Che, alla fine, in quest’anno sgangherato, con queste due persone qui, che son quelle con cui passo il novantanove percento del mio tempo, ci siam poi tutto sommato divertiti.
venerdì 31 dicembre 2021
Dei ricordi (37)
Il 31 dicembre del 2015, qualche minuto prima di mezzanotte, scrivevo una cosa intitolata “propositi per il 2016” e che diceva così:
Scrivere, vivere, ridere. In ordine sparso.
Non sono più così ottimista.
E il 31 dicembre del 2009, un sacco di tempo fa, sempre verso sera scrivevo una cosa senza titolo che diceva così:
“Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente”… Anche per me.
Non sono neanche più così simpatico.
(Qui ci sono degli altri ricordi, se uno è interessato)
giovedì 30 dicembre 2021
Lessico famigliare (11)
E ieri sera ho giocato a Labirinto col Miny. Mi ha stracciato.
«Com’è che fai a vincere sempre?»
«È l’ingegno umano.»
«Vabbè, anche io ce l’ho, l’ingegno umano.»
«Allora il mio è fuoco alieno.»
«…»
(Qui c’è un altro po’ di lessico famigliare, se interessa)
mercoledì 29 dicembre 2021
venerdì 24 dicembre 2021
martedì 21 dicembre 2021
Dei ricordi (36)
Il 21 dicembre del 2016, ma anche il 21 dicembre del 2017, il 21 dicembre del 2018, il 21 dicembre del 2019 e il 21 dicembre del 2020 avevo scritto una cosa intitolata “ciao” che diceva così:
Volevo solo dire che «senza canditi» non è un valore aggiunto.
E adesso l’ho scritto anche il 21 dicembre del 2021.
A posto così.
lunedì 20 dicembre 2021
Stamattina
E stamattina ero su un treno regionale che veniva da Bologna, dove ero stato per lavoro. Ero già a Modena, stavo tornando a casa, e mi ero messo in un posto da due dietro a uno da quattro a leggere un libro sul Kindle. Era poi arrivato un ragazzo, età da universitario, e si era messo nei posti da quattro occupandone uno davanti a sé. Poco dopo era arrivata una ragazza, anche lei in età da Università, ma sembrava un po’ più vecchia di lui. Si erano messi a parlare del più e del meno, che musica ti piace, cosa fai per Natale, come vanno le lezioni di chitarra, cose così. Si capiva che era un’amicizia pendolare, di quelle che nascono sui treni, e che il ragazzo, se non tutti i giorni, abbastanza spesso, teneva il posto per quella ragazza che viaggiava nella stessa direzione. Si capiva anche che il ragazzo era molto interessato alla ragazza, una cotta di quelle che ti porti a casa e ci rimugini tutti i giorni, aspettando il treno successivo e magari l’occasione buona, per giorni, per mesi. E a un certo punto della discussione lei aveva detto che finalmente aveva incontrato uno, che era un po’ che si vedevano, e che stava aspettando solo che le chiedesse di sposarla. Aveva detto così.
E io l’avevo proprio sentito, anche il rumore, del cuore del ragazzo che finiva sotto le rotaie, schiacciato dalle ruote di tutti i vagoni di quel treno e di tutti quelli che sarebbero passati dopo sulla stessa tratta, oggi, domani e per sempre.
Dopo un attimo di silenzio, lui l’aveva guardata e le aveva detto che era contentissimo e che le augurava tutta la felicità del mondo.
Intanto la ragazza si alzava, e anche io mi alzavo, il treno rallentava e scendevamo a Carpi. Mentre il ragazzo senza più un cuore salutava con la mano e continuava il viaggio verso Mantova.
E il mio Kindle era spento da venti chilometri, ormai, nella tasca della giacca.
Erano due anni che non prendevo un treno regionale per lavoro. Mi era mancato molto.
Musica:
giovedì 16 dicembre 2021
18 dicembre: DUEPONTI al Flame Fest
E sabato 18 dicembre, se va tutto bene, coi DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) suoniamo al Flame Fest, il festivalino di musica bella che fanno all’Ekidna di San Martino Secchia, frazione di Carpi, in provincia di Modena. Comincia alle 18 e ci sono sette o otto gruppi (l’ordine lo scoprite quando siete là, quindi arrivate presto).
È la prima volta che suoniamo dentro all’Ekidna, dove negli ultimi vent’anni abbiamo visto suonare settordicimila persone che ci piacciono, quindi ci trema un po’ l’orlo delle mutande.
Qui c’è l’evento su fb con tutte le informazioni.
E questo è il volantino:
mercoledì 8 dicembre 2021
Lessico famigliare (10)
E niente, io sto con una che l’8 dicembre, tutti gli anni, invece di ascoltare John Lennon mette su Madonna (The Immaculate Collection). Poteva andare peggio.
(Qui c’è un altro po’ di lessico famigliare, se interessa)
mercoledì 1 dicembre 2021
Oggi
E oggi, col mio solito tempismo, ero andato dal gommista che mi aveva messo su gli pneumatici invernali, e quando mi aveva ridato la macchina, non si apriva più.
«Secondo me si è scaricata la chiave,» mi aveva detto il gommista.
«Eh, anche secondo me,» gli avevo risposto io.
Ed ero tornato a casa e, invece di cercare su Google un posto per farmi sistemare la chiave, come sarebbe stato normalmente perché sono fatto così, avevo trovato un video che spiegava come sostituire la batteria, e poi dopo l’avevo cambiata. E adesso l’ho provata, funziona, si apre e si chiude.
Ho fatto tutto da solo. Devo essere impazzito.
mercoledì 24 novembre 2021
26 novembre: DUEPONTI all'ATP
E, guarda un po’, venerdì 26 novembre, più o meno alle 22, coi DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) suoniamo all’ATP Live Music Club di Migliarina, frazione di Carpi, in provincia di Modena, un posto altrimenti conosciuto come Zazzabar. Suoniamo prima di SACROBOSCO (in maiuscolo, tutto attaccato) per una serata organizzata da Gigiabooking (anche loro tutti attaccati).
È la prima volta che suoniamo al chiuso, perciò ci trema un po’ l’orlo delle mutande.
Qui c’è l’evento su fb con tutte le informazioni.
E questo è il volantino:
domenica 21 novembre 2021
Zampetta
E insomma, è successa questa cosa molto piccola e semplice, ma a suo modo incredibile, e adesso ve la racconto.
Il 30 di ottobre, tornando dal mercato contadino, avevamo trovato un bruco tra le foglie di cicoria. Era un bruchetto verde, minuscolo, lungo un centimetro scarso, e di solito l’avremmo liberato sul davanzale o sul balcone, invece quel giorno l’avevamo preso insieme alla foglia di cicoria su cui era posato e avevamo messo tutto in un barattolo di vetro. Avevamo tappato il barattolo con una retina rossa.
La foglia di cicoria era finita in pochi minuti, e gli avevamo dato una foglia d’insalata. La foglia d’insalata era finita dopo neanche un’ora. Avevamo continuato così e lui era cresciuto, era diventato ogni giorno più lungo e più ciccione. E cagava tantissimo. Non avevamo idea di quanto cagasse un bruco, secondo me non ce l’avete neanche voi.
Il Miny l’aveva battezzato Zampetta.
giovedì 18 novembre 2021
Trucchi della borghesia (122)
I calendari dell’avvento.
Una volta, su Barabba, tenevamo una rubrica che si chiamava Trucchi della borghesia (e che era una specie di studio preciso e puntuale sulla perdita dell’umanità), e negli anni ne avevamo elencati ben 121, avevano partecipato in tanti. Ora, che Barabba è lì fermo da un po’, e visto che mi era venuto in mente un altro trucco della borghesia, bon, l’ho messo qui. Non so perché. È andata così.
martedì 9 novembre 2021
C.C.C.P.
Chiedevo sempre a mio padre cosa volesse dire C.C.C.P., quando lo leggevo sulle canottiere degli atleti ai mondiali o alle olimpiadi.
Mio padre rispondeva tutte le volte: «Col Cazzo Che Perdiamo!»
Avevo dieci anni quando cadde il muro. Quasi undici.
(una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo, il 9 di novembre)
giovedì 4 novembre 2021
Oggi
E oggi, per esempio, pensavo di avere avuto un’intuizione sorprendente, che non aveva mai avuto nessuno. Sono andato a controllare: ce l’hanno già avuta in mille. Allora, niente, non la dico neanche.
lunedì 25 ottobre 2021
Invecchiare (5)
Ho appena visto su facebook una foto del mare, con la spiaggia spoglia e nuda, i nuvoloni grigi a coprire il cielo, era intitolata “Il mare d’inverno…”, ed era piena di like e reazioni e con tanti commenti; e tra tutti quei commenti non ce n’era uno che dicesse «è solo un film in bianco e nero visto alla tv» o «è un concetto che il pensiero non considera» e, insomma, sono costernato.
giovedì 21 ottobre 2021
Così va la vita (più forte dei cannoni)
È da ieri che vorrei scrivere qualcosa e faccio fatica, e vorrei dire tante cose o vorrei stare zitto, e quindi non lo so. Allora faccio così: provo a dire la cosa su cui alla fine si concentrano tutti i pensieri, che è poi una delle cose più importanti tra quelle che mi siano capitate negli ultimi dieci anni, e questa cosa sono le telefonate.
