sabato 25 marzo 2023

Da quando si sono inventati il #Dantedì

Tutti gli anni penso che sarebbe proprio bello (ri)cominciare a (ri)leggerlo, così, dall’inizio alla fine, senza note, commenti e spiegazioni. Poi va sempre a finire che non lo faccio.
Ma comunque, anche quest’anno mi torna in mente il mio verso preferito, che si trova nella terza parte, intitolata il Paradiso, di un libro che si chiama Comedìa, o Commedia, conosciuto soprattutto come Divina Commedia, o La Divina Commedia, del milletrecento e qualcosa, e più precisamente è il verso 81 del Canto IX, dove Dante Alighieri, o Alighiero, battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante, dice così:

s’io m’intuassi, come tu t’inmii

E anche un po’ più su, ce n’è un altro, il verso 73, che dice:

«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»

Che sono di quelle cose che, quando le leggo, mi viene sempre da dire: vacca d’un cane.
E lo dico con ammirazione e tale devozione, che è il motivo per cui di Dante cerco di parlare pochissimo, o addirittura di non parlarne mai per stare, come si dice, dalla parte del frumentone.
E bon, tutto qui. A posto così.
Buon #Dantedì.

martedì 21 marzo 2023

Catalano

E in una poesia intitolata il mare visto da un poeta, dentro a un libro che si chiama Motosega, del 2007, Guido Catalano, poeta vivente, dice che una cosa che gli dà noia dei poeti è che difficilmente se gli chiedi di controllarti l’olio, o le pasticche dei freni, sono capaci.


(E anche questa è una cosa che posto tutti gli anni, nella Giornata Mondiale della Poesia)

domenica 19 marzo 2023

Il nome del padre

Mio padre si chiama Iules, ma non si è sempre chiamato così. Prima era Jules, con la J.
Fino ai quarant’anni, o poco più, cioè fino all’età che ho io in questo momento, che a pensarci mi gira un po’ la testa, su alcuni dei suoi documenti c’era la I e su altri c’era la J. All’anagrafe dicevano che c’era la I, ma poi si grattavano la nuca e rispondevano che boh, non erano tanto sicuri neanche loro, perché una volta le schede venivano compilate a mano e proprio lì, sotto la I di Iules, c’era una specie di sbavo. Non si capiva se fosse inchiostro sputato dalla penna o uno sbavo intenzionale: nel 1953 la J non era una lettera molto in voga, c’era anche della gente che non la conosceva e forse l’impiegato dell’epoca, nel dubbio, o per timidezza, aveva sbavato apposta.

Mia nonna Ada, sua madre, gli aveva messo nome Jules perché era una grandissima appassionata dei fotoromanzi di Grandhotel, e nei fotoromanzi di Grandhotel c’era un personaggio di nome Jules che, da quello che avevo capito quando aveva provato a spiegarmelo, era un gran bel figaccione. Allora m’immagino che mio nonno, quando era corso all’anagrafe per registrare suo figlio, avesse scritto Jules su un bigliettino, copiandolo da un numero di Grandhotel con la calligrafia tremolante per l’emozione e per la scarsa abitudine allo scrivere, e non s’immaginava, forse, che Jules si dovesse leggere alla francese. All’impiegato dell’anagrafe aveva detto «iules», così, leggendolo com’era scritto, poi gli aveva fatto vedere il bigliettino e l’impiegato, nel dubbio, doveva aver compilato la scheda, forse apposta, con quello sbavo sulla I per farla sembrare una J.

Mi ricordo che mio padre fino ai quarant’anni, o poco più, cioè fino all’età che ho io in questo momento, che è una cosa abbastanza incredibile, si firmava con una I che sembrava una J, ed era contento e a posto così. Faceva anche un più bel ricciolo, sotto la I, una cosa quasi artistica, una specie di manifestazione di felicità ogni volta che doveva firmare un assegno o un voto sul mio diario o una giustificazione per la scuola. E io lo guardavo sempre con ammirazione, quando firmava, e gli dicevo: «Papà ma che bella firma, ma che bel nome» .

