mercoledì 29 giugno 2022

Mia nonna faceva dei risotti buonissimi (un discorso)

[E questo è il testo del discorso che ho letto ieri a Novi di Modena, per l’Aia Folk Festival organizzato dal Coro delle Mondine di Novi di Modena. C’era Giancarlo Frigieri ad accompagnarmi con la chitarra e a suonare qualche pezzo (metto i link a Spotify qui sotto). Avremmo dovuto farlo all’aperto, ma minacciava pioggia e temporale, quindi ci hanno spostati nella sala da ballo del Circolo Arci Taverna, con le porte e le finestre aperte per non morire dal caldo. Avremmo dovuto farlo amplificato, ma quando il fonico è arrivato a chiederci cosa ci servisse gli abbiamo detto: non ci serve niente. Abbiamo fatto tutto davvero unplugged, sfruttando l’eco della sala, girando tra il pubblico, in mezzo alle sedie, con traiettorie casuali e pestando un piede ogni tanto, ma è stato davvero bello.
«Non avevo mai visto tanta gente piangere tutta insieme» mi ha scritto Gianca stamattina. Neanche io, devo ammettere. Buona lettura.]

***

Buonasera.
Si sente se parlo così?
Bene.
C’è caldo, eh? Portate pazienza.

Ecco, allora, ciao, io mi chiamo Marco Manicardi, sono il figlio di Iules e della Francesca e il nipote di Corrado e dell’Ada, e sono un novese, o meglio lo sono stato per i primi 26 anni della mia vita, dopo sono andato ad abitare a Carpi per questioni d’amore. Abito lì da 17 anni e sono 17 anni che la mia compagna mi dice che secondo lei mi ha tolto il selvatico.
Forse qualcuno di voi mi ha già sentito leggere, qui a Novi, e mi ha sentito leggere delle cose che parlavano a volte del terremoto, altre volte di Novi e dei novesi, di nonni e di bisnonni, di piccole lotte private contro il fascismo e di tante altre cose che, nel Novecento, sembravano normalissime. E anche oggi vi parlo più o meno di quelle cose lì, ma ve lo dico meglio dopo.

Prima vi presento il chitarrista che mi accompagna, si chiama Giancarlo Frigieri, viene da Sassuolo, per vivere spedisce piastrelle, ma nella vita è anche un grandissimo cantautore. Io e Gianca ci conosciamo da vent’anni, forse di più, e lui delle volte scrive delle canzoni che parlano anche di posti come questo. Adesso ve ne fa sentire una. (Ci sono due o tre parolacce, non gravissime, ma nell’arte le cose van chiamate col loro nome; lo dico per i bambini presenti, se ce ne sono. Il mio è lì, per esempio; comunque non è nulla, non preoccupatevi).

venerdì 24 giugno 2022

28 giugno: Mia nonna faceva dei risotti buonissimi

E martedì 28 giugno, verso le 21:00, al Parco della Resistenza di Novi di Modena, dentro l’Aia Folk Festival 2022, leggo una cosa che si intitola Mia nonna faceva dei risotti buonissimi, mentre Giancarlo Frigieri mi accompagna con la chitarra e suona qualche pezzo.
L’Aia Folk Festival è quella cosa molto bella organizzata nel mio natìo borgo selvaggio dal Coro delle Mondine di Novi di Modena. Anche mia nonna, quando era giovane, tutti gli anni la caricavano su un camioncino e la portavano in Piemonte. Il perché facesse dei risotti buonissimi lo spiego poi martedì, se ci riesco. Comunque ci provo.

mercoledì 22 giugno 2022

Roddenberry

E nell’ultimo paragrafo dell’epilogo di un libro che si chiama La fisica di Star Trek, del 1995, di Lawrence Maxwell Krauss, c’è una frase di Eugene Wesley Roddenberry Sr., meglio conosciuto come Gene Roddenberry, che dice così:

«La specie umana è un organismo notevole, con un grande potenziale, e io spero che Star Trek abbia aiutato a mostrarci che cosa possiamo diventare se crediamo in noi stessi e nelle nostre capacità»

Il mio tema che parlava del Novecento finiva con quella citazione lì, virgolettata e tutto, nel 1998, l’anno dell’ultimo esame di maturità in sessantesimi.
Era andato anche abbastanza bene, se non mi ricordo male.

giovedì 16 giugno 2022

Oh no, love, you’re not alone

Era una notte d’agosto, tornavo da Urbino con Grushenka, stavamo insieme da qualche mese e quella era la nostra prima vacanza: eravamo andati al festival Frequenze Disturbate a vedere i Dinosaur Jr, Julian Cope, gli Echo & The Bunnymen, gli Yo La Tengo e degli altri. Erano stati tre giorni molto belli, noi avevamo il fuoco delle cose nuove che ci bruciava dentro e quella notte là, saranno state le due o le tre, sfrecciavamo su un’autostrada vuota verso quella che da un mese circa era casa nostra con la mia vecchia Ford Fiesta, che chiamavamo Ronzinante e che aveva ancora la radio con le cassette. Le cassette si sentivano quasi tutte male, consumate dagli ascolti e dalle intemperie, ma ce n’era una che ero sicuro avrebbe suonato a dovere, così l’avevo pescata dalla tasca dello sportello alla mia sinistra e l’avevo infilata nel mangianastri. Avevamo cantato tutto il disco che c’era registrato sopra, e quando era arrivata l’ultima canzone l’avevamo urlata, insieme, con tutto il fiato che avevamo. Eravamo una cometa che schizzava sull’asfalto, a metà strada tra le Marche e l’Emilia, e sulle note finali, quando mi ero messo a fare il coro canticchiando “wonderful“, Grushenka aveva cominciato a ridere fortissimo e mi aveva detto uno dei suoi primi «ti amo» mentre la cassetta scattava sul lato A per ricominciare.
Dev’essere uno dei modi in cui nasce una “nostra canzone”, perché da quel giorno l’ultima canzone di quel disco lì lo era diventata per noi.