Ogni tanto ne arrivava una che mi diceva più o meno: «Ciao Marco, ho visto quello hai scritto, ti va di leggerlo mentre noi cantiamo?»
E dopo stavamo al telefono delle mezz’ore a parlare dei perché e dei percome aveva pensato di organizzare tutto e i motivi per cui farlo e così via, fino ai massimi sistemi.
Che poi parlava lei, soprattutto. Io annuivo.
E ancora più potenti e memorabili erano le telefonate che cominciavano così:
«Ciao Marco, stiamo organizzando questa cosa, ti va di venire a leggere?»
«Ma guarda che non ho scritto niente.»
«Allora scrivi qualcosa.»
«Ma non saprei mica cosa dire.»
«Dai, che invece lo sai. Scrivi.»
Ed erano potenti perché mi facevano alzare il culo, quelle telefonate, cioè me lo facevano appoggiare su una sedia per mettermi a scrivere delle cose da leggere in pubblico. E io, alla fine, che forse neanche troppo inconsciamente nella mia vita adulta ho sempre provato a scappare da quel paesino di settemila abitanti, alla fine tornavo sempre lì, e quelle volte che tornavo proprio per fare quello che lei mi aveva chiesto di fare finivano per essere alcune delle esperienze più emozionanti della mia vita.
Il mio natìo borgo selvaggio, il paese in cui sono nato, non è che abbia tanto da offrire ai turisti e ai viandanti: non ha neanche una piazza, per dire. E però ha una cosa che sono arrivati a invidiarci in tutto il mondo, o almeno ce la invidiano quelli che ci hanno avuto un po’ a che fare, da spettatori o da collaboratori, e questa cosa è il Coro delle Mondine. Anzi, meglio: il Coro delle Mondine di Novi di Modena, soprattutto da quando c’era lei a dirigerlo, con la stessa passione e la stessa forza, sempre, che fossero a New York oppure a Rolo, di là dalla Fossa Raso.
Perché aveva questa cosa, lei, era potente con la voce e con le mani quando dirigeva il Coro, ma anche quando ti chiedeva e ti indicava quello che sarebbe stato giusto fare in una certa occasione. E quell’occasione finiva per avere sempre un senso altissimo e profondo, un senso antifascista, antirazzista, in prima linea per i diritti di tutti, per la pace, per l’ambiente, la giustizia e, insomma, era sempre qualcosa che ti rendeva attivo e cosciente, che ti aiutava a crescere e a provare capire. E quella cosa lì, oltre a quella di tramandare la memoria, è sempre stata la funzione del Coro delle Mondine di Novi, e lei l’aveva capito e dirigeva il Coro in quella direzione, senza mai tirarsi indietro, nei teatri, nelle piazze, nelle manifestazioni.
Era una specie di Comandante Partigiano.
Ciao Giulia, e grazie di tutto.
Eri davvero più forte dei cannoni.
venerdì 15 ottobre 2021
La notte scorsa
E la notte scorsa in sogno ero agitatissimo perché dovevo scrivere sul blog e non mi veniva in mente niente. Ed era la prima volta, cioè non la prima volta che non mi venisse in mente niente da scrivere su un blog, ma la prima volta che sognavo di dover scrivere qualcosa su un blog. E non era mai successo, che io ricordi, almeno da quando ho dei blog, cioè da metà ottobre del 2004. Una specie di anniversario.
giovedì 7 ottobre 2021
Funziona anche quest’anno
Una cosa che avevo scritto nel 2015 che diceva così:
A me il Nobel per la Letteratura piace un sacco perché tutti gli anni scopro uno scrittore nuovo.
(Che è una cosa che posto tutti gli anni; e, per amor di cronaca, aveva funzionato anche nel 2017, nel 2018, nel 2019 e nel 2020; nel 2016, invece, no, non aveva funzionato.)
martedì 5 ottobre 2021
E oggi
E comunque oggi sono salito in macchina, prima ancora di avviarla ho attaccato il telefono col cavetto usb al cruscotto, e non so cos’ho fatto ma è partita una chiamata d’emergenza che ho messo giù subito. Solo che quaranta secondi dopo mi è squillato il cellulare, il numero visualizzato era di un telefono fisso locale:
«Pronto?»
«Salve, Polizia. Abbiamo ricevuto una chiamata da questo numero.»
«Ah. Ehm… no… cioè, mi scusi… non so cos’ho toccato, devo essermi sbagliato con qualche tasto… insomma, boh… non volevo…»
«Nessun problema, buongiorno.»
«B… Buongiorno, e mi scusi ancora.»
E ha riattaccato.
E io non lo so, cosa succede, quando ho a che fare con le forze dell’ordine, ma sono sempre terrorizzato. E mi sono ricordato di quella volta che avevano intervistato Alfred Hitchcock e gli avevano chiesto: «Ma lei, che ha spaventato così tanta gente in platea, e a me ha fatto quasi venire un colpo con Psycho, lei, cos’è che la spaventa?»
E lui aveva risposto: «Policemen.»
Quindi forse è una cosa sana.
lunedì 4 ottobre 2021
Servizio pubblico (breve guida all’uso dei fendinebbia) (repost)
[E stamattina sono tornato a lavorare in presenza dopo non so quanti mesi, è autunno, c’era un pochino di nebbia, e più che nebbia era foschia, ma leggera, e allora mi è venuto in mente un pezzo che avevo scritto un paio d’anni fa. Lo rimetto qui con qualche aggiustatina, ma poche. Sperando, come si dice, di fare cosa gradita.]
Mi rendo conto che la maggior parte delle persone che guidano un’automobile non sia nata in Emilia, e buona parte di loro non guidava ancora, diciamo, tra la fine degli anni 90 e l’inizio dei 2000, cioè gli ultimi tempi a memoria d’emiliano in cui la nebbia era una roba da tagliare col coltello e noi giovinastri si rincasava dalla discoteca con la testa fuori dal finestrino per vedere dove fosse la riga bianca che separava la carreggiata dal fosso (sempre che la riga bianca che separava la carreggiata dal fosso ci fosse, che non era così scontato). Per sopperire a questa mancanza, e per venire un po’ incontro all’uso smodato ed estroverso che viene fatto dei fendinebbia al giorno d’oggi, ho pensato bene di mettere in fila un po’ di regolette d’uso, tutte dettate dal buon senso. E quindi:
Fendinebbia ANTERIORI (quelli davanti)
- Non servono agli altri per vedere te, servono a te per vederci meglio.
- Si usano solo quando c’è nebbia.
- Se li accendi quando non c’è nebbia i casi sono due: o hai delle insicurezze e hai bisogno di tanta luce a una cinquantina di centimetri dal muso; oppure nella vita normale nessuno si accorge spontaneamente del tuo ego in accrescimento e senti il bisogno di farglielo notare.
- In realtà servono a ben poco, non ci sono più quei nebbioni che nascondono la riga bianca che separa la carreggiata dal fosso (quando la riga bianca c’è). Però, dai, quando c’è nebbia, ok, accendili pure.
- Non sono sostitutivi di un anabbagliante bruciato, ma ti si può perdonare. Al limite, ti si augura che, vista la tua reticenza nello spendere quei dieci o quindici euro per cambiare una lampadina, prima o poi ti si bruci anche un fendinebbia.
- Se li accendi quando piove o quando il fondo stradale è bagnato, aumentando così il fascio di luce che si riflette sull’acqua e finisce in faccia a chi sta arrivando nel senso opposto, mi dispiace, ma la questione è una e una soltanto: sei unə stronzə.
Fendinebbia POSTERIORI (quelli dietro)
- Non servono a te per vederci meglio, servono agli altri per vedere te.
- Si usano solo quando c’è nebbia. O al limite quando piove fortissimo o nevica fitto.
- Davvero, si usano solo quando c’è nebbia. O al limite quando piove fortissimo, ma fortissimo sul serio, o nevica fitto, ma proprio fitto fitto fitto.
- Quando poi hanno assolto al loro compito, vanno spenti.
- Cioè, quando li hai accesi, perché c’è nebbia, e dallo specchietto retrovisore vedi che un’altra macchina ti si è accodata a distanza di sicurezza, è proprio lì dietro di te, la cosa che devi fare il prima possibile, ma tipo subito, meglio ancora immediatamente, è spegnerli. La persona che ti sta dietro, che da lontano ti aveva già visto grazie ai tuoi bei fendinebbia posteriori, adesso è lì, proprio dietro di te, e ti ringrazia per la segnalazione, ma tu non dovresti accecarla col tuo piccolo abbagliante posteriore, perché, ripeto, è già lì. TI STA VEDENDO. Spegnilo.
- Se invece non li spegni, eh, anche qui, mi dispiace ancora, ma la questione è una e una soltanto: sei unə stronzə.
E per oggi è tutto.
Grazie.
Musica:
giovedì 30 settembre 2021
Oggi
E oggi dovevo andare a recuperare delle cose alla scuola d’infanzia del Miny, che ha appena iniziato la prima elementare, ed ero così agitato e mi ripetevo in testa di non mettermi a piangere di nostalgia davanti alle tate dell’anno scorso, che sono uscito quasi di corsa ma poi, a mezza strada tra la porta di casa e il portone, un po’ preoccupato sono tornato indietro a cambiarmi la maglietta. Ho preso a caso dall’armadio quella delle Breeders, l’ho guardata sorridendo e ho pensato che potesse essere abbastanza azzeccata, se le tate l’avessero notata.
