lunedì 30 dicembre 2019

L'anno del blogroll (e quello che verrà)

E quindi è andata, dai. O quasi, insomma. Manca domani, ma domani è facile.
Avevo iniziato l’anno, proprio il primo di gennaio, scrivendo:

[…] ho anche pensato che, se ci riesco, e non è detto che ci riesca, proverò a raccontare della nostra piccola Grande Guerra privata del 2015-2018, coi suoi caduti, i suoi feriti, le sconfitte e le vittorie. Magari a puntate, che ai muri di testo non siamo più abituati. Non so con quale cadenza, penso settimanale. E negli altri giorni proverò a scrivere delle altre cose, così, come mi vengono in mente, come se fossero ancora gli anni zero della blogsfera.

E a scrivere tutti i giorni ci sono quasi riuscito. Almeno fino a giugno ho davvero scritto tutti i giorni la prima cosa che mi veniva in mente (a parte un giorno, ma poi un altro giorno ne ho scritte due, quindi è patta). Dopo, ci sono riuscito un po’ meno, ripromettendomi di scrivere tutti i giorni a parte il sabato, la domenica e le ferie. E più o meno è così che è andata.

Il proposito di raccontare la nostra piccola Grande Guerra privata del 15-18, invece, no, quello non ci sono riuscito. Ho pubblicato il prologo, il primo capitolo, un intermezzo e ancora adesso ho un post in bozza che si intitola “Il 15-18: Capitolo 2 (Ring of Fire)”, ma dentro è vuoto. Ce l’ho tutto in testa, solo che non riesco a farlo arrivare alle dita.
Vabbè.

venerdì 27 dicembre 2019

Duemiladiciannove (due foreste)

Quest’anno, da gennaio a dicembre, ho piantato sette alberi per gli amici che hanno compiuto quarant’anni (e uno anche per me): tre cedri (nome scientifico: Cedrela Odorata) a Torbeck, nel dipartimento sud di Haiti; una gravillea (nome scientifico: Gravillea Robusta) a Nyakoe, un neem (Azadirachta Indica) a Kilifi e due peri d’acqua (Syzygium Guineense) a Nginda, in Kenya; una moringa (Moringa Oleifera) alle falde del Kilimanjaro, in Tanzania. L’ho chiamata La foresta degli ANTA.

Poi ne ho piantati cinque per dei parenti, erano i miei regali di Natale: un (o una) guava (Psidium Guajava) e un albero di caffè (Coffea Arabica) a Saramthali, in Nepal; due alberi di cacao (Theobroma Cacao) nel centro del Camerun; un banano (Musa Paradisiaca) nel distretto di Samburu, In Kenya. L’ho chiamata La foresta degli alberi di Natale.

giovedì 26 dicembre 2019

Duemiladiciannove (Natale)

Una camicia, una felpa, un cesto di frutta, una borraccia termica, un buono per una libreria, dei soldi, delle mutande, una cassa di lambrusco, un grasparossa, Andate tutti affanculo (il libro), Momenti straordinari con applausi finti, due salami e un pezzo di Parmigiano Reggiano.

lunedì 23 dicembre 2019

Neri

E in un libro che si chiama Cosmo, del 2016, Marino Neri dice che se sei un uccello sei sempre in viaggio a inseguire le stagioni del mondo.
E poi, di seguito, per spiegare meglio la frase, riporta alcune definizioni:

  • Mondo: l’universo e i corpi celesti, ma anche il creato oppure la terra.
  • Terra: Europa, Asia, Africa… Oppure la società umana le suo complesso.
  • Uomo: trenta litri d’acqua, grasso per sette pezzi di sapone, ammoniaca sufficiente per pulire una casa, sale per un pranzo, zucchero per venti tazzine di caffè, fosforo per trentasei scatolette di fiammiferi, tanto ferro da fare un chiodo.

venerdì 20 dicembre 2019

Cose che mi piacciono molto (6)

Tipo quando pioviggina per tre o quattro giorni di fila, o se non pioviggina ma c’è comunque quella nebbia bagnata che sta lì tutto il giorno, come adesso, per giorni, a far diventare le strade umidicce e fangose, che ogni quattro o cinque chilometri devi far andare lo spruzzino e i tergicristalli perché non si vede più niente per lo sporco, lo smog e lo schifo sul vetro, e le macchine che girano sono sporche (che tanto cosa la lavi a fare?) e assomigliano tutte alla mia.

