E nella Favola degli animali truccati, dentro a un libro che si chiama Favole da riformatorio, del 2019, Ugo Cornia dice che nella foresta avevano iniziato a comparire sempre più spesso delle scritte preoccupanti, che lasciavano perplessi gli animali più anziani, come “L’ISTINTO È UNA MERDA”, “L’ISTINTO CI HA ROTTO I COGLIONI”, “FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI”, “SEGUI L’ISTINTO? SEI PROPRIO UN VECCHIO ZEBEDEO”. E che, insomma, tra i giovani animali, era diventato normale farsi due risate sull’istinto. E che si era un po’ tirato fiato quando sulla vecchia quercia era comparsa la scritta “VIVA LA FIGA” che aveva qualcosa di antico e di tradizionale, come dicevano tra di loro. E che la scritta era un po’ volgare, ma rivelava finalmente qualcosa di fortemente istintivo, e che finché si scriveva “VIVA LA FIGA” tutto continuava a andare secondo i vecchi binari. Ma poi era arrivata la voce che “VIVA LA FIGA” l’aveva scritto una giovane cavallina, non un cavallo, e questo aveva destato delle ansie ulteriori.
giovedì 30 luglio 2020
mercoledì 29 luglio 2020
Di' la verità
Adesso che son passati dei mesi, puoi anche ammetterlo: la prima volta che ti sei infilato la mascherina nel braccio ti sentivi un figo.
lunedì 27 luglio 2020
Dei ricordi (17)
Il 27 luglio del 2015 era sera, ero fuori a bere e scrivevo una cosa intitolata “una cosa che ho notato” e che diceva che:
La narrativa, nelle conversazioni, è diventata piena di reading.
È molto bello, per esempio, origliare il flirt che una tipa sconosciuta racconta alla sua amica del cuore, nella tavolata della festa della birra di fianco alla nostra, leggendo qualche decina di migliaia di battute dalla cronologia di WhatsApp.
Poi, peccato, sono arrivati prepotentemente i vocali.
sabato 25 luglio 2020
Wu Ming 1 e Santachiara (e Calvino, Pavone e Revelli)
E in un libro che si chiama Point Lenana, del 2013, Wu Ming 1 e Roberto Santachiara dicono che in quelle settimane di sbandamento, per dirla con il partigiano Kim in Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, bastava «un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si trova[va] dall’altra parte». E che «questo nulla», come aveva scritto lo storico Claudio Pavone, era «capace di generare un abisso». E che poteva trattarsi di «un incontro casuale con la persona giusta o con la persona sbagliata; e poteva ricollegarsi al modo in cui si erano vissute le giornate seguite al 25 luglio [1943]», cioè alla caduta di Mussolini. E che in quei giorni Nuto Revelli era un tenente degli alpini appena tornato dalla Russia, ma era già un partigiano quando, il 12 ottobre 1943, scrisse sul suo diario: «Al 26 luglio si poteva anche scegliere sbagliato. Se mi picchiavano, se mi sputavano addosso, forse sarei passato dall’altra parte, con i fascisti, con le vittime del momento. Oggi sarei con le canaglie, con i barabba, con le spie dei tedeschi.»
venerdì 24 luglio 2020
Chiedo scusa
Nell’ultimo post, che era una specie di elogio funebre per un amico che non sapeva di essere mio amico, ho scritto “è venuto a mancare” invece di “è morto”. Chissà cosa mi passava per la testa. Chiedo scusa.