Sicuramente più azzeccata di quella che avevo prima, con davanti il logo di una nota marca di scotch whisky single malt.
venerdì 24 settembre 2021
Non fa niente (ancora)
La prima volta che ho ascoltato Nevermind, non ho ascoltato Nevermind. Ero in discoteca la domenica pomeriggio, avevo dodici o tredici anni, ed era partita per la prima volta Smells Like Teen Spirit: mi era scoppiata la testa.
L’ultima volta che ho ascoltato Nevermind, non ho ascoltato Nevermind. Ero a casa di una donna bellissima, avevo ventisei anni, avevo visto una chitarra, l’avevo presa e avevo suonato Come As You Are: poi ci siamo innamorati.
(Da un libro collettivo che si chiama Il numero di playboy con Stephanie Seymour, che era uscito il 24 settembre del 2011, a cura di Bastonate e Barabba, e che si può ancora scaricare gratis qui.)
lunedì 20 settembre 2021
22 settembre: Zona di Alienazione all'AiaFolkFestival
E mercoledì 22 settembre, dopodomani, alle 18 (circa) nel piazzale davanti al Teatro Sociale, in viale Martiri della Libertà a Novi di Modena, in occasione dell’AiaFolkFestival organizzato dal Coro delle Mondine di Novi di Modena, io e Sergio Pilu proviamo a fare dal vivo “Zona di Alienazione: Chernobyl, una mattina d’estate”, quella specie di reading tratto dal libro omonimo, scritto sempre da Sergio Pilu al ritorno da un viaggio in Ucraina, che avevamo già letto qualche mese fa in una puntata speciale di 232 Celsius (circa) su Radio Sverso (qui c’è il podcast).
Ci sarà anche Caterina Imbeni a mettere della musica molto bella.
È gradita la prenotazione.
E speriamo che non piova.
domenica 19 settembre 2021
Una volta l’anno
Succede una volta l’anno, e per tre giorni filati, tutti gli anni, che tra Carpi, Modena e Sassuolo c’è l’uomo della strada che va in giro a piedi per le vie del centro con la faccia tirata e lo sguardo sagace, e lo senti usare delle parole insolite, come per esempio «ontologia».
(C’è il Festival di Filosofia e questa è una cosa che posto tutti gli anni, di solito lo faccio di venerdì, solo che quest’anno mi sono dimenticato)
mercoledì 15 settembre 2021
Cose che mi piacciono molto (12)
E un’altra cosa che mi piace molto dei piccioni, che li vedo tutti i giorni dalle mie finestre sui tetti delle case di fianco e sul campanile della chiesa, è che, incuranti di tutta la retorica sulla primavera, sembra che per loro la stagione degli amori duri tutto l’anno.
(Qui ci sono delle altre cose che mi piacciono molto; questa era la prima sui piccioni)
domenica 12 settembre 2021
Dei ricordi (35)
E invece io mi ricordo benissimo il 12 settembre del 2003, un venerdì sera, che ero alla Festa de l’Unità di Modena a bere delle birre dopo che avevo studiato tutto il giorno nella biblioteca dell’Università; e insomma, ero lì che mi facevo i fatti miei e Marcello mi aveva messo una mano sulla spalla e mi aveva detto: «È morto Johnny Cash».
E eravamo stati zitti per un po’. Poi eravamo tornati a fare le nostre cose di ventenni in un venerdì sera di fine estate alla Festa de l’Unità di Modena.
Dopo avevo scoperto che Johnny Cash si era praticamente lasciato morire, stanco della vita, dopo che quattro mesi prima era morta June Carter, sua moglie. Quindici anni dopo mio nonno, Corrado, aveva fatto la stessa cosa, esattamente quattro mesi dopo la morte dell’Ada, mia nonna, sua moglie.
Così va la vita.
(Qui ci sono degli altri ricordi, se uno è interessato)
giovedì 9 settembre 2021
Lessico famigliare (9)
Ero inginocchiato sul tappeto della sala, stavo montando dei mobili dell’Ikea, e il Miny, che ha sei anni e tra qualche giorno comincia la prima elementare, era lì di fianco e mi passava le viti che mi servivano e girava le pagine delle istruzioni: gli avevo chiesto di aiutarmi un po’ a lavorare, che i mobili erano tanti e il tempo per fare tutto era poco; i gatti erano stravaccati sul divano, un po’ dormivano, un po’ ci guardavano.
«I gatti però sono più fortunati di me,» aveva detto il Miny a un certo punto, «hanno tutti i giorni liberi.»
venerdì 3 settembre 2021
5 settembre: DUEPONTI da Nonno Pep
E invece, pensa te, domenica 5 settembre, più o meno alle 20, coi DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) suoniamo da Nonno Pep, a Carpi, in provincia di Modena, un posto dove puoi bere della birra buona ma buona davvero, per il settimo appuntamento di una rassegna intitolata Sgt. Pep Lonely Hearts Club Band organizzata da Mattatoio Culture Club, Godot Sound Culture e Associazione Penrose (spero di essermi ricordato di tutti).
Suoniamo solo noi.
Saremo per la prima volta sia spalla che headliner, come si dice, e chiaramente ci trema già un po’ l’orlo delle mutande.
Qui c’è l’evento su fb con tutte le informazioni.
E questo è il volantino:
martedì 31 agosto 2021
4 settembre: DUEPONTI a Rockrazìa
E, insomma, uno rischia quasi di montarsi la testa, ma succede che il 4 settembre coi DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) andiamo a suonare a un festival che si chiama Rockrazìa, organizzato dal Circolo ARCI Primo Maggio di San Benedetto Po, in provincia di Mantova.
Ci saranno anche i Trillici, i CTRL+Z (che se siete degli ingegneri potete leggere undo) e GoodBye Horses.
Conta un po’ come nostra prima data “all’estero”, e quindi ci trema già l’orlo delle mutande.
Qui c’è l’evento su fb.
E questo è il volantino:
sabato 28 agosto 2021
Dei ricordi (34)
E il 28 agosto del 2015, verso sera, scrivevo una cosa intitolata “Lo considero sempre un buon segno” e che diceva così:
Ho delle idee in testa, tutte irrealizzabili.
Chissà che idee erano.
Ma comunque ne ho delle altre.
(Qui ci sono degli altri ricordi, se uno è interessato)
mercoledì 25 agosto 2021
Cose che mi piacciono molto (11)
Tipo quando viene un tecnico competente a fare dei lavori in casa, come per esempio a sistemare un avvolgibile rotto, che apre il cassone, guarda, smacchina un po’, fa due o tre commenti tecnicissimi e si porta via un pezzo da saldare, e dopo un’ora ritorna e sistema tutto e la tapparella va su e giù che è una meraviglia, e lo paghi volentierissimo, lo saluti ringraziandolo molto, questo bravo tapparellista, se si dice tapparellista; e quando è uscito vai a vedere il lavoro ben fatto e sei contento che tutto quello che doveva funzionare è tornato a funzionare e l’ordine delle cose è ristabilito, eccetera.
Poi guardi per terra e trovi una vite, e pensi «Ma toh, guarda, una vite avanzata… chissà a cosa serviva?»
Secondo me è sempre un buon segno.
(Qui ci sono delle altre cose che mi piacciono molto)
lunedì 23 agosto 2021
29 agosto: DUEPONTI al Festival ad Alta Intensità Antifascista
E quindi, pensa te, si torna a suonare, e così il 29 agosto coi DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) saliremo sul palco di un festivalino carpigiano cui siamo molto affezionati: il Festival ad Alta Intensità Antifascista, al Circolo ARCI Arcobaleno di Santa Croce, frazione di Carpi, in provincia di Modena.
Sul palco, la stessa sera, ci saranno anche i Prolet – che hanno la sala prove a due porte dalla nostra – e i Disumani – che quando non suonano è facile incontrarli al nostro bar.
È quasi superfluo dire che ci trema già un po’ l’orlo delle mutande.
Il festival dura tre giorni, dal 27 al 29 agosto, e il programma, interessantissimo e completo, è questo qui:
mercoledì 18 agosto 2021
Pavese (4) e Fruttero & Lucentini (5)
E il 28 ottobre del 1935, in una pagina del diario, poi raccolto e pubblicato in un libro che si chiama Il mestiere di vivere, del 1952, Cesare Pavese dice che la poesia comincia quando uno sciocco dice del mare «Sembra olio».
E mi ha fatto venire in mente che in un libro che si chiama I ferri del mestiere: Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti, del 2003, Carlo Fruttero e Franco Lucentini dicono che basta uno sciopero aeroportuale, un ingorgo sull’autostrada, per far pronunciare da milioni di persone sbigottite la domanda «Ma qui dove andremo a finire?»
