E in un libro che si chiama Homeland, del 2013, Cory Efram Doctorow dice che il mondo è pieno di stronzate pseudoscientifiche. E che probabilmente anche tu conosci qualcuno che indossa un braccialetto di rame per “alleviare l’artrite” e, a quel punto, potrebbe anche bruciare una strega o cospargersi di fango blu e danzare in senso antiorario sotto la luna piena. E che esiste la possibilità che entrambe le cose lo facciano sentire meglio, ma per l’effetto placebo (quando il tuo cervello si convince di smetterla di star male), ma c’è un numero allarmante di persone che sostengono che, se qualcosa “funziona”, non deve essere un placebo, ma “reale”.
venerdì 29 novembre 2019
giovedì 28 novembre 2019
mercoledì 27 novembre 2019
Huxley
E in un libro che si chiama Il mondo nuovo, del 1932, di Aldous Leonard Huxley, ci sono due personaggi, uno che si chiama Bernardo, che è uno psicologo specializzato in ipnopedia, e uno che si chiama John, che è nato e ha vissuto in una riserva e che viene chiamato “il Selvaggio”. E a un certo punto il Selvaggio è in città e non sta mica tanto bene, e Bernardo gli chiede se ha mangiato qualcosa che gli ha fatto male. Il Selvaggio fa cenno di sì con la testa e gli risponde che ha mangiato la civiltà.
martedì 26 novembre 2019
E poi oggi
E poi oggi ero in giro per lavoro, in uno di quei posti in cui non immagineresti mai di doverci passare o di organizzarci una gita o una vacanza, cioè Crema, che per me, nella mia testa, Crema è sempre stato un pensiero ipotetico tra Bergamo e Milano, e oltre a non immaginare di andarci in vacanza o in gita non mi sono mai preoccupato di andare a cercare una foto di Crema su un atlante, quando c’erano gli atlanti, o su internet, adesso che c’è internet; ma comunque, ero lì che giravo avanti e indietro tra Basso Lodigiano e Crema, e ho scoperto che è tutto un territorio selvatico e verde e nebbioso al mattino e umido la sera, pieno di alberi e siepi a perdita d’occhio tra l’Adda e il Serio ed ero lì che pensavo che sono proprio un coglione; e mentre andavo a Crema, e poi dopo, mentre tornavo a casa, avevo su in macchina il disco di Materiale Resistente 1945-1995 e mi sembrava la colonna sonora perfetta da ascoltare proprio in quel posto lì, proprio in questo momento storico, intanto che mi guardavo attorno affascinato e pieno di meraviglia per una natura che non avevo neanche mai immaginato.
E ogni tanto passavo su un ponte e sotto c’era un fiume, una volta l’Adda, un’altra volta il Serio, e quando passavo sopra un ponte sul Serio ad alta voce dicevo: «beh, guarda qua, un ponte per davvero».
E questo è quello che può succedere quando ti mandano da solo a lavorare lontano.
O magari succede solo a me. A posto così.
lunedì 25 novembre 2019
Tolstaja (2)
E su una pagina del proprio diario, scritto dal 1862 al 1910, Sof’ja Tolstaja, detta Sonja, nata Sòf’ja Andrèevna Bers e moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, scriveva che una mattina a casa loro era arrivato Lombroso. E che era un vecchietto piccolo, molto malfermo sulle gambe, che nell’aspetto dimostrava molto di più dell’età che aveva, sessantadue anni. E che parlava un francese molto brutto, con molti errori e un forte accento straniero e parlava ancora peggio il tedesco. Ed era italiano, molto dotto, antropologo, e aveva lavorato molto sul problema della delinquenza. E lei aveva cercato di fare conversazione con lui, ma lui le aveva dato poco motivo di interesse. E aveva detto che la delinquenza era in aumento dappertutto, tranne che in Inghilterra e che non credeva ai dati statistici sulla Russia, perché da loro non c’era libertà di stampa. E aveva detto anche che aveva studiato la donna per tutta la vita e che nonostante questo non era riuscito a capirla.
venerdì 22 novembre 2019
Il free jazz punk inglese (3)
In mancanza d’altro mi son messo a giocare coi link e i blogroll stranieri, dove si attraversano posti pieni di compilation, bootleg e dischi fuori catalogo da mettere sulla chiavetta USB, quella che uso in macchina mentre vado a lavorare o torno a casa la sera (un’ora abbondante tutti i giorni). Alla voce Il free jazz punk inglese, come avevo fatto le altre volte, li sto mettendo tutti nel mio feedreader (uso feedly, quello gratis, se vi interessa).
giovedì 21 novembre 2019
Colagrande (2) e Calegari
E in un libro che si chiama Fideg, del 2007, Paolo Colagrande riporta un epigramma del poeta controstilnovista autoriparatore Toni Calegari che fa così:
A un filo
di mutande
è appeso
il mondo intièr.
