che li mangiava, i fascisti sbaraccavano la tavola e poi picchiavano e bastonavano i malcapitati.
Gli emiliani antifascisti, durante il fascismo, il Primo maggio si erano abituati a mangiare i cappelletti di nascosto.
Hobsbawm
E in un saggio intitolato Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, del 1990, dentro a un libro che si chiama Gente non comune, del 1998 o del 2000, Eric John Ernest Hobsbawm dice che i socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l’espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e che simili analogie diventarono correnti in campo internazionale dalla seconda metà degli anni Novanta. E dice che è facile capirne il motivo. E che la somiglianza del nuovo movimento socialista con un movimento religioso e perfino, nei primi anni eroici della Festa del lavoro, con un movimento di rinascita religiosa a tinte messianiche, era evidente. E per certi versi, uguale era la somiglianza dei leader, attivisti e propagandisti di quel movimento con una gerarchia ecclesiastica, o almeno con un ordine missionario. E poi dice anche di possedere uno straordinario volantino del 1898 proveniente da Charleroi, in Belgio, riproducente quella che può essere definita una predica da Primo maggio; nessun’altra etichetta sarebbe adeguata. Fu stilato dai, o a nome dei, dieci deputati e senatori del Parti Ouvrier Belge – atei dal primo all’ultimo, senza dubbio – sotto il duplice motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi (Karl Marx)» e «amatevi gli uni con gli altri (Gesù)». Qualche citazione dà un’idea del contenuto:
mercoledì 29 aprile 2020
Dick (2)
E in un libro che si chiama La trasmigrazione di Timothy Archer, del 1982, Philip Kindred Dick dice che il guaio di farsi una cultura è che il processo richiede molto tempo, ti brucia la parte migliore della vita, e che quando hai finito l’unica cosa che sai è che ti sarebbe convenuto di più fare il banchiere.
martedì 28 aprile 2020
Virginia e le prove
Venerdì 24 aprile, per le Schegge di Liberazione (mentre #stateacasa), avevo letto una poesia intitolata “Virginia che non si muove” di Azael. Ad accompagnarmi più o meno dal vivo c’erano Gianluca e le cose, cioè Bicio, da Forlì (anche se nel video dico da Premilcuore, che è il posto dove abitava prima Bicio, e per me Bicio sarà sempre un abitante di Premilcuore), al contrabbasso e Simone Rossi, da Madrid, al chitarrino e al clarino.
Eccola qui:
lunedì 27 aprile 2020
Wallace (6)
E sempre in un racconto lungo, o romanzo breve, intitolato Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso, che in Italia è stato pubblicato da solo, ma nell’edizione originale era dentro a un libro che si chiama La ragazza dai capelli strani, del 1989, David Foster Wallace ci dice di immaginare che stiamo passando davanti al Negozio delle Critiche, e che vediamo in vetrina un cartello che dice GRANDE SVENDITA! COMPLETA ILLUMINAZIONE, GRATIFICAZIONE, COMPRENSIONE E APPAGAMENTO: TUTTO IN SALDO! FINO A ESAURIMENTO SCORTE! PREZZI PAZZI! E che quando ci precipitiamo dentro, Visa alla mano, scopriamo che è solo il cartello, quello nella vetrina, a essere in saldo, al Negozio delle Critiche.
domenica 26 aprile 2020
È il 26 aprile
Sono stato due giorni davanti al computer a condividere, rispondere, notificare, classificare, postare, copincollare, taggare, laicare ed embeddare e ho rischiato un po’ il divorzio, un po’ la deriva Franzoni.
sabato 25 aprile 2020
Ci vuole del coraggio (con la voce di un altro)
Una cosa che dal 2011 posto tutti gli anni si intitola Ci vuole del coraggio e parla di mio nonno, Corrado, ai tempi della guerra. Comincia così:
Mio nonno, Corrado, eran già dei mesi che stava in prigione, ma ultimamente se la passava meglio. Meglio di qualche mese prima, quando c’era quell’aguzzino fascista a comandare la galera, un tipo sadico e cattivo che ammazzava i prigionieri a suon di botte, uno al giorno, tutti i giorni…
Ieri l’ha letta a voce alta Fabrizio Gabrielli – cui ho già mandato e continuo a mandare a manciate dei cuori grandi così – e si può ascoltare qui:
mercoledì 22 aprile 2020
Slawenski (e Salinger) (2)
E sempre in un libro che si chiama Salinger, del 2010, Kenneth Slawenski dice che Jerome David Salinger, invitato come relatore ospite a un corso di scrittura creativa presso il Sarah Lawrence College, nel 1949, disse che «uno scrittore, se gli chiedono di parlare del suo mestiere, dovrebbe alzarsi e fare a gran voce solo i nomi degli autori che gli piacciono.» E che da lì proseguì appunto nominando i suoi scrittori preferiti: «Io adoro Kafka, Flaubert, Tolstoj, Čechov, Dostoevskij, Proust, O’Casey, Rilke, Lorca, Keats, Rimbaud, Burnes, la Brontë, Jane Austen, Henry James, Blake, Coleridge».