E dicono che questa è l’anticamera della fantascienza.
domenica 15 agosto 2021
Nel giorno più caldo dell'anno
E invece ieri, nel giorno più caldo dell’anno, sdraiato sul letto in mutande e maglietta leggera davanti all’unico televisore della casa, col condizionatore acceso, trascurando abbondantemente la famiglia e gli amici per circa sette o otto ore, e forse anche di più, visto che ogni tanto dovevo fare delle pause per mangiare, bere, pisciare o anche solo respirare un attimo, mi sono messo lì e ho guardato tutta la tetralogia Rebuild di Neon Genesis Evangelion. Volevo apporre qui, oltre a un GRAZIE maiuscolo e doveroso per la pazienza di Grushenka, la mia pacata e autorevolissima recensione: WOW!
venerdì 13 agosto 2021
L’Emilia-Romagna, spiegata bene (sempre d’estate)
E poi, e come sempre al netto della costa ferrarese che meriterebbe un discorso a parte, vorrei ripetere una cosa che avevo già detto l’anno scorso e anche l’anno prima, e cioè che d’estate c’è il mare anche in Emilia, solo che è nebulizzato.
lunedì 9 agosto 2021
domenica 8 agosto 2021
Sono uno che si accontenta
E comunque, sono molto contento di una cosa, addirittura fiero, se dirlo non è troppo disturbo, e cioè che ho fatto delle foto delle vacanze con gli orizzonti abbastanza orizzontali. Sono uno che si accontenta con poco.
sabato 7 agosto 2021
Immancabilmente
E, immancabilmente, torno dalle vacanze e trovo un avviso di giacenza nella cassetta delle lettere, e allora penso “mavaccaboia, un’altra multa, che due maroni”, poi vado a letto, il giorno dopo mi alzo, faccio colazione, vado a piedi alle Poste sbuffando a ogni passo, e intanto che passo l’avviso sotto il vetro all’impiegato penso che è impossibile, visto che non ho nessuna macchina intestata. Succede tutti gli anni. Difficile che mi abitui.
lunedì 2 agosto 2021
2 agosto 1952, 2 agosto 1980, 2 agosto 1998
Quando arrivava il 2 di agosto, mio nonno, Corrado, diceva sempre che il 2 di agosto del 1952 era notte e…
… ero andato in bicicletta a casa dell’Ada, l’avevo caricata sulla canna e via, ci eravamo sposati che era già incinta… l’avevo presa sulla canna della bicicletta e lei, che era la più povera del paese, aveva una scatola da scarpe come dote… ma non era mica piena, eh, la dote era proprio la scatola da scarpe, pensa te com’era povera… però era bella, l’Ada, e l’avevamo chiamata a lavorare in campagna da noi e non sapeva fare niente, e quando c’era da spostare il fieno le cadeva sempre tutto addosso che io e mio padre facevamo di quelle ridute che cascavamo per terra.
E oggi sarebbero stati 69 anni di matrimonio, se l’Ada e Corrado fossero ancora al mondo. Mi mancano moltissimo, ma così va la vita.
Invece, parlando del 2 di agosto del 1980, Grushenka dice sempre che…
… la puntualità non è una dote innata. C’entra coi comportamenti abituali, con quelle cose che inizi a fare in un certo modo e che poi rimangono così. O sei sempre stato puntuale o non lo sei mai stato. Ma dipende, son cose che hanno un inizio, non sono innate. Io non sono puntuale e neanche i miei genitori sono mai stati puntuali.
Mia madre l’indomani voleva prendere il treno, s’era fissata con questa idea, diceva a mio padre dai Imbeni, domani ci svegliamo presto e prendiamo quello delle nove, che ci vuole. Poi però si sono svegliati tardi, mia madre ci metteva un sacco di tempo a prepararsi, è una che ci ha sempre messo molto tempo. Mio padre si prepara una moka di caffè mentre mia madre sbuffa in bagno e le dice vabbè dai, ci andiamo in macchina pian pianino. Dice sempre pian pianino, mio padre, non è mai stato un tipo puntuale. A Bologna dovevano trovare un libro, un testo universitario. Mia madre si era riscritta all’università di Modena ma si vede che a Modena quel libro non l’aveva trovato. Mi ha ripetuto spesso che le ho dato io la forza di finire l’università, che quando è rimasta incinta ha deciso di riprendere gli studi e di laurearsi. Era incinta di sette mesi, io sarei dovuta nascere in ottobre, anche se poi son nata a metà novembre, in ritardo. Arrivati a Bologna erano in un bar del centro a fare colazione quando è iniziato un via vai di gente concitata, è scoppiata una caldaia alla stazione, diceva qualcuno entrando, è terribile, ci son dei morti, poi telefonavano e uscivano e intorno l’agitazione aumentava. Una caldaia in agosto? pensava mio padre e ha preso mia madre e son risaliti sulla macchina ma verso la stazione deviavano il traffico, non facevano avvicinare nessuno, accidenti, è qualcosa di grosso, pensavano spaventati. Allora hanno preso la via Emilia, e pian pianino siamo tornati tutti a casa.
E così, quel giorno là, quella che trentaquattro anni dopo sarebbe diventata la mamma di mio figlio aveva perso il treno, per fortuna.
E poi, per finire, il 2 di agosto del 1998…
… avevo 19 anni, io e i miei amici ci eravamo appena diplomati e dovevamo passare quella meravigliosa estate di nulla totale che ci separava dall’università o dal lavoro a vita. Avevamo pensato di farci un interrail di ventidue giorni in Francia, Belgio e Olanda.
Avevo fatto di tutto perché il 2 di agosto fossimo a Parigi, e nessuno capiva il perché, ma appena eravamo scesi dal treno avevamo preso la metro ed eravamo arrivati sugli Champs-Élysées. Spuntati in superficie, mi ricordo che mi ero messo a correre, avevo tirato fuori dallo zaino una bandiera tricolore e mi ero diretto senza pensare verso le transenne, zampettando come un matto. Stava arrivando il Tour de France, e tra la lunga fila di corridori ce n’era uno con la maglia e il pizzetto gialli.
Non credo di aver pianto come quella volta davanti alla televisione mentre guardavo l’arrivo sull’Alpe d’Huez del 1995. Però era stata lo stesso una bella botta di gioia.
Non è che capiti a tutti di vedere un Dio dal vivo. Non ho mai visto dal vivo né Maradona né Michael Jordan. Ma Pantani sì. Era lì, a qualche metro da me, era bellissimo, lo potevo quasi toccare.
E queste sono tre ricorrenze del 2 di agosto che mi piace ricordare.
Lo faccio tutti gli anni, quando mi ricordo.
domenica 25 luglio 2021
Wu Ming 1 e Santachiara (e Calvino, Pavone e Revelli)
E in un libro che si chiama Point Lenana, del 2013, Wu Ming 1 e Roberto Santachiara dicono che in quelle settimane di sbandamento, per dirla con il partigiano Kim in Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, bastava «un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si trova[va] dall’altra parte». E che «questo nulla», come aveva scritto lo storico Claudio Pavone, era «capace di generare un abisso». E che poteva trattarsi di «un incontro casuale con la persona giusta o con la persona sbagliata; e poteva ricollegarsi al modo in cui si erano vissute le giornate seguite al 25 luglio [1943]», cioè alla caduta di Mussolini. E che in quei giorni Nuto Revelli era un tenente degli alpini appena tornato dalla Russia, ma era già un partigiano quando, il 12 ottobre 1943, scrisse sul suo diario: «Al 26 luglio si poteva anche scegliere sbagliato. Se mi picchiavano, se mi sputavano addosso, forse sarei passato dall’altra parte, con i fascisti, con le vittime del momento. Oggi sarei con le canaglie, con i barabba, con le spie dei tedeschi.»
(È una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo, il 25 di luglio)
sabato 24 luglio 2021
:)
E in libro che si chiama Dialogo, del 1984, che è appunto un dialogo su temi scientifici, fantascientifici, sociali e personali tra Primo Levi e Tullio Regge, a un certo punto, mentre parlano di scrittura, Primo Levi dice a Tullio Regge che adesso che era in pensione gli sembrava di disporre di valanghe di tempo libero, e se prima aveva scritto tre o quattro libri lavorandoci di sera e la domenica, adesso ne avrebbe dovuti scrivere venti o trenta, e invece non era andata così. E gli dice che c’era un suo amico che gli diceva che per fare le cose «bisogna non avere tempo» e che quindi il tempo è un materiale eminentemente compressibile.
Perciò, visto che ora devo postare una cosa che posto tutti gli anni, e cioè:
<ferie width=“2.4285714285714286 weeks”>
penso che per le prossime 2.4285714285714286 settimane (cioè, se non ho sbagliato a fare i conti, due settimane e tre giorni) io è difficile che riesca a fare qualcosa.
martedì 20 luglio 2021
#lantifascismononsiarresta (un discorso)
[E questo è il testo della cosa che ho letto ieri sera a Novi di Modena, più o meno a metà del concerto dei Flexus, tra Cinque monete e I pugni in tasca; mi sono impappinato un paio di volte, ma tutto sommato è andata molto bene]
Buonasera.
Si sente? Bene.
Allora, ciao, io mi chiamo Marco Manicardi, sono il figlio di Iules e il nipote di Corrado, e sono un novese, o meglio lo sono stato per i primi 26 anni della mia vita, dopo sono andato ad abitare a Carpi per questioni d’amore. Abito lì da 16 anni e sono 16 anni che la mia compagna mi dice che secondo lei mi ha tolto il selvatico.
Forse qualcuno di voi mi ha sentito leggere altre volte proprio qui, in questo anfiteatro del Parco della Resistenza – senti che bel nome: Parco della Resistenza – e mi ha sentito leggere delle cose che parlavano a volte del terremoto, altre volte di Novi e dei novesi, di nonni e di bisnonni, di piccole lotte private contro il fascismo e di tante altre cose che, nel Novecento, sembravano normalissime.