mercoledì 22 luglio 2020
Così va la vita (annunciando i temporali)
La settimana scorsa è venuto a mancare uno, qui in città, che era ormai anziano e pieno di acciacchi. Lo potevi incontrare sempre in giro per Carpi, di giorno e di sera, quando lui faceva il suo giro lungo tutto il perimetro delle mura cittadine, o anche più in là delle volte, fino in via Manzoni. Ogni tanto si fermava in un bar a fumare una sigaretta, quando non tirava una boccata la teneva sempre accesa stretta tra il pollice e l’indice, con la brace all’interno dell’incavo della mano come a non voler disturbare nessuno. Ogni tanto beveva un birrino, poi si alzava e s’incamminava verso il prossimo bar. Ogni tanto si fermava per la strada a guardare per terra, con le gambe dritte ma incrociate, un po’ ingobbito e le mani dietro la schiena, incrociate anche loro, la sigaretta sempre tra il pollice e l’indice e la brace nell’incavo della mano, che se gli arrivavi di fronte vedevi il filo di fumo che gli saliva da dietro la schiena. Ogni tanto si sentivano dei fischi altissimi o un cioccare forte di mani o lo sbattere contro la serranda chiusa di un negozio, quando abitavo in centro, qualche anno fa, me ne accorgevo sempre, voleva dire che stava per arrivare un temporale e poi il temporale arrivava davvero. E in una una scatola di latta in cui da vent’anni infilo un po’ di tutto, e la chiamo la mia scatolina di Čičikov, ma è più simile alla collezione del protagonista di Ogni cosa è illuminata, dovrebbe ancora esserci un chiodo arrugginito che mi aveva regalato lui un giorno che ci eravamo incrociati sotto il portico dicendomi che era un regalo perfetto per me, dopo lo cerco. Se al tavolino di un bar gli dicevi «Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori», lui ti recitava tutto il primo canto dell’Orlando Furioso. Se glielo chiedevi, ti diceva che non mangiava una bistecca dal 1982. Salutava sempre.
Ieri o l’altro ieri hanno appeso il mortorio “a funerali avvenuti”. Ci hanno scritto sopra che “è mancato all’affetto dei suoi cari” sabato 21 luglio, che è un giorno che non esiste.
L’altro giorno, su Facebook, uno ha scritto «Se n’è andato un amico che non sapeva di essere mio amico». Ecco.
Così va la vita.
lunedì 20 luglio 2020
Battista
E in un capitolo intitolato martedì 20 luglio 1943 di un libro che si chiama Io sono la guerra, del 2012, Adelchi Battista dice che subito dopo l’una del mattino, nel settore di Ostia, bombardieri angloamericani si avvicinano a 6000 metri di altezza. Nessuna batteria contraerea è in funzione. Roma sudest è ancora un cumulo di macerie fumanti. Questa volta, però, lasciano cadere solo volantini di propaganda, che riportano per filo e per segno il discorso congiunto di Churchill e Roosevelt del 16 luglio. Stavolta nessuna squadra della milizia si precipiterà a raccoglierli, e nessuno stornello di dileggio solcherà i vicoli di Roma. Mentre la nevicata di carta scende sulla città, alcuni ignoti sovversivi tracciano con la vernice nera un’enorme scritta sul muro che delimita la ferrovia adiacente via Casilina.
MEGLIO L’AMERICANI SULLA CAPOCCIA
CHE MUSSOLINI TRA LI COJONI.
domenica 19 luglio 2020
Dei ricordi (16)
Il 19 luglio del 2017 ero in vacanza e scrivevo che:
La felicità potrebbe anche essere un ghiacciolo al limone, davanti al Tour de France, nel baretto sulla spiaggia, un pomeriggio di sole.
Una cosa, ormai, quasi irripetibile.
sabato 18 luglio 2020
Lewis
E un libro che si chiama March. La trilogia, del 2018, scritto da John Robert Lewis insieme a Andrew Aydin e disegnato da Nathan Lee Powell, comincia così:
venerdì 17 luglio 2020
Cose che mi piacciono molto (7)
Tipo quando suonano le campane di fianco a casa mia, che dal mio balcone alla cima del campanile ci saranno trenta metri in linea d’aria, forse meno, e sopra al campanile ci sono sempre appollaiati venti o trenta o quaranta piccioni; e quando suonano le campane, che suonano pochissimo perché quelle della chiesa qui di fianco non battono le ore, ma solo le messe, i funerali, i vespri e il mezzogiorno, i piccioni, bum!, scattano in volo tutti insieme come se qualcuno avesse tirato una schioppettata, e con le campane è tutto un frullare d’ali e un tubare concitato; e specie durante la scampanata di mezzogiorno o quella dei vespri, che durano qualche minuto in più delle altre, loro, i venti o trenta o quaranta piccioni, tutti insieme volano in cerchio attorno al campanile e ogni tanto provano ad atterrare per appollaiarsi come prima, ma le campane suonano ancora e loro appoggiano solo le zampine per una frazione di secondo e poi via, rispiccano il volto e frullano e tubano e delle volte mi passano così radenti al balcone che fanno impressione; finché poi le campane smettono e, in silenzio, lo stormo torna ad appollaiarsi sul campanile, e sono tutti così tranquilli, come se non fosse successo niente. Che invidia.
mercoledì 15 luglio 2020
Una stupidata
Ieri sera, dopo cinque mesi, sono andato a un concerto. Non mi sembrava vero.