L’elastico
s’arrende
e il mondo
casca invèr.
mercoledì 20 novembre 2019
Dei ricordi (5)
Il 20 novembre del 2014 era un giovedì lavorativo come tutti gli altri e scrivevo una cosa intitolata “la crisi economica, la crisi permanente, la crisi in generale, il grillismo e il neo-neofascismo, Wolverine che muore, gli operai manganellati, i gruppi su Facebook, Renzi, l’ebola, l’ISIS: cosa vuoi mai combinare in un mondo del genere?” e rispondevo:
Ma boh. Noi, per esempio, facciamo un bambino.
L’abbiamo poi fatto davvero.
(E Wolverine, nel frattempo, è tornato in vita.)
martedì 19 novembre 2019
Si ricorderanno di noi (5)
Come della generazione di quelli che facevano le cose e immediatamente ci scherzavano sopra. (Che a volte è un pregio, altre volte invece no.)
lunedì 18 novembre 2019
Rodari
E in un libro che si chiama La freccia azzurra, del 1964, Gianni Rodari, all’anagrafe Giovanni Rodari, dice che per Franco fu una notte indimenticabile, quando i pastelli, uno dopo l’altro, gli mostrarono quello che sapevano fare. Per esempio, gli disegnarono e dipinsero tante bandiere, che la stanza sembrava un giorno di festa nazionale. E che fecero la bandiera tricolore e la bandiera rossa, e si accapigliarono perché ciascuno voleva che la propria bandiera fosse la più bella, poi fecero la pace e disegnarono tutti insieme una bandiera di sette colori. E poi dissero: «Ecco qui, ci siamo tutti e sette e non si fa torto a nessuno. Ora andremo veramente d’accordo.»
venerdì 15 novembre 2019
La New Wave italiana (il blogroll – 12 / per posta – 5)
Anche alla fine dell’anno del blogroll ci sono ancora delle cose che spuntano.
Che avesse ripreso a raccontare delle storie verticali lo sapete tutti, però lo segnalo lo stesso perché l’ho appena spostato nel gruppetto della New Wave italiana del mio feedreader (uso feedly, quello gratis, se vi interessa), e sto parlando di:
giovedì 14 novembre 2019
Credete alle fate?
C’è molto buio, come quasi tutte le sere, e solo una lucina da lettura col suo braccino pieghevole illumina il libro e il suo intorno di facce e cuscini e coperte tirate su fino alle spalle. Io sto leggendo a voce alta col magone e gli occhi bagnati, perché è lo stesso passo del libro di Peter Pan che legge la mamma di Elliott alla piccola Gertie (Drew Barrymore) in E.T. L’Extraterreste, quindi, insomma, capite il coinvolgimento. E…
«Di secondo in secondo, la luce di Trilly si attenuava, e Peter sapeva che la piccola fata non avrebbe più avuto vita quando la fiamma si fosse spenta.
Felice di quelle lacrime, Trilly sporse le sue piccole dita per sentirle scorrere. Parlò anche, ma la sua voce era ormai così fioca che subito Peter non afferrò quanto diceva. Poi capì. Trilly gli stava dicendo che era certa di guarire se i bambini avessero creduto ancora alle fate.
Peter tese le braccia. Non c’erano più bambini là, ed era notte. Ma si rivolse a tutti quelli che in quel momento stavano sognando l’Isolachenonc’è e che perciò erano più vicini di quanto immaginiate. Bambini e bambine nelle loro camerette e piccoli selvaggi nei cesti appesi agli alberi: tutti furono interpellati da Peter.
— Credete alle fate?
Trilly si alzò a sedere sul letto con una certa vivacità per udire le risposte…
…
— CREDETE ALLE FATE?
Eh?
Tu ci credi alle fate?»
«No. Io credo solo ai draghi.»
Addio, piccola Trilly.
mercoledì 13 novembre 2019
Nori (3)
E in un libro che si chiama Bassotuba non c’è, del 1999, Paolo Nori dice che quando incontra la gente, che gli chiedono Come va? per un attimo ha la tentazione di dirglielo.
martedì 12 novembre 2019
Mento (non sapendo di mentire)
Ieri sera il Miny mi ha chiesto: «Perché il mento si chiama mento?»
Gli ho risposto che non lo sapevo, ma che avrei studiato e glielo avrei detto il giorno dopo, cioè oggi.
Lui mi ha detto «Ok» e poi è andato a dormire.
Intanto, mentre dormiva, ho chiesto all’internet (cioè a facebook, che adesso è l’internet, ahinoi e ahime) se qualcuno avesse idea del perché il mento si chiama mento così da poter fare una bella figura col Miny il giorno dopo, cioè oggi.