Ecco, oggi, no. Oggi, se non vi dispiace, vorrei parlare di quello che è successo, e sta ancora succedendo, a dei miei concittadini, dei miei amici carpigiani. Vorrei parlarne perché secondo me è una cosa che c’entra con questa serata, con questo posto, il Parco della Resistenza, con questo giorno, il ventennale del 20 luglio del 2001, e anche con voi, anzi noi, che veniamo dal paese del Coro delle Mondine di Novi di Modena.
Ma andiamo con ordine.
lunedì 19 luglio 2021
Domani (e Unamuno)
Domani è il ventesimo anniversario del 20 luglio 2001 e io, se tutto va bene, dovrei essere nel mio natìo borgo selvaggio, a Novi di Modena, nell’anfiteatro del Parco della Resistenza, verso le 21:30, a leggere una cosa in mezzo al concerto dei Flexus; è una cosa che non c’entra con quello che è successo a Genova nel 2001, ma più con un’altra cosa capitata a Carpi nel 2017 e che sta succedendo ancora adesso, anche se, come dire, forse c’entrano una con l’altra o comunque stanno nello stesso campo semantico. Dicevo: “se tutto va bene”, perché sono ancora qui che la scrivo e spero di riuscire a finire in tempo e che sia una cosa sensata.
E poi, niente, ho appena trovato un post che avevo scritto su un altro blog nel 2007, si intitolava “Chi è senza peccato” e riportava una frase presa da un libro che si chiama Vita di Don Chisciotte e Sancho Panza, del 1905, di Miguel de Unamuno y Jugo che dice così:
Ci si impunta oggi a mettere in rilievo questa considerazione e a chiedere una società in cui per merito esclusivo della polizia nessuno possa recar danno agli altri, e nessuno in conclusione operi male, anche a costo che nessuno abbia il concetto di bene.
Che vita tremenda questa! Che putredine sotto il verde placido manto di verzura! Che quieto stagno d’acque velenose! No, no, mille volte no! Piuttosto ci conceda Iddio un mondo in cui tutti si sentano a loro agio, anche se tutti recheranno danno; in cui gli uomini si battano acciecati dall’affetto; in cui tutti soffriamo in silenzio per il male che ci vediamo trascinati ad affliggere agli altri. Sii generoso, e assali pure tuo fratello; comunicagli il tuo spirito, e sia pure a suon di botte.
Esiste qualche cosa di più intimo di ciò che siamo soliti definire “morale”, e si tratta di una sorta di giurisprudenza che sfugge alla polizia; vi è qualcosa di più profondo del Decalogo stesso, che è una tavola della legge – una tavola, una tavola, e della legge per giunta! – vi è uno spirito d’amore.
Non so, forse c’entra.
Ma comunque, se domani non sapete cosa fare e siete vicini a Novi di Modena, vi aspettiamo al Parco della Resistenza. Aveva contribuito a costruirlo anche mio nonno e ha un bellissimo nome, per un posto in cui passare il 20 luglio 2021.
Ciao.
venerdì 16 luglio 2021
lunedì 12 luglio 2021
Dei ricordi (33 - Barlow Jr. update)
Il 12 luglio del 2017 ero a Padova per lavoro e, visto che ero già lì, nel tardo pomeriggio ero andato al Parco della Musica, mi ero tolto la camicia e la cravatta e mi ero messo una maglietta, adesso non mi ricordo bene quale, ma credo che fosse quella dei Buzzcocks per le occasioni speciali, poi avevo aspettato la sera per vedere il concerto dei Dinosaur Jr.
Un mese dopo, circa, su Spotify avevo creato una playlist intitolata Barlow Jr., dove mettevo in fila tutti i pezzi scritti e cantati da Lou Barlow dentro ai dischi dei Dinosaur Jr. dopo la reunion del 2005. Sono due per ogni disco, non uno di più, non uno di meno.
Oggi quindi la aggiorno coi due pezzi di Lou Barlow che sono sul disco nuovo, Sweep It Into Space, che è uscito tre o quattro mesi fa.
Barlow Jr., la playlist, è questa qui:
martedì 6 luglio 2021
7 luglio
Otto anni fa, avevo appena 34 anni, ero con mio nonno, Corrado, fuori da un bar dove i miei genitori avevano organizzato un piccolo rinfresco per festeggiare la laurea in Scienze dell’Educazione di mia sorella, presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia; mentre eravamo lì, io e mio nonno Corrado, che parlavamo del più e del meno, a un certo punto lui si era fatto pensieroso e mi aveva detto: «Oh, Marco, questa è la piazza dove hanno ammazzato quei manifestanti.»
«Sì, nel ’60,» gli avevo subito risposto prendendo l’occasione al volo, che mi piaceva sempre molto quando mio nonno cominciava a parlare delle sue cose passate, del PCI, degli scioperi, eccetera, e devo anche aver provato a canticchiare il ritornello dei Morti di Reggio Emilia.
Lui aveva annuito e alzando un braccio aveva indicato un punto preciso della piazza.
«Io ero là,» mi aveva detto, «eravamo in fondo al corteo perché noi che venivamo dai paesi più lontani eravamo sempre gli ultimi. Non mi ricordo se ho sentito le schioppettate, ma mi ricordo che a un certo punto si son messi tutti a correre verso di noi, scappavano via.»
Delle volte coi nonni funziona così, quando invecchiano, si ricordano le cose solo quando c’è un oggetto o un posto che gli accende una lampadina in testa che magari era spenta da un bel po’, perché che fosse stato lì il giorno della strage, mio nonno, Corrado, non me l’aveva mica mai detto.
Allora mi ero messo a fare un rapido calcolo: lui era del ’25, era nato in dicembre, i morti di Reggio Emilia erano del 7 luglio del 1960; quindi quel giorno là doveva avere appena 34 anni.
E mentre deglutivo e mi veniva la pelle d’oca, anche se era un giorno abbastanza caldo, mio nonno, Corrado, era già rientrato nel bar, al rinfresco della laurea di mia sorella in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia, per provare a mangiare un pasticcino o due in più, anche se gli avevano detto di limitarsi coi dolci per via del diabete, della pressione e tutto il resto.
Ma era fatto così, Corrado, era sempre stato un gran goloso.
lunedì 5 luglio 2021
Majakóvskij
E in un poema che si intitola Uomo, del 1918, che si trova anche dentro a un libro che si chiama Poemi, del 1963, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij si domanda (oppure ci domanda) chi abbia ordinato ai giorni di luglieggiare.
sabato 3 luglio 2021
Cutrone, Fields e Manzarek (su Morrison)
E in un libro che si chiama Please Kill Me (sottotitolo: The Uncensored Oral History of Punk), del 1996, di Roderick Edward “Legs” McNeil e Gillian McCain, Ronnie Cutrone dice che lui amava profondamente Jim Morrison, ma che non era così divertente frequentarlo. Era uscito con lui ogni sera per quasi un anno. Jim usciva, si appoggiava al bancone, ordinava otto screwdriver, appoggiava sei Tuinal sul bancone, buttava giù due o tre screwdriver, prendeva due Tuinal, poi doveva pisciare ma non poteva abbandonare gli altri cinque screwdriver, quindi tirava fuor l’uccello e pisciava lì sul posto, e qualche ragazza arrivava e si metteva a succhiargli il ca**o, poi lui finiva i suoi cinque screwdriver e gli altri quattro Tuinal e si pisciava nei pantaloni, e lui, Ronnie Cutrone, ed Eric Emerson lo riportavano a casa. E dice che questa era una tipica serata con Jim, che però quando era fatto di acido allora diventava davvero simpatico e divertente. Ma la maggior parte delle volte era solo un ubriacone.
E Danny Fields dice che Jim Morrison era uno stronzo patentato, un uomo meschino e provocatore. Che la sua poetica faceva schifo. Che voleva far passare il suo rock & roll per letteratura ma erano solo cazzatine da liceale, a eccezione forse di un’immagine o due. E dice che, al contrario, crede che la magia e la potenza personali di Morrison andassero ben oltre la sua capacità di comporre versi. Lui valeva molto di più. Era molto più sexy della sua poesia e come interprete era decisamente molto più misterioso, più problematico, più complicato, più carismatico. E dice che doveva esserci una ragione se donne come Nico e Gloria Stavers si innamorarono così perdutamente di lui, visto che, fra l’altro, era un uomo piuttosto sgarbato con le donne. E dice che di certo non era grazie alla poesia, ma più probabilmente era perché aveva il ca**o grosso.
E Raymond Daniel Manzarek Jr, detto Ray, dice che Jim era uno sciamano.
giovedì 1 luglio 2021
Su VOCE: Musica seduta (sempre meglio di niente)
Oggi è uscito il nuovo numero del mensile VOCE, che per noi carpigiani è un po’ il TIME. Dentro c’è anche un mio pezzettino che parla di quello che sta succedendo alla musica dal vivo. Anzi no, di quello che sta succedendo a noi fruitori della musica dal vivo. E si parla anche di una cosa nel suo piccolo clamorosa capitata qualche settimana fa durante il concerto dei Gazebo Penguins al Coccobello, nel Chiostro di San Rocco.