giovedì 19 dicembre 2019

Wallace (4)

E in un’intervista con William R. Katovsky, del 1987, dentro a un libro che si chiama Un antidoto contro la solitudine, del 2012, a cura di Stephen J. Burn, David Foster Wallace dice che aveva fatto un sacco di volontariato in una casa di cura di Amherst e che leggeva la Divina Commedia a un vecchietto, il signor Shulman, e che un giorno gli aveva chiesto di dove fosse. E il vecchietto gli aveva detto: «Vengo dalle Montagne Rocciose, un po’ più a est di qui». E lui: «Signor Shulman, le Montagne Rocciose sono a ovest rispetto a noi». E il vecchietto aveva fatto un segno di voilà con le mani, e aveva detto: «Io smuovo le montagne». E poi dice che questa immagine gli è rimasta impressa. E che la letteratura o smuove le montagne o è noiosa; o smuove le montagne o sta col culo piantato per terra.

martedì 17 dicembre 2019

L'Emilia-Romagna, spiegata bene (Ghost Towns)

E nella penultima o terzultima puntata intitolata [allora ci sentiamo dopo venerdì] Ghost Towns | Influencer | Carni alla griglia della sua newsletter settimanale, che esce tutti i venerdì, Gianluca Diegoli, conosciuto nella blogsfera e nei socialcosi anche come @gluca o [mini]marketing, dice una cosa che copincollo qui sotto perché così facciamo prima:

lunedì 16 dicembre 2019

Majakóvskij (2)

E in un articolo che si intitola La mia scoperta dell’America, del 1925, che si trova anche dentro a un libro che si chiama America, del 1997, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij dice che ha saputo che, se un americano fa solo punte di aghi, sa farlo meglio di ogni altro al mondo, ma che potrebbe non aver mai sentito parlare di crune.

domenica 15 dicembre 2019

Dei ricordi (7)

Il 15 dicembre del 2014, nel tardo pomeriggio, scrivevo una cosa intitolata “maledetto socialcoso che diec’anni fa non c’era” accompagnata da una foto e che diceva:

Dieci anni fa, oggi, più o meno a quest’ora, a una trentina di chilometri da dove mi trovo in questo momento, dentro un’aula piena di gente, avevo appena finito di discutere una tesi di laurea in Ingegneria Informatica dal titolo Sviluppo di schemi di locomozione per robot auto-riconfigurabili attraverso il middleware TOTA (Tuple On The Air) ed ero appena diventato ufficialmente un ingegnere informatico.
Dopo, mi ricordo, avevo iniziato a bere.
E poi, dopo ancora, non mi ricordo più.

venerdì 13 dicembre 2019

Fitzgerald (3)

E sempre in un libro che si chiama Belli e dannati, del 1922, Francis Scott Key Fitzgerald dice che nel 1913, quando Anthony Patch ne aveva venticinque, già da due anni l’ironia – questo Spirito Santo dei giorni nostri – era discesa, in teoria perlomeno, su di lui. E che l’ironia era l’ultimo tocco al lustro della scarpa, era l’ultimo colpetto di spazzola alla giacca, era una sorta di “Ecco fatto!” intellettuale.

giovedì 12 dicembre 2019

E adesso si può dormire?

Stamattina ero a Milano, per lavoro, e mentre camminavo con gli occhi bassi per guardare Google Maps e raggiungere il cliente da cui dovevo andare, a un certo punto mi sono dovuto bloccare per non pestare un mazzo di fiori:

mercoledì 11 dicembre 2019

Babel’ (2)

E al primo congresso dell’Unione degli Scrittori Sovietici, nel 1934, Isaak Ėmmanuilovič Babel’ disse che, dal momento che si era parlato di silenzio, non si poteva non parlare di lui, cioè di Isaak Ėmmanuilovič Babel’, gran maestro di quel genere letterario.