Poteva anche essere brutto, e sarebbe stato bello lo stesso. Per fortuna è stato bello, quindi è stato bellissimo. Sul palco c’era Caso che suonava con la band (in passato l’avevo sempre visto da solo), e di fianco a loro Francesco Farabegoli (disappunto) dipingeva dal vivo.
E a un certo punto, scusate, è una stupidata, ma mentre ero lì seduto a guardare e ad ascoltare ho notato che Caso, che è alto, magro, con la barbetta e il cappellino, aveva portato con sé un bassista alto, magro, con la barbetta e il cappellino, e un batterista alto, magro e anche lui con la barbetta e il cappellino. Allora, è stato automatico, ho pensato subito a quello che c’è scritto nel settimo capitolo di un libro che si chiama Le avventure di Pinocchio. Storia di un Burattino, del 1881, di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini, dove Pinocchio prima fa lo schizzinoso e non vuole mangiare le bucce e i torsoli delle pere che gli dà Geppetto, poi però ha talmente fame che mangia anche quelli, e Geppetto gli dice:
— Vedi, dunque, che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi nè troppo sofistici nè troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I casi son tanti!…
E mi sono messo a ridere da solo.
(L’avevo detto che era una stupidata.)
lunedì 13 luglio 2020
Tolstoj (7)
E nella prima parte del quarto volume di un libro che si chiama Guerra e pace, del 1869, di Lev Nikolàevič Tolstòj, il principe Andrej Nikolàevič Bolkonskij, mentre era lì che aspettava di morire, pensava che amare tutto e tutti, sacrificarsi sempre per l’amore, significava – non amare nessuno, significava – non vivere di questa vita terrena.
sabato 11 luglio 2020
Dei ricordi (15)
L’11 luglio del 2017, la mattina appena sveglio, avevo scritto una cosa intitolata “praticamente un sogno erotico” che diceva così:
Stanotte, a un certo punto, è arrivata Debbie Harry, mi ha guardato negli occhi, mi ha messo una mano sulla spalla, mi ha detto: «Non preoccuparti, è tutto ok.»
Un anno prima, l’11 luglio del 2016, invece, c’era caldissimo, erano le sei di sera, e scrivevo una cosa intitolata “ciao” che diceva così:
Sono quello che aveva lasciato gli occhiali da sole sul cruscotto e dopo si è bruciato il naso.
E l’11 luglio del 2015, infine, ero in vacanza sull’Appennino modenese, e verso sera scrivevo una cosa intitolata “truestory” che diceva così:
Siamo a Monzone, frazione di Pavullo nel Frignano, a mangiare borlenghi e crescentine alla Festa del Bosco. Non c’è neanche un albero. Però i borlenghi e le crescentine sono molto buoni, c’è l’orchestrina del liscio, e i camerieri sono quasi tutti bambini che indossano delle magliette arancioni con su scritto «emargina l’astemio».
giovedì 9 luglio 2020
Torbato
Tutti gli anni, per il mio compleanno, Grushenka mi regala una bottiglia di whisky abbastanza costoso e torbato, anzi torbatissimo, che è quello che mi piace di più. L’anno scorso era un Caol Ila Moch, quest’anno è un Aberlour, ma tutti gli anni cambia.
Io col whisky ho il problema che se ne bevo un bicchiere poi mi esplode la testa, quindi il mio torbato, anzi torbatissimo, me lo centellino per bene durante l’anno, e ne bevo solo un dito prima di andare a letto, quando tutti già dormono, la casa è in silenzio e l’unico rumore è quello delle gomme sull’asfalto delle due o tre macchine che passano e delle volte sfrecciano per la strada vicina; un dito, solo un ditino, annusandolo tantissimo, tranne da metà maggio a metà settembre, perché non mi piace berlo col caldo. E così ci metto un anno a finire la mia bottiglia di torbato, anzi torbatissimo. Me la godo. Se sono bravo, bevo l’ultimo goccio il giorno prima di compiere gli anni, quando poi arriva la bottiglia nuova.
Compio gli anni il 7 febbraio. Quest’anno la bottiglia è finita l’altro ieri.
mercoledì 8 luglio 2020
Pavese
E nelle prime pagine di un libro che si chiama La spiaggia, del 1942, di Cesare Pavese, il protagonista sta passeggiando con un suo amico, Doro, e insieme stanno parlando di un contadino un po’ burbero che viveva da quelle parti, e dicono così:
– Cos’era? un uomo rappresentativo? – dissi.