Il pezzettino si intitola “Musica seduta (sempre meglio di niente)” e comincia così:
Non che queste siano cose che interessino i giovani, che passano le loro serate in attività che ci sono perlopiù ignote (e per fortuna, mi viene da dire), ma nella nostra città c’è un gruppetto ben nutrito di persone sui quarant’anni, che da quando ne aveva quindici, cioè dalla seconda metà degli 90, fino all’altro ieri, cioè poco prima della pandemia, è cresciuto tra i concerti rock, indie e soprattutto punk dell’Ekidna, del Mattatoio, del Kalinka e di tutta una rete di posti limitrofi dalla bassa modenese al bolognese. Forse l’apice di questa piccola “scena” c’era stato a metà degli anni zero, ma anche se quel gruppetto ben nutrito di persone era passato dai venti, ai trenta, poi ai quarant’anni, e aveva fatto magari dei figli, lavorava in fabbrica o in ufficio o si barcamenava tra un lavoro temporaneo e l’altro, anche se forse era l’ultimo atto di una cosa che poi non attraeva più quelli più giovani di loro, aveva comunque continuato, in un modo o nell’altro, ad andare ai concerti rock, indie e soprattutto punk dell’Ekidna, del Mattatoio, del Kalinka e di tutti i posti limitrofi che cominciavano pian piano a chiudere per mancanza di ricambio generazionale. Questo fino all’inizio del 2020, quando poi era arrivato il virus e aveva fermato tutto.
Se abitate a Carpi o in una frazione di Carpi, o in un paese limitrofo, da Novi di Modena fino addirittura a Modena centro, lo trovate in edicola.
La carta ha un buonissimo odore. Se lo comprate, fate bene.
lunedì 28 giugno 2021
Quest'epoca pazza
E oggi pomeriggio ero fermo a un semaforo, e il tizio della macchina nella corsia di fianco alla mia mi ha dato un’occhiata veloce, ha tirato fuori uno swiffer e si è messo a spolverare il cruscotto. Poi è arrivato il verde, lui ha messo via lo swiffer nella tasca dello sportello, ha aspettato che la macchina di fronte alla sua partisse, ed è partito anche lui, verso sinistra. Io andavo dritto.
Ecco, volevo solo lasciare qui una testimonianza, magari per dei futuri archeologi digitali, di quest’epoca pazza in cui viviamo.
sabato 26 giugno 2021
Dei ricordi (32)
Il 26 giugno del 2017 era un lunedì, verso sera tornavo a casa da Milano con un treno velocissimo, e scrivevo una cosa che diceva così:
La musica è quella cosa che, per esempio, sei in trasferta per lavoro a Milano da un cliente importante per la prima volta, magari sei lì a bere il caffè che ti stanno offrendo, state parlando di dettagli lavorativi, accordi importanti, progetti futuri, ma poi salta fuori che l’altro giorno eri andato a vedere Eddie Vedder e da lì, almeno fino alla fine del caffè, sono gran pacche commosse sulle spalle.
Sembra di leggere dei ricordi preistorici.
lunedì 21 giugno 2021
Nostra Signora dei Sullivan (prego)
Ho appena finito di leggere – ho poi finito la settimana scorsa, ma è lo stesso – un libro che si chiama Nostra Signora dei Sullivan, del 2021, di Gianfranco Mammi, un libro che secondo me è bellissimo, uno dei più belli tra quelli appena usciti che mi sia capitato di leggere, e soprattutto perché è scritto all’imperfetto, un imperfetto narrativo o storico o cronistico, come dice la Treccani, cioè, in pratica, come i verbali dei Carabinieri, che di solito non è una cosa positiva, ma in questo caso risulta sorprendente.
E insomma, quello che volevo dire è che giovedì 24 giugno, alle 21 puntualissime, Gianfranco Mammi è al Circolo ARCI Mattatoyo a presentarlo, per la rassegna Young Liars, e a fargli delle domande ci sarò io, che è una cosa anch’essa abbastanza sorprendente, visto che non mi aveva ancora mai chiesto nessuno di presentare un libro. Speriamo bene.
Qui c’è l’evento di facebook, e se cliccate “Mi interessa” (se v’interessa) o “Parteciperò” (e parteciperete) ci fa piacere.
Questa, invece, è la locandina:
sabato 19 giugno 2021
Dei ricordi (31)
Il 18 giugno del 2011, cioè ieri, 10 anni fa (DIECI), la brigata di Barabba arrivava a Parigi per una data estera del tour delle Schegge di Liberazione. Ce l’avevano organizzata Fernanda Scianna (la nandina) e Paola Vallatta per la sezione parigina dell’ANPI. La nandina, stamattina, ha scritto così:
«Non so come sia potuto succedere, ma ieri era il decimo (DECIMO) anniversario di questa cosa qui che ancora, dopo 10 (DIECI) anni non ci credo che è successa sul serio anche grazie a me (ma soprattutto alla ben nota magia delle Schegge che rende tutto possibile), e mi sono dimenticata di celebrarla.
Sono passati 10 (ho detto DIECI, sì) anni.
Ci sono state unioni, separazioni, arrivi, partenze, nascite, morti, terremoti e pandemie, ma la memoria non si spegne.»
Eravamo giovani. Eravamo anche molto belli.
martedì 15 giugno 2021
Così va la vita (fake-guitar hero)
E in un libro che si chiama Corpicino, del 2013, Andrea Paggiaro, che conoscevamo tutti come Tuono Pettinato, anzi forse che si chiamasse Andrea Paggiaro l’abbiamo scoperto ieri, dice che Pinocchio era un burattino di legno che voleva essere un bambino, e tutte le volte che diceva una bugia il naso gli cresceva a dismisura. Così, ogni volta che mentiva non riusciva a nasconderlo, e tutti si accorgevano subito che stava mentendo. Questo rendeva Pinocchio l’unica persona sincera in città. Non si poteva dire lo stesso di tutti gli altri, le cui menzogne non erano così evidenti.
Il babbino Geppetto era molto preoccupato. Il piccolo innocente bugiardo non avrebbe mai potuto convivere con tutti gli altri ben più crudeli bugiardi. Così Geppetto decise che l’unica soluzione era portarlo lontano, nel profondo degli abissi, dove nessuno avrebbe potuto fargli del male.
Perché gli abissi non conoscono le bugie.
Non giudicano.
E nel buio e nell’oblio custodiscono ogni piccolo segreto.
domenica 13 giugno 2021
Lessico famigliare (8)
Sono andato a fare la spesa, c’era una marca di birra da supermercato che piace molto a Grushenka (e che d’ora in poi chiamerò per semplicità birra-da-supermercato-che-piace-molto-a-Grushenka) ma che non compriamo quasi mai perché costa sempre un pochino troppo, solo che era in offerta e allora ne ho prese 25 bottiglie.
Sono arrivato a casa, ho appoggiato le sporte fuori dall’ascensore, ho preso su una cassa della birra-da-supermercato-che-piace-molto-a-Grushenka e con una mezza mano libera ho aperto la porta, e ho detto a voce alta: «Mi dai una mano?»
Lei è arrivata, mi ha visto con la cassa in mano e tutta contenta ha detto: «Ma dai, hai preso la birra-da-supermercato-che-piace-molto-a-Grushenka? Ma che bravo!»
E intanto, mi ha detto dopo, pensava “peccato che ne abbia presa solo una cassa.”
Nel frattempo sono tornato sul pianerottolo, ho preso su l’altra cassa di birra-da-supermercato-che-piace-molto-a-Grushenka e l’ho portata in casa.
E lei ha sorriso tantissimo e mi ha detto: «Va bene, allora ti sposo.»
(Stiamo insieme da quasi sedici anni e mezzo.)
(Qui c’è un altro po’ di lessico famigliare)
giovedì 10 giugno 2021
Finalmente
E oggi, finalmente, torniamo a essere tutti commissari tecnici della nazionale di calcio.
mercoledì 9 giugno 2021
14 giugno: DUEPONTI al Coccobello
E quindi, improvvisamente, si ricomincia a suonare, e lunedì 14 giugno saremo davanti a della gente a fare del rumore di chitarre bassi e batterie con un gruppo che si chiama DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato).
Condivideremo il palco con i MALPELO nel riverbero generale del Chiostro di San Rocco, a Carpi, in provincia di Modena, per un festivalino che i carpigiani conoscono molto bene e che si chiama Coccobello.
Non costa niente e potete prenotarvi qui.
Ovvio che ci trema già un po’ l’orlo delle mutande.
Metto di seguito la locandina perché in tutto il programma del Coccobello, dal 12 al 27 giugno, c’è della gente che, a vederci nello stesso cartellone, non ci sembra verissimo:
lunedì 7 giugno 2021
Trentaquattro anni fa
Era il 7 giugno del 1987, avevo otto anni e dormivo dai nonni insieme a mio papà. Erano le quattro o le cinque del mattino, mi ero svegliato perché c’era del trambusto che veniva dal piano di sotto. Ero sceso dal letto, mi ero infilato le ciabattine e affacciandomi alle scale avevo visto mio papà che, vestito per uscire, stava prendendo le chiavi della macchina.
«Papà, posso venire anch’io?» gli avevo chiesto.
«No,» aveva risposto mio papà, «devi andare a scuola, torna a letto.»
Qualche ora dopo ero in classe, in seconda elementare, erano gli ultimi giorni poi sarebbero iniziate le vacanze. Avevo aspettato che la maestra finisse di fare l’appello, poi avevo alzato la mano.