martedì 10 dicembre 2019

Degli altri giorni, invece

Degli altri giorni, invece, come ieri, quando devo andare da dei clienti lontanissimi, in posti irraggiungibili in giornata col treno, e quindi prendo la macchina, quattro ore per andare, qualche ora a lavorare, quattro ore per tornare, quasi tutte in autostrada a guardarmi intorno, o negli specchietti retrovisori, freccia a sinistra, superare un camion, rientrare, freccia a sinistra, superare un camion che supera un camion, rientrare, una tappa in autogrill per pisciare, ripartire subito, magari un caffè ma veloce, cambiare autostrada due o tre volte, freccia a destra, svincolo, freccia a sinistra, raccordo, sempre da solo, quei giorni lì metto quattro o cinque dischi nell’autoradio e li ascolto due o tre volte, ogni tanto canto, o mi accorgo di cantare, se me ne accorgo, mentre guardo il navigatore sempre più spesso per vedere quanto manca, e non parlo con nessuno, e non dico niente, mai, a parte quando canto, e non penso a niente, la testa vuota, per chilometri, per ore, fino a quando ritiro la Viacard dalla macchinetta dell’ultimo casello, che c’è già buio e sembra notte, la sbarra si alza e una voce di signorina registrata mi dice «Arrivederci!» e lì mi fermo un secondo, col motore acceso, il finestrino abbassato, e le rispondo anch’io, «Arrivederci,» cortesemente, e la ringrazio molto, perché mi ha scaldato il cuore.

lunedì 9 dicembre 2019

Cornia (3)

E sempre in un libro che si chiama  Le pratiche del disgusto, del 2007, Ugo Cornia dice che un bel momento è avvenuta la sostituzione del pensare col far finta di pensare e che contemporaneamente è avvenuta anche un’altra sostituzione e al posto delle occasioni di formazione dei pensieri (ovvero la realtà) adesso c’è la frequentazione dei più svariati apparati di recitazione dei pensieri, che danno luogo a questa spettacolosa messa in scena del fatto che ci siano in giro tantissimi pensieri e tanta gente che li afferra.

venerdì 6 dicembre 2019

Fondamentalismo Gregoriano

Ecco, siamo alla fine del 2019 e già da un po’ si vedono spuntare le classifiche di qualsiasi-cosa del decennio. I migliori dischi degli anni 10, i migliori libri degli anni 10, i migliori scaldabagno degli anni 10 e così via. Come se dal primo di gennaio del 2020 cominciassero gli anni 20 del XXI secolo. E invece no.
Come no?
Eh, no.
Ma valà!
E invece è proprio così.

Mi spiego:

giovedì 5 dicembre 2019

Čechov (2)

E in un racconto intitolato Nemici, del 1887, Anton Pavlovič Čechov dice che in genere le frasi, per quanto belle e profonde siano, fanno effetto soltanto sugli indifferenti, ma non sempre possono soddisfare chi è felice o infelice, e che perciò la più alta espressione della felicità o dell’infelicità è per lo più il silenzio; e che gli innamorati si capiscono meglio quando stanno zitti, e che un discorso caldo e appassionato detto su una tomba commuove soltanto gli estranei, ma alla vedova e ai figli del morto sembra freddo e futile.

mercoledì 4 dicembre 2019

Una specie di poesia (con la febbre)

Ieri Grushenka, nel primo pomeriggio, mi ha scritto così:

Ho finito la pastina avanzata ieri
e ho preso un’aspirina.
Tremo tutta.
37,5 e mi sento sottoterra.
Forse sono un uomo.

martedì 3 dicembre 2019

Ferris

E in un libro che si chiama La mia cosa preferita sono i mostri, del 2017, di Emil Ferris, la protagonista, Karen Reyes, sente la sua vicina di casa, Anka, sussurrarle all’orecchio che un nazista è una persona che sceglie di non vedere ciò che le impedirebbe di essere crudele, anche se ciò che non vede rappresenta lo specchio della crudeltà che la distruggerà.

lunedì 2 dicembre 2019

Dei ricordi (6)

Il 2 dicembre del 2018, era una domenica mattina, quasi le 11:00, mi ero svegliato da poco tutto esaltato e avevo scritto una cosa intitolata “e poi ieri sera” che, riferendosi appunto alla sera prima, diceva:

dopo che avevo letto delle cose davanti a della gente, è arrivata la Mila, la mia maestra delle elementari, a complimentarsi e a ringraziarmi, e io l’ho guardata commosso e le ho detto «ma no, grazie a te, che mi hai insegnato a leggere.»

E invece, molti anni prima, anzi, dieci anni fa, il 2 dicembre del 2009, avevo scritto una cosa intitolata “sono un appetente” che diceva:

quasi quasi (ri)apro un blog…

Tre giorni dopo, poi, l’avevo riaperto.
E quel gesto lì mi ha cambiato la vita. Ma per davvero.

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/