E il 29 febbraio del 2016, scrivevo una cosa che diceva così:
ho la febbre e non è sabato sera
Oggi, invece, è sabato sera e non ho la febbre (non è un bel momento per averla).
E il 29 febbraio del 2016, scrivevo una cosa che diceva così:
ho la febbre e non è sabato sera
Oggi, invece, è sabato sera e non ho la febbre (non è un bel momento per averla).
Stasera, era ora di cena, c’era il pollo con gli spinaci. Stamattina nel forno sotto casa avevo anche comprato un pezzo di pizza, che però era rimasto lì in cucina dimenticato da tutti a raffreddarsi in un sacchetto. Allora l’abbiamo scaldato, tagliato in sette o otto parti e l’abbiamo messo in tavola. Il Miny, zitto zitto, senza annunciarlo, ne ha preso un pezzetto, l’ha messo di fianco al piatto, ha dato una forchettata agli spinaci e ce li ha messi sopra, poi col sorriso della vittoria, GNAM!, se l’è pappato in un sol boccone.
«Così è più meglio,» ha detto.
E nella quarta parte del quarto volume di un libro che si chiama Guerra e pace, del 1869, Lev Nikolàevič Tolstòj parlando di Pëtr Kirillovič Bezuchov, che tutti chiamavano Pierre, e che, come dicevano i medici, era stato colpito da un attacco di febbre biliosa, dice che quantunque i medici lo curassero, gli cavassero sangue e gli facessero inghiottire delle medicine, ciò malgrado, guarì.
Il 21 febbraio del 2018, ero a Roma, in trasferta per lavoro, e oltre a postare questa foto intitolata “heavy metal”:
E il 22 marzo del 1866, su una pagina del diario, scritto tra il 1862 e il 1910, Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, scriveva che le impressioni che si hanno da giovani sono preziose, perché non si cercano e non se ne è coscienti, ma sono troppe. E che ora invece non è così: si riflette su tutto e si cerca tutto quello che sia più serio, più degno di noi. Ma è peggio.
Il 19 febbraio del 2014, era sera, dopo cena, c’era Sanremo e stava suonando un ospite di nome Yusuf Islam, cioè Steven Demetre Georgiou, cioè Cat Stevens, e scrivevo una cosa che diceva così:
Non vorrei essere il cantante cui dietro le quinte stanno dicendo «Dai, dopo Cat Stevens tocca a te.» Meno male che non ci sono cantanti dietro le quinte.
E poi, parlando proprio di Yusuf Islam, cioè Steven Demetre Georgiou, cioè Cat Stevens, dicevo che
Per me può venerare il dio che gli pare.
E sempre in un libro che si chiama Le correzioni, del 2001, di Jonathan Earl Franzen, l’ex vice primo ministro della Lituania – una piccola nazione baltica – dice a Chip Lambert, uno dei protagonisti, che loro hanno così tante elezioni che la stampa internazionale non se ne occupa più, che fanno tre o quattro elezioni all’anno e sono la loro industria più importante. E che la loro produzione pro capite annua di elezioni è la più alta del mondo e supera persino quella dell’Italia.
Avrò avuto quattro o cinque anni, ero al secondo o al terz’anno di scuola materna e quando la mamma mi aveva chiesto una di quelle cose che chiedono i genitori ai figli piccoli per far finta di trattarli come adulti e soprattutto per far scappare da ridere agli altri adulti lì intorno, e cioè «Ce l’hai una morosina?», io avevo risposto deciso: «Sì che ce l’ho!»
«Chi è? Una tua compagna di classe?»
«Sì, avevo risposto fiero, «si chiama Marcella.»
Non che fossimo davvero morosi, a quattro o cinque anni, figuratevi, ma c’era la prassi di dire che una bambina era la tua morosa solo perché ti piaceva, e perché dovevi per forza incasellarti in uno stile di vita che ti imponevano gli adulti: sei un maschio di quattro o cinque anni, sei in salute, ti dovranno per forza piacere le femmine.
Il caso aveva voluto che mi piacessero le femmine, e c’era una bambina in classe con me che si chiamava Marcella, io dicevo che era la mia morosa e anche Michele diceva che la Marcella era la sua morosa. Entrambi lo sapevamo e ci andava benissimo così, perché il mondo che vivevamo al secondo o al terz’anno della scuola materna dalle suore di Novi di Modena era un mondo libero. Anche le suore, incredibilmente, accettavano senza battere ciglio quell’abbozzo di intenzione alla poligamia infantile.
Ma comunque, inevitabilmente, anche al secondo o al terz’anno della scuola materna delle suore di Novi di Modena era arrivato il giorno di San Valentino.
E alla fine di un libro che si chiama Una lotta meravigliosa, del 2008, Ta-Nehisi Paul Coates ringrazia sua madre, che gli faceva scrivere dei temi ogni volta che lui si metteva nei guai, per spiegare con precisione cos’aveva fatto e perché. E dice che quel libro, Una lotta meravigliosa, inizia da lei, e che le è eternamente debitore.
Marco Manicardi si trovò trasformato, nel suo letto, in un vecchio quarantunenne.
E sempre in un libro che si chiama Con Kubrick, del 2000, Michael David Herr dice che:
Stanley non avrebbe mai potuto fare a meno di notare che pochissimi registi avevano, nei film che realizzavano, qualcosa che si avvicinasse anche solo da lontano all’autonomia decisionale. Diceva che il modo in cui erano gestiti gli studios negli anni Cinquanta gli faceva pensare all’osservazione di Clemenceau sul fatto che gli Alleati avevano vinto la prima guerra mondiale solo perché i nostri generali erano leggermente meno stupidi dei loro. Era deciso a trovare un modo per avere successo lì, perché non riusciva a immaginare dove altro avrebbe potuto fare film. La sua ambizione era spettacolare, aveva talento e fiducia in sé, una mente d’acciaio, e i controcoglioni. Capiva chiaramente che in ogni film qualcuno doveva avere il comando, e riteneva che avrebbe anche potuto essere lui.
L’altro giorno Francesco Farabegoli, che è un mio amico dell’internet da un bel po’ di anni, diceva che il suo primo film al cinema era stato E.T. L’extraterrestre, e mi aveva fatto venire in mente una cosa e cioè che i miei, che mi hanno sempre detto che quando erano morosi andavano al cinema una domenica sì e l’altra no, a me non mi ci avevano mai portato.
Così io di prime volte al cinema ne ho avute tre, e coincidono con le prime tre volte che sono stato al cinema. È una storia un po’ bizzarra, probabilmente. Però è vera e la racconto al contrario, dalla terza alla prima.
E a un certo punto, in un libro che si chiama Le correzioni, del 2001, Jonathan Earl Franzen dice che la luce aveva il colore del mal d’auto.
Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/