«Marco, cosa c’è?» aveva chiesto la maestra.
«Devo dire una cosa,» avevo risposto.
«Va bene, dilla pure.»
«Stanotte è nata mia sorella.»
E tutta la classe, mi ricordo, si era messa ad applaudire.
Dopo, al pomeriggio, mio papà era tornato a casa, aveva mangiato qualcosa, mi aveva caricato in macchina e mi aveva portato all’ospedale di Carpi. C’era da attraversare un corridoio che mi ricordo molto lungo, poi si entrava in una stanza divisa a metà da un vetro. Dall’altra parte del vetro c’erano due o tre incubatrici con dentro dei bambini molto ma molto piccoli. Io arrivavo a vederli solo in punta di piedi, e mentre ero lì che guardavo senza saper bene come stare e che cosa fare, mio papà con un dito mi aveva indicato una delle incubatrici.
«È quella lì.»
Allora non avevo ben capito il perché fossero tutti così in ansia, invece adesso, che sono papà anch’io, quando ci ripenso mi viene un po’ il magone. Mia sorella era un cosino tutto scuro, quasi violaceo, rannicchiato a occhi chiusi dentro una teca di vetro, era nata prima del previsto, un po’ troppo per poter essere fuori pericolo, e per qualche settimana andavamo là tutte le sere per vedere se tutto procedeva come doveva procedere.
In parole povere, andavamo a vedere se era ancora viva.
E adesso mia sorella compie trentaquattro anni.
Io ne ho quarantadue e pian piano va a finire che diventiamo coetanei.
Ci penso e mi viene solo da dire una cosa banale, ma che comunque è abbastanza vera: «vacca d’un cane, come passa il tempo.»
Auguri, sorellina.
Avanti così.
(E anche questa, che mia sorella sia d’accordo o meno, è una cosa che posto tutti gli anni)
sabato 5 giugno 2021
Ramone
E in un libro che si chiama Blitzkrieg punk. Sopravvivere ai Ramones, del 1998, Douglas Glenn Colvin, conosciuto ai più come Dee Dee Ramone, morto diciannove anni fa, il 5 di giugno del 2002, a Hollywood, California, dice che chi entrava a far parte di un gruppo come i Ramones non proveniva da situazioni familiari particolarmente stabili, né si poteva dire che il punk rock fosse una forma d’arte granché ricercata, ma nasceva dalla rabbia dei ragazzini in vena di creatività. E dice che loro dei Ramones, per esempio, erano conosciuti perché buttavano i televisori dai tetti delle case.
giovedì 3 giugno 2021
Ieri pomeriggio
E comunque, ieri pomeriggio, non saprei bene dire a che ora, nel campetto più improvvisato e raffazzonato possibile, con le porte delimitate da pali fatti con sedie di plastica e tronchi di alberi che sovrastavano il campo con una cupola di foglie, con un’area di gioco non proprio rettangolare e anche lei con degli alberi in mezzo da schivare all’occorrenza, e dopo aver bevuto degli ottimi Pecorini, delle Ribolle, dei Prosecchi, dei Pignoletti e dei Lambruschi di Sorbara, grazie a un traversone perfetto calciato dal mio amico Gira, spiccando un balzo al momento giusto che neanche io so come, mi è capitato di fare un gol di testa.
Non succedeva dal 1997. O forse addirittura non era mai successo.
mercoledì 2 giugno 2021
Dei ricordi (30)
Il 2 giugno del 2019 era la Festa della Repubblica, ma era una domenica e, dopo aver preso il caffè, avevo scritto una cosa intitolata “Relativa pace in Europa” e che diceva così:
Pensavo stamattina, mentre ero ancora a letto e la luce del giorno arrivava dal corridoio e le campane che chiamavano i fedeli alla messa mi tiravano fuori da un sogno che adesso non mi ricordo, pensavo che quando era nato mio padre la guerra era finita da meno di otto anni, e quando ero nato io la guerra era finita da meno di trentaquattro anni, e poi quando era nata mia sorella la guerra era finita da circa quarantadue anni e, per ultimo, quando era nato mio figlio la guerra era finita ormai da settant’anni; e dopo ho pensato che, per la prima volta da quando esiste questo stato delle cose, nel comune in cui vivo adesso si va al ballottaggio per le elezioni amministrative e che probabilmente questo è l’ultimo giro di giostra per la sinistra locale che, questa volta forse no, anzi speriamo proprio di no, ma la prossima volta, tra cinque anni, se perderà, la guerra sarà finita da circa ottant’anni; e poi, alla fine, ho pensato che, se tutto va bene, tra circa venticinque o ventisei anni la guerra sarà finita da cento anni, cioè da un secolo, e chissà quanto durerà questo periodo qui, al quale i posteri probabilmente si riferiranno come a quel periodo lunghissimo e forse inedito e forse addirittura stupefacente di relativa pace in Europa, una cosa che non si era mai vista.
E poi sono andato a fare la doccia. E dopo ho bevuto un caffè.
E il 2 giugno del 2017 era sempre la Festa della Repubblica, ma era un venerdì, e poco dopo l’ora di pranzo avevo scritto una cosa intitolata “pensierino del venerdì festivo” e che diceva così:
Questa trasformazione epocale in atto della comunicazione da orale a scritta proprio in uno dei momenti di minimo storico per la capacità di comprensione del testo sarà forse oggetto di studio per le generazioni a venire. O più probabilmente per una civiltà aliena.
Sempre dei pensieri altissimi, il 2 giugno, che è ancora la Festa della Repubblica, e oggi è mercoledì.
(Qui ci sono degli altri ricordi, se uno è interessato)
sabato 29 maggio 2021
venerdì 28 maggio 2021
Se non ora, quando? (prego)
Ho appena finito di leggere un libro che si chiama Se non ora, quando?, del 1982, di Primo Levi, un libro che secondo me è bellissimo e molto importante, e forse addirittura gigantesco, come ho scoperto da poco essere gigantesco il Primo Levi narratore, che viene solitamente adombrato dal Primo Levi testimone che conosciamo – e dobbiamo conoscere, mi viene da dire – dai tempi delle scuole.
Ma comunque, dicevo che Se non ora, quando? di Primo Levi è un libro bellissimo e molto importante, e scritto così bene, ma così bene, che ogni tanto sembra scritto da un russo, se si capisce cosa voglio dire. Uno di quei libri dove ogni parola, ogni segno di interpunzione, tutto sembra messo lì dove deve stare, insostituibile, magnifico.
Ed è per questo che mi sono bloccato, a un certo punto, anzi mi sono proprio schiantato e ho dovuto smettere per un attimo di leggere e tornare indietro e riprovare ad andare avanti, quando ho incontrato, su 327 pagine, una parola, una sola, che era lì che mi sembrava fuori posto. L’unica parola incomprensibile di un libro perfetto: era la parola allegramente. Non la parola in sé, si capisce, ma la parola allegramente messa lì dove l’ho trovata, verso la fine di pagina 158.
Ovvio che subito ho pensato: senti, Many, ma chi sei te per dire che una parola in un libro di Primo Levi sia una parola sbagliata? Ovvio che non sono nessuno e che sicuramente mi sbaglio. Però mi è rimasta lì, e dopo qualche giorno sono tornato indietro e l’ho sottolineata con una righina tremolante, come facevano a scuola gli insegnanti con le parole dei temi che secondo loro non andavano bene. Ci ho fatto anche una foto:
martedì 25 maggio 2021
Don't Panic
Volete sapere qual è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto? Adesso ve la dico.
C’è una foto che mi vede esultante, sedicenne e pischello, in braghette da ciclista, maglietta attillata della Ciclistica Novese Confezioni Carsil, caschetto aerodinamico ben allacciato e occhiali Briko con le lenti “a mosca” come andavano di moda in quegli anni là, gli anni novanta. Quando la faccio vedere in giro, di solito, dico sempre: «Ecco, qui ero sullo Stelvio».
Non è mica vero: dovevamo ancora salire.
Eravamo io e mio padre con le bici, e mio nonno col furgone che ci seguiva. E poi, sì, c’era lo Stelvio, da fare. Lo Stelvio, che non finiva mai.
E quindi, dopo aver scattato quella foto, avevamo preso le bici, io e mio padre, e mio nonno era salito sul furgone ed eravamo partiti. Il racconto che segue, che metto tutto al presente per rendere meglio l’idea e la fatica, se ci riesco, inizia al decimo tornante; prima avevamo fatto qualche chilometro di pianura per scaldarci un po’ e nove tornanti erano già andati via abbastanza lisci. Ma tutto crolla improvvisamente quando…
***
… al decimo tornante sono già da solo, mio padre si è staccato e alla fine me lo vedrò arrivare dietro, sul furgone. Al ventesimo tornante gli alberi cominciano a diventare sempreverdi. Al venticinquesimo, quando tiro il manubrio con le mani per farmi forza, la ruota davanti si stacca dall’asfalto, la pendenza è al dieci percento. La maglietta è bagnata, ho finito la prima borraccia con l’acqua e ho mangiato tutte le barrette di cioccolata che avevo messo nei taschini della maglia prima di partire. E un po’ bestemmio, ma solo un po’. Diobonino.