– No, un uomo nato per tutt’altro, uno spostato, uno di quelli che imparano a esser furbi perché fanno una vita che non li contenta.
– Tutti dovrebbero esser furbi, allora.
– Infatti.
lunedì 6 luglio 2020
7 luglio
Sette anni fa, avevo appena 34 anni, ero con mio nonno, Corrado, fuori da un bar dove i miei genitori avevano organizzato un piccolo rinfresco per festeggiare la laurea in Scienze dell’Educazione di mia sorella, presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia; mentre eravamo lì, io e mio nonno Corrado, che parlavamo del più e del meno, a un certo punto lui si era fatto pensieroso e mi aveva detto: «Oh, questa è la piazza dove hanno ammazzato quei manifestanti.»
«Sì, nel ’60,» gli avevo subito risposto prendendo l’occasione al volo, che mi piaceva sempre quando mio nonno cominciava a parlare delle cose passate, del PCI e degli scioperi, eccetera, e devo anche aver provato a canticchiare il ritornello dei Morti di Reggio Emilia.
Lui aveva annuito e alzando un braccio aveva indicato un punto preciso della piazza.
«Io ero là,» mi aveva detto, «eravamo in fondo al corteo perché noi che venivamo dai paesi più lontani eravamo sempre gli ultimi. Non mi ricordo se ho sentito le schioppettate, ma mi ricordo che a un certo punto si son messi tutti a correre verso di noi, scappavano via.»
Delle volte coi nonni funziona così, quando invecchiano, si ricordano le cose solo quando c’è un oggetto o un posto che gli accende una lampadina in testa che magari era spenta da un bel po’, perché che fosse stato lì il giorno della strage, mio nonno, Corrado, non me l’aveva mica mai detto.
Allora mi ero messo a fare un rapido calcolo: lui era del ’25, era nato in dicembre, i morti di Reggio Emilia erano del 7 luglio del 1960; quindi quel giorno là doveva avere appena 34 anni.
E mentre deglutivo e mi veniva la pelle d’oca, anche se era un giorno abbastanza caldo, mio nonno, Corrado, era già rientrato nel bar, al rinfresco della laurea di mia sorella in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia, per provare a mangiare un pasticcino o due in più, anche se gli avevano detto di limitarsi coi dolci per via del diabete, della pressione e tutto.
Ma era fatto così, Corrado, era sempre stato un gran goloso.
domenica 5 luglio 2020
Dei ricordi (14)
Il 5 luglio del 2012, l’anno del terremoto, scrivevo una cosa intitolata “come scrittore aderisco perfettamente alla mia opera omnia” che diceva così:
Ho sempre detto che se avessi passato un mese a casa avrei scritto il mio primo romanzo. Sono a casa da un mese e mezzo e non ho scritto una riga.
E lo stesso giorno, qualche ora dopo, il mio amico Gabriele Capra Malavasi postava sulla mia bacheca una poesia di Corrado Costa intitolata Vita di Lenin, che fa così:
Vita di Lenin
Con assoluta fedeltà
è rispettato il tempo
naturale
della vita di Lenin.
Riprodotti con assoluta fedeltà
i sogni e le insonnie
di Lenin. Integrali le ore
dell’infanzia, i giorni
della scuola, ripetuto tutto, anche le conversazioni
occasionali alla fermata del tram.
Rispettati i silenzi. I lapsus.
Il film dura 54 anni.
Si dovrebbe almeno
rivederlo due volte.
Le due cose non erano collegate. Credo.
giovedì 2 luglio 2020
Non è detto
Mi ricordo che nel 2012, qui in Emilia, il terremoto lo chiamavano tutti il sisma.
Poi pian piano hanno smesso.
Quindi c’è il caso che prima o poi ricominceremo, il covid, a chiamarlo virus.
O al limite coronavirus. Però non è detto.
mercoledì 1 luglio 2020
Majakóvskij
E in un poema che si intitola Uomo, del 1918, che si trova anche dentro a un libro che si chiama Poemi, del 1963, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij si domanda chi abbia ordinato ai giorni di luglieggiare.
Ciao mondo
Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/
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E l’8 marzo del 1898, su una pagina del diario , scritto tra il 1862 e il 1910, Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja To...
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Tutti i martedì sono uguali, ma alcuni martedì sono più uguali degli altri: </ferie>