giovedì 30 gennaio 2020

Dei ricordi (9)

Il 30 gennaio del 2017, poco dopo l’ora di pranzo, scrivevo una cosa intitolata “capirai” che diceva così:

La prima volta che porto mio figlio da McDonald’s e nell’Happy Meal regalano un libro. Diventerà un secchione.

Non ci siamo ancora tornati.

mercoledì 29 gennaio 2020

Balbi (2)

E in un libro che si chiama L’ultimo orizzonte, del 2019, Amedeo Balbi dice che la consapevolezza dei propri limiti è uno dei tratti che definiscono e rendono efficace il metodo scientifico e che, semmai, ci aiuta a non cadere vittima della confusione, a rimanere lucidi di fronte all’incertezza. E che dire «non so» è, in molti casi, l’unica cosa sensata da dire, ed è comunque sempre preferibile a una posizione non basata sull’evidenza.

lunedì 27 gennaio 2020

Una piccola spinta che sento sotto le chiappe

Otto anni fa sono stato sul Treno della Memoria, da Fossoli a Birkenau, insieme al dottor Carlo Dulinizo e a una marea di studenti delle superiori. Al ritorno, qualche mese dopo, mandandoci dei messaggi tra Carpi e Cuba (dove si trovava in quel momento il dottor Dulinizo), avevamo poi scritto un piccolo reportage in due parti per No Borders Magazine, cominciava così:

domenica 26 gennaio 2020

Quel friccicorino in cabina…

… e la paura di sbagliare, piegare le schede con cura.
Prima di entrare, fermarsi a guardare i tabelloni, cercando di non sostare troppo su una lista, ché non si facciano delle idee. Con la matita tiri una linea troppo lunga e arrivi quasi alla fine del quadrato, e hai paurissima di invalidarla. Fare quindi la ics pian pianino, precisa, attenta. Ripassarla due, tre volte, ché sembra sempre troppo sottile, o troppo chiara. Mettere da parte le schede, però non ci stanno, quindi controllare che mentre fai la ics non ce ne sia una sotto per sbaglio. Poi piegarla e metterla da parte. E via con la seconda. Magari hai anche le regionali, quindi scrivere per bene la preferenza. Non come le altre volte, che volevi scrivere un nome, e poi ti sei scordato.
Riaprire le schede, ricontrollare.

mercoledì 22 gennaio 2020

A metà

Ieri mattina uno scrittore inglese di nome Alex Christofi diceva su Twitter che il giorno prima era stato definito «assassino di libri» da un suo collega, perché lui, Alex Christofi, ha l’abitudine di tagliare a metà i libri lunghi, così sono più comodi da portare in giro. E chiedeva se per caso c’era qualcun altro che facesse la stessa cosa.
Metteva anche una foto dei suoi libri tagliati:

martedì 21 gennaio 2020

Dick

E in un saggio intitolato Come costruire un Universo che non cada a pezzi dopo due giorni, del 1978, dentro a un libro che si chiama Se vi pare che questo mondo sia brutto, del 1999, Philip Kindred Dick dice che la realtà è ciò che non sparisce quando smetti di crederci.

lunedì 20 gennaio 2020

La dolce metà

Tu l’hai mai vista La dolce vita?, mi dice lei, sei anni fa, oggi.
Macché, le rispondo.
Pensa che strano, mi fa, neanche io, eppure siamo due tipi che ci piacciono i vecchi classici.
Eh, dico io, è strano.
Va bene, decide lei, andiamo a casa mia, ce l’ho in videocassetta.

martedì 14 gennaio 2020

Fruttero & Lucentini (4)

E in un’opera teatrale che si chiama La cosa in sé, del 1982, di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, c’è una figlia che dice a un medico che l’unica cosa di cui Cartesio non dubitava era di esserci lui stesso. «Penso, dunque sono». E che tutto il resto, cose e persone, poteva benissimo esistere solo nella sua testa.
E il medico le risponde che poi s’è visto che non era vero, perché Cartesio è morto e loro, tre secoli dopo, sono ancora lì.
E allora la figlia gli dice che questo non significa che fosse sbagliata l’idea. E che significa semplicemente che il vero solipsista non era Cartesio.

lunedì 13 gennaio 2020

La Bionda e il Nemico

Mia bisnonna si chiamava Galavotti Angiolina, prima il cognome e poi il nome, come d’uso tra la gente nata povera e mezzadra, specie nel 1905, anno di nascita, appunto, di Galavotti Angiolina detta Bionda. Bionda forse per il colore dei capelli, non lo so, io li ho sempre visti in bianco e nero, sulle foto e sulla sua testa. Per me e per la mia famiglia resta ancora un mistero.