Solo che poi, un giorno, gli era arrivata una lettera dallo Stato o da quella cosa che adesso si chiama Agenzia delle Entrate e una volta si chiamava in un altro modo. Dentro c’era scritto che bisognava prendere una decisione per chiudere la questione, perché lassù, negli uffici misteriosi della burocrazia statale, non erano mica tanto sicuri che fossero arrivate tutte le bollette e che fossero state pagate tutte le tasse.
Con quella lettera gli dicevano più o meno che: Gentilissimo Sig. Iules, oppure Jules, si decida, Le mandiamo un modulo da compilare e Lei, entro e non oltre la tal data, deve scegliere il nome con cui vuoLe essere identificato una volta per tutte; in seguito Le invieremo tutti i documenti nuovi di zecca e aggiorneremo tutte Le sue pratiche; però si decida, perché qua non ci capiamo niente. Fiduciosi nella Sua pronta collaborazione, le porgiamo i nostri più Cordiali Saluti. Firmato: Lo Stato.

E mio padre, me lo ricordo proprio così, è stato una settimana col mento appoggiato sul pugno, seduto al tavolo della cucina, a decidere come chiamarsi da lì in poi.

Poi una mattina, senza dir niente a nessuno, si era alzato presto, si era vestito bene ed era andato alle Poste a imbucare il modulo compilato. Quando era tornato a casa si era fatto un caffè, e quando ci eravamo svegliati tutti, mia mamma, mia sorella e io, ci aveva chiamati in cucina e ci aveva detto: «Ragazzi, ho una notizia da darvi: mi chiamo Iules con la I.»

giovedì 9 marzo 2023

La solitudine

E ieri sera mi è capitata una cosa che per me è stata la prima volta: ero al cinema da solo. Non da solo nel senso che ci sono andato da solo, che ogni tanto lo faccio, da sempre, o almeno da quando avevo vent’anni, no… ero al cinema da solo nel senso che nella sala c’ero solo io, se escludiamo il proiezionista che, ok, stava chiuso nel suo sgabbiotto. E così, sarà perché era uno strano mercoledì di inizio marzo in seconda serata, e che il film era già in sala da tre settimane e in più la proiezione era l’unica in lingua originale, ma, ecco, ero arrivato in orario, avevo parcheggiato, avevo prenotato il mio posto alla cassa, bello centrale, D8, in quarta fila perché mi piace sempre stare un po’ davanti, avevo preso una birra e dei popcorn, ero entrato, dieci minuti dopo mi ero girato, non c’era nessuno, non arrivava nessuno, ero da solo.
Dopo era iniziato il film, mi era anche piaciuto, nonostante le brutte recensioni che avevo letto in giro. A un certo punto mi era caduto un popcorn, mi sentivo a disagio, un imbrattatore di sale cinematografiche, non ero mica tranquillo, e alla fine del primo tempo mi ero guardato intorno, ero sempre da solo, mi ero piegato, l’avevo cercato, il popcorn caduto, l’avevo trovato sotto il seggiolino davanti e me l’ero messo in tasca. E alla fine, quando ero lì che aspettavo la scena dopo i titoli di coda, mi sentivo un un po’ un coglione.
E quindi, niente, ho deciso che d’ora in poi provo a non lamentarmi più della gente che parla a voce alta, che commenta, che guarda il telefono, che whatsappa, che schiamazza, che mangia le patatine cercandole scrocchiando fino in fondo al sacchetto, che rutta, che russa, che eccetera. Perché, ci ho messo del tempo, ma ho capito che il cinema è un’esperienza sociale e che fino a poco tempo fa, quando nei cinema c’erano più persone, eravamo fortunati. E che invece per fare quello che ho fatto ieri sera, guardare un film in un bel silenzio, da soli, senza nessuno che disturba, bastano poi un televisore molto grande e una buona connessione.