lunedì 20 aprile 2020
Parentesi
Non trovo più (l’ho cercata davvero dappertutto) la maglietta dei Fugazi (non esistono magliette ufficiali dei Fugazi) che avevo comprato (non a un concerto dei Fugazi, dato che, a parte che non esistono magliette ufficiali dei Fugazi, non ho mai visto dal vivo i Fugazi; ho solo visto Ian MacKaye, con gli Evens, una volta, al Bachessone Vecchio di San Martino Spino, era il compleanno di Grushenka e lui le aveva scritto Happy Birthday sul CD con una penna nera) a un banchetto (non di un concerto dei Fugazi, anche perché non esistono magliette ufficiali dei Fugazi, ma era un banchetto di beneficenza per un canile, la maglietta l’aveva taroccata il venditore, aveva fatto un lavoro eccezionale) anni fa (non mi ricordo neanche quanti, ma direi quattro). Peccato.
sabato 18 aprile 2020
Si stava meglio quando si stava meglio: una specie di videolibro
E insomma, nei giorni scorsi ho letto tutti i pezzetti che stanno dentro a un libro elettrico e gratuito che si chiama Si stava meglio quando si stava meglio, che avevo pubblicato alla fine del 2018 raccogliendo un po’ di cose scritte in giro negli anni.
Questa qui sotto è la playlist di YouTube per ascoltarlo dall’inizio alla fine (più un pezzo che nel libro non c’è):
venerdì 17 aprile 2020
Slawenski (e Salinger)
E in un libro che si chiama Salinger, del 2010, di Kenneth Slawenski, i colleghi di Jerome David Salinger del controspionaggio (Jerome David Salinger durante la Seconda guerra mondiale era un ufficiale del Dodicesimo reggimento fanteria, che era sbarcato in Normandia con le prime ondate, e si trovò, tra le altre cose, nel bel mezzo del massacro della foresta di Hürtgen e sul fronte della controffensiva delle Ardenne e via dicendo, e contemporaneamente lavorava per il controspionaggio) avrebbero dichiarato che si appartava continuamente per scrivere. E uno di loro ricordava di una volta in cui si trovarono sotto il fuoco di fila del nemico. Tutti cominciarono a cercare un riparo. Guardandosi intorno, i soldati intravidero Salinger sotto un tavolo che batteva sui tasti di una macchina da scrivere, con una concentrazione impermeabile alle esplosioni tutto intorno.
giovedì 16 aprile 2020
Finché non finiscono i binari del treno (un video)
E invece la lettura di oggi, anche se c’entra con un libretto elettrico del 2018 che si chiama Si stava meglio quando si stava meglio, dentro al libro non c’è. È una specie di bonus track, si intitola Finché non finiscono i binari del treno e fa così:
mercoledì 15 aprile 2020
Rodari
E in un libro che si chiama La freccia azzurra, del 1964, Gianni Rodari, all’anagrafe Giovanni Rodari, dice che per Franco fu una notte indimenticabile, quando i pastelli, uno dopo l’altro, gli mostrarono quello che sapevano fare. E che, per esempio, gli disegnarono e dipinsero tante bandiere, che la stanza sembrava un giorno di festa nazionale. E che fecero la bandiera tricolore e la bandiera rossa, e si accapigliarono perché ciascuno voleva che la propria bandiera fosse la più bella, poi fecero la pace e disegnarono tutti insieme una bandiera di sette colori. E poi dissero: «Ecco qui, ci siamo tutti e sette e non si fa torto a nessuno. Ora andremo veramente d’accordo.»
Ciao mondo
Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/
-
E l’8 marzo del 1898, su una pagina del diario , scritto tra il 1862 e il 1910, Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja To...
-
E in un libro che si chiama Point Lenana , del 2013, Wu Ming 1 e Roberto Santachiara dicono che in quelle settimane di sbandamento, per dir...
-
Tutti i martedì sono uguali, ma alcuni martedì sono più uguali degli altri: </ferie>