Ci ricordiamo, invece, dell’altro soprannome che aveva: Scelba. E la Bionda, Scelba, non era, come avrete capito, una personcina alla mano. Era spietata, una matriarca, una matrona, una severa padrona di casa come in un romanzo ottocentesco; ma a me voleva bene, e me ne voleva talmente tanto che penso di essere stata la persona che da lei, in vita sua, ha ricevuto più sorrisi di tutti. Con mia sorella non era così. Con lei mai un sorriso, solo convenzioni e convenevoli, magari soldi, ma mai sorrisi. Per me, il maschio primogenito, sorrisi e buffetti. Sorrisi, buffetti e minestrone: lei faceva sempre il minestrone.

sabato 11 gennaio 2020

Dei ricordi (8)

L’11 gennaio del 2009, verso l’1 e mezza del mattino, cioè in piena notte, avevo scritto una cosa così:

Pecorino Collefrisio d’entrata, Chateau Coucy Montagne Saint-Emilion a seguire, Anisetta Meletti in chiusura. Possiamo dormire beati.

Poi l’anno dopo, l’11 gennaio del 2010, alle 9:23, si vede che avevo finito le ferie, perché avevo scritto una cosa così:

oggi si ritorna a viver come bruti.

L’11 gennaio del 2015, invece, era una domenica mattina, scrivevo una cosa intitolata “cose nuove sul frigo, che adesso, oggettivamente, è un signor frigo” accompagnata da una foto:

La relatività

«La crescita è qualcosa che non si vede. E la grandezza è un compleanno.»
(il Miny, che ha quattro anni e mezzo, quasi cinque)

venerdì 10 gennaio 2020

Wallace (5)

E in un’intervista con Larry McCaffery, del 1993, sempre dentro a un libro che si chiama Un antidoto contro la solitudine, del 2012, a cura di Stephen J. Burn, David Foster Wallace dice che l’ironia e il cinismo erano esattamente la reazione che ci voleva all’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. E che è questo che rende i primi scrittori postmoderni dei grandissimi artisti. E che il grosso merito dell’ironia è che spacca le cose a metà e va a guardarle dall’alto, così da rivelarne i difetti, le ipocrisie e le duplicità.
E dopo dice che l’ironia e il cinismo postmoderni sono poi diventati fini a se stessi, sono diventati la misura della sofisticatezza e della spregiudicatezza letteraria. E che pochi artisti osano parlare dei modi in cui si possa tentare di porre rimedio a quello che non va, perché a tutti i cultori dell’ironia blasé sembrerebbero sentimentali e ingenui.
E poi dice che l’ironia si è trasformata da uno strumento di liberazione in uno strumento di schiavitù. E che in un bellissimo saggio che aveva letto da qualche parte c’era una frase in cui si diceva che l’ironia è il canto del prigioniero che è arrivato ad amare la sua cella.

giovedì 9 gennaio 2020

Scarpe rotte

[Il pezzetto qui sotto l’avevo scritto il 9 gennaio del 2010, dieci anni fa, su Barabba, e lo riporto così com’era, a parte qualche piccola correzione, perché sono fatto così.]

(Oggi)
oggi, sessant’anni fa, alle fonderie di Modena vengono ammazzati sei operai, feriti altri duecento, dalla polizia. Oggi, sessant’anni fa, mio nonno Corrado mi racconta che l’hanno saputo quasi subito anche a Novi, quello che era successo, a trenta e passa chilometri di distanza.