La risposta più bella l’ha data un’amica, che ha detto che il mento si chiama mento «perché non poteva chiamarsi altrimento».
lunedì 11 novembre 2019
Carrère (2) (e forse Twain)
E sempre in un libro che si chiama Io sono vivo, voi siete morti, del 1993, Emmanuel Carrère dice che nel rispondere a un giornalista che gli aveva chiesto della sua infanzia, Mark Twain aveva accennato al suo gemello, Bill. E che lui, cioè Mark Twain, e Bill da neonati si assomigliavano al punto che per distinguerli i genitori avevano legato al polso di ognuno un nastrino di colore diverso. E che un giorno li lasciarono soli, senza controllo, nella vasca da bagno, e uno dei due annegò e i nastrini si erano sciolti. «Per cui», concludeva Mark Twain, «non si è mai saputo chi dei due sia morto, se io o Bill».
venerdì 8 novembre 2019
C.C.C.P.
Chiedevo sempre a mio padre cosa volesse dire C.C.C.P., quando lo leggevo sulle canottiere degli atleti ai mondiali o alle olimpiadi.
Mio padre rispondeva tutte le volte: «Col Cazzo Che Perdiamo!»
Avevo dieci anni quando cadde il muro. Quasi undici.
(una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo, il 9 novembre)
Shock culturale
I miei genitori, che da anni, ma forse sono già decenni, collaborano attivamente col Progetto Chernobyl di Carpi, Novi e Soliera, la scorsa settimana erano andati a Minsk per un tour serratissimo di ospedali, cliniche, associazioni e cose così. Quando il Miny l’aveva saputo, aveva fatto loro una richiesta molto precisa.
E quindi è successo che loro l’avevano preso in parola, e per quattro o cinque giorni, mentre giravano per la città, gli ospedali, le cliniche e le associazioni, hanno chiesto a tutti quelli che incontravano dove potessero trovarne un Topo colosso di Minsk, ricevendo come unica risposta solo grandi facce storte a forma di punto interrogativo.
Tutte le volte che ci ripenso e me li immagino, casco dalla sedia dal ridere.
Però, bisogna dire, sono stati comunque molto bravi, mi hanno portato a casa una bottiglia di vodka Beluga, che anche se è russa, anzi siberiana, va poi benissimo lo stesso.
giovedì 7 novembre 2019
Trout
E in un libro che si chiama Venere sulla conchiglia, del 1975, Kilgore Trout riporta un poema epico intitolato Edipo 1 – Sfinge 0, di Ippolito dei “conti” Bruga, nato Julius Ganz, che riassume in tre versi l’infinita, enigmatica rete delle cause e degli effetti, e dove la Sfinge dice che il mondo è un’intricata finzione e chiede se c’è un filo o non c’è, per uscire dal labirinto, e Edipo le risponde che certo che c’è, ma è finto.
mercoledì 6 novembre 2019
Senza una ragione particolare o una ricorrenza precisa
Oggi, mentre ero in tutt’altre faccende affaccendato, mi è capitata sotto gli occhi la foto che avevo scattato alla Torre Civica di Novi di Modena (natìo borgo selvaggio) il ventinove maggio del duemiladodici, sì, quel giorno là.
Sapevo che era finita nella pagina di Wikipedia del paesello, ma non sapevo che fosse stata cannibalizzata da altre pagine forestiere dedicate a Novi di Modena, come quella araba, quella russa o quelle di lingue che non non ho idea di cosa siano. Sono molto contento.
Comunque, se uno non ha voglia di cliccare in giro, la foto è questa qui:
martedì 5 novembre 2019
Fruttero & Lucentini (3)
E in un libro che si chiama La prevalenza del cretino, del 1985, Carlo Fruttero e Franco Lucentini dicono che, quando sente parlare di revival della samba, delle ghette o della polenta, la gente dovrebbe toccare ferro, altro che sorridere compiaciuta.
lunedì 4 novembre 2019
Primo Halloween (anche per me)
31 ottobre 2019, interno tardo pomeriggio. Fuori è già quasi buio.
«Mi devo mettere il costume!»
«Abbiamo quello di Zorro che hai usato a Carnevale.»
«Ok.»
(Glielo metto.)
«Così però non sono mostruoso!»
(Tiro fuori la maschera dei Tre Allegri Ragazzi Morti; se la mette.)
«Vado a vedermi allo specchio.»
«Vai, sei l’Allegro Zorro Morto!»
(Ritorna.)
«No!»
«Perché no?»
«Non mi piace e mi stringe gli occhi.»
(Scartabello nello scatolone dei giochi e trovo la maschera di cartone di Sdentato, il drago di Dragon Trainer, che avevamo comprato in edicola un mese fa; gliela passo; se la mette; va allo specchio e ritorna.)
«Va bene, andiamo.»
«E così cosa sei, col costume di Zorro e la maschera di Sdentato?»
«Sono il drago della giustizia!»
«Ok»
(Andiamo.)
venerdì 1 novembre 2019
Manzoni
E in un libro che si chiama I promessi sposi, del 1842, Alessandro Manzoni dice che si potrebbe, tanto nelle piccole cose, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare. Ma che parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, e dice noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire.
Ciao mondo
Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/
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Tutti i martedì sono uguali, ma alcuni martedì sono più uguali degli altri: </ferie>