mercoledì 8 marzo 2023

Tolstaja

E l’8 marzo del 1898, su una pagina del diario, scritto tra il 1862 e il 1910, Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, scriveva che nella sua anima stava avvenendo una battaglia fra il desiderio ardente di andare a Pietroburgo a sentire Wagner e altri concerti e il timore di dare un dispiacere a Lev Nikolaevič e di sentirsi questo dispiacere sulla coscienza. E scriveva che quella notte aveva pianto a causa di quella pesante sensazione di mancanza di libertà che gravava sempre più su di lei. E che di fatto, naturalmente, era libera. Aveva soldi, cavalli, vestiti, tutto: avrebbe potuto fare le valigie, salire in carrozza e andare. Era libera di leggere le bozze, di comprare le mele per Lev Nikolaevič, di cucire i vestiti per Saša e le camicie per il marito, di fotografarlo in tutte le pose, di ordinare il pranzo, di sbrigare le faccende di tutta la famiglia; era libera di mangiare, di dormire, di tacere e di rassegnarsi. Ma, scriveva, non era libera di pensare a modo suo, di amare quello e quelli che sceglieva lei, di andare dove le interessava e dove si sentiva spiritualmente a proprio agio; non era libera di occuparsi di musica, non era libera di cacciar fuori dalla propria casa quelle innumerevoli persone inutili, noiose e spesso molto cattive e di ricevere persone buone, piene di talento, intelligenti e interessanti. E scriveva che per lei la vita era poco allegra, difficile… Ma poi scriveva che «allegria» non era la parola giusta. Che non aveva bisogno di quello. Aveva bisogno di vivere una vita ricca di contenuto, tranquilla, e invece viveva nervosamente, con difficoltà e in modo vuoto.
Così scriveva su una pagina del diario Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, l’8 marzo del 1898.


(È una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo)

venerdì 3 marzo 2023

Dostoevskij (3)

E soprattutto grazie a un libro che si chiama Sanguina Ancora (sottotitolo: L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij), del 2021, di Paolo Nori, è da un po’ che ho cominciato a rileggere in ordine cronologico i libri di Dostoevskij (e delle volte a leggerli per la prima volta, come per esempio Povera gente e Il villaggio di Stepančikovo e i suoi abitanti, che non li avevo mai letti), e adesso sto leggendo una traduzione molto bella di Delitto e castigo, fatta da Damiano Rebecchini e che esce per Feltrinelli, e, insomma, quello che volevo dire è che a un certo punto c’è Raskol’nikov, il personaggio principale di Delitto e castigo, che si è addormentato tra i cespugli di un parco perché è un po’ agitato per dei motivi che non sto a raccontarvi ma che sono poi la colonna portante del romanzo, e ha mangiato poco e ha bevuto della vodka, un bicchierino, ma non ci era più tanto abituato, e fa un sogno, e Fëdor Michajlovič Dostoevskij dice che:

Quando si è malati, i sogni hanno una particolare vividezza e nettezza e presentano una straordinaria somiglianza con la realtà. A volte la visione è mostruosa, ma l’ambiente e il modo in cui si sviluppano i fatti risultano così verosimili, e con tali minuti dettagli, inattesi ma perfettamente in armonia con tutto l’insieme, anche dal punto di vista estetico, che neanche chi li ha sognati saprebbe inventarli quando è sveglio, fosse anche un talento come Puškin o Turgenev.

Poi per cinque pagine racconta il sogno di Raskol’nikov, con tali minuti dettagli, inattesi ma perfettamente in armonia con tutto l’insieme, anche dal punto di vista estetico, che io me lo immagino lì, di notte, curvo in una stanzetta poco illuminata e piena di fumo, ha appena finito di scrivere, addrizza la schiena, Fëdor Michajlovič Dostoevskij, dà una sorsata di tè forte e freddo, e dalla sua faccia si vede che un po’ gli scappa da ridere.


(Qui ci sono delle altre cose su Dostoevskij, se interessano.)

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/