(Dopodomani)
dopodomani, sessant’anni fa, mio nonno Corrado si mette in marcia con un gruppetto di novesi: scioperano, mettono su le scarpe nuove e s’incamminano fino a Modena per i funerali. A Fossoli tirano su altri gruppetti come loro, e via andare; a Carpi fanno altrettanto, e via, ancora, andare; lo stesso a Soliera, a Ganaceto, a Lesignana e a Ponte Alto, sempre lo stesso passo, senza rallentare, mi racconta mio nonno Corrado, senza rallentare fino alle fonderie, via, andare. Sempre lo stesso passo perché trenta e passa chilometri non sono uno scherzo per chi esce dal paese solo per le feste, magari col carretto e le scarpe nuove in spalla per andare a ballare alla Festa de l’Unità di Carpi, che dicono che sia la più bella e poi è così grande.

mercoledì 8 gennaio 2020

The rise and fall of Louis Cristoforetti

Mi chiamo Louis Cristoforetti, ho una cattedra di Letteratura nell’università della città e ogni tanto scrivo dei racconti per alcune riviste poco conosciute, sono interpretato da Matthew McConaughey nel fiore degli anni, tipo ai tempi di Contact; la mia compagna è una critica letteraria, tra le più famose al mondo, si chiama Grushenka ed è interpretata da Sandra Bullock, siamo molto innamorati.
È un mattino assolato e caldo, stiamo andando nell’auditorium di un grosso centro commerciale dove verrà consegnato un premio letterario molto ambito, con una ricompensa in denaro da far girare la testa. Grushenka è la presidente della giuria, quei soldi ci servono per finire di pagare la casa e mi ha detto che farà di tutto per farmelo vincere. In concorso, infatti, c’è anche un mio racconto, si chiama A-27 e tutti dicono che sembra scritto da un nuovo David Foster Wallace, e la cosa mi fa molto piacere, anche se a me, personalmente, questo mio racconto non piace più.

lunedì 6 gennaio 2020

Gipi

E in un racconto intitolato Puzzola, del 2001, dentro a un libro che si chiama Boschi mai visti, del 2018, Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, dice che nella zona commerciale c’è una palestra dove si fa la ginnastica ai glutei. E che ci sono parti del corpo che hanno preso il potere, potevano non contare un cazzo e invece ne determinano l’economia. E che questo non dovrebbe accadere in un corpo civile.

sabato 4 gennaio 2020

I mattini passano chiari

Ieri notte scartabellavo col contenuto di una scatola di latta in cui da vent’anni infilo un po’ di tutto, la chiamo la mia scatolina di Čičikov, ma è più simile alla collezione del tizio protagonista di Ogni cosa è illuminata. Dentro, per dire, ci sono i biglietti dei concerti, tutte le mie tessere ARCI dal 2000 all’anno scorso, ma anche le tessere degli altri posti, tipo ce n’è una dell’Ekidna del 2003, e le tessere dell’ANPI; e poi tante altre cose: cartoline che mi hanno spedito quando ancora si spedivano le cartoline, partecipazioni a matrimoni, ricordini di parenti e amici morti, diari di viaggio improvvisati, spillette e adesivi, ingressi ai musei, due pass da “Relatore” del Salone del Libro di Torino, un pezzo di porfido della piazza di Carpi, un orologio da taschino fermo per sempre, delle foto e tante altre cose.
E tra tutte queste cianfrusaglie di una vita mi è saltato in mano un foglietto con una poesia o, anzi, sembrano due poesie intrecciate, una scritta in nero e una in rosso, che son stato lì quasi una notte intera e tutto il giorno dopo per capire cosa fossero e chi le avesse scritte.
La parte in nero, ci ho messo poco, è di Cesare Pavese. La parte in rosso mi mandava nei matti, ma poi cercando bene l’ho trovata nelle Poesie da decubito di Azael. Allora ho capito: è il foglietto di quella volta, il 3 novembre del 2011, in cui Azael presentava Favola d’amore triste per malati di mente allo Zammù di Bologna, e mi aveva chiamato sul palco (anche se non c’era proprio un palco, ma si stava lì in piedi tra i tavoli) a leggere con lui.
Io facevo Cesare Pavese, Azael faceva Azael, e la doppia poesia che ho trovato sul foglietto è questa qui:

venerdì 3 gennaio 2020

Cave

E nella trentacinquesima puntata della sua newsletter, che si chiama The Red Hand Files, Nicholas Edward Cave, Ufficiale dell’Ordine dell’Australia, dice che i musicisti rischiano sempre di diventare obsoleti e di essere rimpiazzati dagli sforzi della generazione successiva, o dal mondo stesso e dalle sue grandi idee. E che non molto tempo fa la grande idea del mondo era la libertà di espressione. E che sembra che la nuova grande idea sia il moralismo.

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/