Era il 2005 e The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars aveva trentatré anni. Oggi ne compie 50 e Rock’n’roll Suicide è ancora la nostra canzone.
Pensa te.

martedì 14 giugno 2022

Invecchiare (7)

E l’altro giorno eravamo in un bagno affollatissimo della riviera romagnola, eravamo in tredici, stavamo festeggiando un nostro amico che tra un po’ si sposa. Ma comunque, eravamo in questo bagno molto affollato con la musica molto alta e avevamo bevuto non molto, moltissimo, e stavamo bevendo ancora, coi piedi nella sabbia e le facce ebeti e fuori posto, quando un gruppetto di ragazzi che stava festeggiando un diciottesimo compleanno si era avvicinato a noi e abbiamo scambiato qualche parola. Ce n’era uno, tra questi ragazzi, vestito un po’ da fighetto con la camicia aperta sul petto senza neanche un pelo, i capelli scolpiti e con la faccia placida e pulita, che è venuto vicino a me e al mio amico Paltro a chiederci cosa stessimo facendo.
«È un addio al celibato,» gli abbiamo spiegato.
«E quello che si sposa è quello lì vestito da cretino?» Ci ha chiesto.
«Sì,» gli abbiamo risposto.
E abbiamo chiacchierato quattro o cinque minuti con lui. Ci ha chiesto quanti anni avevamo, gli abbiamo detto che siamo sui quaranta.
«Potreste essere i miei genitori,» ci ha detto.
«Sì,» gli abbiamo risposto con la testa bassa.
Poi ci ha chiesto delle altre cose: se avevamo bevuto, quanto, cosa; come passavamo le serate a quarant’anni, se avevamo mogli e figli, e così via. E si vedeva, giurerei, che non ci stava prendendo per il culo, non stava deridendo dei vecchi fuori luogo, ma era davvero interessato a queste strane forme di vita un po’ euforiche che aveva di fronte. Non sono sicuro che stesse osservando come sarebbe potuto diventare, ma comunque era curioso e gentile. Era bello parlare con lui. Faceva stare bene.
E «mi raccomando, non ascoltare quello che ti dicono quelli della nostra età, non seguire i nostri consigli e fai di testa tua, sempre.» Gli ho detto alla fine. Ero sincero.
Lui ci è un po’ rimasto. Poi il mio amico Paltro gli ha circondato le spalle col suo braccione tatuato, e con la faccia seria e un po’ commossa gli ha detto: «Segui sempre i tuoi sogni.»
E ci siamo salutati. Lui è tornato a festeggiare con i suoi amici neo diciottenni, noi vecchi ci siamo incamminati verso un altro bagno, forse il terzo o il quarto. Ci siamo fermati a pisciare nella pineta, abbiamo sbraitato qualcosa di cretino al futuro sposo, e una volta ci siamo guardati negli occhi, io e Paltro, e abbiamo annuito. Ci eravamo capiti. Eravamo contenti.
E abbiamo ricominciato a bere.

lunedì 6 giugno 2022

Trentacinque anni fa

Era il 7 giugno del 1987, avevo otto anni e dormivo dai nonni insieme a mio papà. Erano le quattro o le cinque del mattino, mi ero svegliato perché c’era del trambusto che veniva dal piano di sotto. Ero sceso dal letto, mi ero infilato le ciabattine e affacciandomi alle scale avevo visto mio papà che era già vestito per uscire, stava prendendo le chiavi della macchina.
«Papà, posso venire anch’io?» Gli avevo chiesto.
«No,» aveva risposto mio papà, «devi andare a scuola, torna a letto.»
Qualche ora dopo ero in classe, in seconda elementare, erano gli ultimi giorni poi sarebbero iniziate le vacanze. Avevo aspettato che la maestra finisse di fare l’appello, poi avevo alzato la mano.
«Marco, cosa c’è?» Aveva chiesto la maestra.
«Devo dire una cosa,» Avevo risposto.
«Va bene, dilla pure.»
«Stanotte è nata mia sorella.»
E tutta la classe, mi ricordo, si era messa ad applaudire.

Dopo, al pomeriggio, mio papà era tornato a casa, aveva mangiato qualcosa, mi aveva caricato in macchina e mi aveva portato all’ospedale di Carpi. C’era da attraversare un corridoio che mi ricordo molto lungo, poi si entrava in una stanza divisa a metà da un vetro. Dall’altra parte del vetro c’erano due o tre incubatrici con dentro dei bambini molto ma molto piccoli. Io arrivavo a vederli solo in punta di piedi, e mentre ero lì che guardavo senza saper bene come stare e che cosa fare, mio papà con un dito mi aveva indicato una delle incubatrici.
«È quella lì.»

Allora non avevo ben capito il perché fossero tutti così in ansia, invece adesso, che sono papà anch’io, quando ci ripenso mi viene un po’ il magone. Mia sorella era un cosino piccolino, tutto scuro, quasi violaceo, rannicchiato a occhi chiusi dentro una teca di vetro. Era nata prima del previsto, un po’ troppo per poter essere fuori pericolo, e per qualche settimana andavamo là tutte le sere per vedere se tutto procedeva come doveva procedere. In parole povere, andavamo a vedere se era ancora viva.

E adesso mia sorella compie trentacinque anni.
Io ne ho quarantatré e pian piano va a finire che diventiamo coetanei.
Ci penso e mi viene solo da dire una cosa banale, ma che comunque è abbastanza vera: «vacca d’un cane, come passa il tempo.»

Auguri, sorellina.
Avanti così.

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/