Al trentesimo tornante mi raggiunge un tedesco sui vent’anni, mi vede in difficoltà e prova a spingermi con la mano sul culo, è abbastanza fresco e pimpante e vuol fare conversazione con me, ma tanto io il tedesco non lo so, e so poco anche l’inglese, e poi sono troppo occupato a prendere fiato per parlare. Lui mi regala una barretta, tipo un muesli o una cosa così, e io ci provo, a masticarlo, ma non ho più una goccia di saliva per mandare giù del riso soffiato e colloso, e allora lo sputo. Il tedesco sembra rimanerci male, allora si alza sui pedali e mi stacca senza salutare.
Al trentacinquesimo tornante gli alberi non ci sono più, c’è dell’erbetta sparuta, qualche marmotta, credo, un silenzio che snerva, interrotto dal mio fiatone, inspirare, espirare. Incrocio alcune macchine che scendono dalla cima e sento delle zaffate di plastica bruciata: è l’odore dei loro freni a disco che si sciolgono. Non c’è neanche più il tempo per ritagliarsi una bestemmia tra un respiro e l’altro, e intanto la testa mi si piega di lato, un orecchio s’intoppa, cerco un rapporto più corto e più agile, ma la catena è già sull’ultimo, 39×23, se non mi ricordo male, che è il rapporto più leggero d’ordinanza per la mia categoria, non l’avevo cambiato prima di partire ed è una roba da matti, una roba impossibile.
Quando sali lo Stelvio non puoi permetterti di smettere di pedalare, devi salire e basta, e io sono delle ore che spingo, pedalata dopo pedalata, pedalata e colpo di tosse, pedalata, pedalata e pedalata; il sudore arriva sugli occhi e brucia, pedalata, pedalata, pedalata, bevo un sorso d’acqua della seconda borraccia e al quarantesimo tornante non c’è neanche più l’erbetta ai bordi della strada, i tornanti che rimangono ce li ho tutti lì davanti agli occhi e mi sento male. Sono lì, da solo, non penso più a niente, e mi sento male.
Finisce anche la seconda borraccia, tocca andar su senz’acqua. Al quarantacinquesimo tornante ne mancano solo tre, abbozzo un sorriso, sto andando agli otto, nove chilometri l’ora, forse anche sette, da ore, da sempre. Adesso provo ad accompagnare ogni pedalata con un dondolìo della schiena, con una postura è scompostissima, ma la testa guarda avanti, alla cima. Diobono, dài. Dài che ci siamo.
È al quarantasettesimo tornante che sento delle voci che chiacchierano amabilmente alle mie spalle, ed è al quarantottesimo tornante, l’ultimo, che quelle voci mi sorpassano allegre: sono Bartoli e un suo compagno di squadra che si allenano. Sembra che stiano facendo il cavalcavia di Rolo sulla Modena-Brennero e non mi guardano neanche. Li mando a cagare col poco pensiero che mi rimane, tanto sono arrivato, non scendo neanche dalla bici e mi appoggio con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio. E sto fermo lì.
Sto fermo lì per dieci minuti, senza dir niente, senza pensare a niente, guardo solo un po’ la neve del ghiacciaio, senza pensieri, solo il fiatone che piano piano rallenta. E intanto sento Bartoli che dice al suo amico: «Adesso andiamo giù dall’altra parte e torniamo su, ti va? Dopo pranziamo». In quel momento preciso, lì, attaccato con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio, con i piedi ancora agganciati ai pedali, con la testa piegata e la maglia bagnata fradicia, mentre arriva il furgone guidato da mio nonno con mio padre seduto di fianco, chiudo gli occhi e mi vedo da fuori, in terza persona. Ed è lì che capisco che forse, quel ragazzo lì di sedici anni stremato sulla bici e attaccato con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio, forse, non è detto, ma secondo me lui, nella vita, dovrebbe cominciare a fare delle altre cose.
Ma vi avevo promesso la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.
Adesso ve la dico: è 48.
venerdì 21 maggio 2021
Radio Sverso: Contribuisci responsabilmente
L’altro giorno è iniziata la campagna di crowdfunding di Radio Sverso, quella webradio marchigiana dove ci sono un sacco di trasmissioni e programmi interessantissimi e sui cui sono andati in onda 232 Celsius (circa), le Schegge di Liberazione, il Post sotto la Radio e Softer Than Velvet.
Ora Radio Sverso ha bisogno del vostro aiuto per coprire i costi di diritti (SIAE ed SCF), di webhosting, dominio, streaming, attrezzatura e gestione generale. Abbiamo scelto lo strumento del crowdfunding perché contiamo sull’aiuto della comunità dei nostri ascoltatori a cui in questi cinque anni abbiamo regalato musica, eventi, programmi originali e di qualità, sempre cercando di rendere tutto facilmente fruibile grazie al nostro sito, alla applicazione gratuita, ai podcast. Una comunità che puntiamo ad allargare ancora, perché i nostri ascoltatori sono in tutto il mondo.
Questo è il link per contribuire (questo qui).
Ascolta (e sostieni) responsabilmente.
martedì 18 maggio 2021
Così va la vita (ed è bellissimo)
Una volta, a metà degli anni zero, andavamo in macchina verso Grosseto per questioni di studio, avevo visto un cartello con su scritto “Poggibonsi”, senza dare spiegazioni ero uscito dalla Firenze-Siena per passarci in mezzo e cantare: «Poggibonsi è stata evacuata, e Gerusalemme liberata!»
E Grushenka si era messa a ridere e mi aveva chiesto: «Cosa stai facendo?»
E io: «Canto Milva che canta Battiato.»
Un’altra volta, nel 2012, siamo arrivati a San Pietroburgo, avevamo preso un autobus dall’aeroporto all’albergo, poi la metropolitana verso il centro, ed eravamo spuntati sulla Prospettiva Nevskij. Ci eravamo messi a cantare: «Un vento a trenta gradi sotto zero, incontrastato sulle piazze vuote contro i campanili. A tratti, come raffiche di mitra, disintegrava i cumuli di neve (eee, eee).»
E l’avevamo cantata tutta. Era estate ma faceva un bel freschino.
Un’altra volta ancora, prima, forse era la fine degli anni novanta, giravo in bici coi miei amici al tramonto e passando vicino a casa dei miei nonni, dove c’è, o forse c’era, non so se c’è ancora, un posto dove costruivano i palchi per i grandi eventi, ne avevamo visto uno montato nel parcheggio davanti a un capannone, c’era della musica che usciva dalle casse, e c’era un tipo con un impermeabile giallo tirato su fino al cappuccio che stava cantando da solo, con davanti solo qualche tecnico e il resto era solo il nulla tardo pomeridiano della zona industriale di un paesino di settemila abitanti.
Uno di noi aveva detto: «Secondo me sta cantando Battiato.»
Un altro aveva risposto: «Secondo me è proprio Battiato.»
Siamo andati a controllare. Era Battiato.
Una delle mie canzoni preferite è Sentimiento Nuevo. Soprattutto quando dice: «La tua voce come il coro delle sirene di Ulisse m’incatena, ed è bellissimo perdersi in quest’incantesimo (ooo, ooo).»
Così va la vita.
lunedì 17 maggio 2021
Levi (5)
E sempre in un libro che si chiama Se non ora, quando?, del 1982, Primo Levi dice che sradicare un pregiudizio è doloroso come estrarre un nervo. E che il muro dell’incomprensione ha due facce, come tutti i muri.
domenica 16 maggio 2021
Dei ricordi (29)
Il 16 maggio del 2016 abitavo in piazza e verso mezzanotte avevo scritto una cosa che diceva così:
È incredibile come tutti quelli che ci tengono a farti ascoltare la loro musica con le casse bluetooth ascoltino della musica di merda.
L’unica cosa che è cambiata in cinque anni è che non abito più in piazza.
(Qui ci sono degli altri ricordi, se a qualcuno interessano)
mercoledì 12 maggio 2021
Levi (4)
E in un libro che si chiama Se non ora, quando?, del 1982, Primo Levi dice che ci vuole pazienza, anche per chi non ce l’ha. Specialmente per chi non ce l’ha. Per chi l’ha persa. Per chi non l’ha mai avuta. Per chi non ha mai avuto il tempo e l’argilla per costruirsela.
E dopo dice anche che forse ognuno di noi è il Caino di qualche Abele, lo abbatte in mezzo al campo senza saperlo, per mezzo delle cose che gli fa, delle cose che gli dice, e delle cose che gli dovrebbe dire e non gli dice.
domenica 9 maggio 2021
Lessico famigliare (7)
Carpi, esterno giorno, zona gialla.
Passeggiamo al tramonto in un viale alberato del centro.
Io (rivolto al Miny): «E insomma, oggi è una festa, ed è anche la festa della parola più pronunciata in casa nostra negli ultimi sei anni.»
Grushenka (sorridente, rivolta al Miny): «Eh già. Qual è la parola più pronunciata in casa nostra negli ultimi sei anni?»
il Miny: «… lo so, è: “voglio un’altra birra!”»
…
(Qui c’è un altro po’ di lessico famigliare)
giovedì 6 maggio 2021
E adesso
E adesso che si può, un pochino, andare e fare, e tutti pubblicano delle foto dove si vede che vanno, che fanno, io son qui che mi chiedo: ma dove devo andare? ma cosa devo fare?
E non lo so. L’unica risposta che riesco a darmi è: al bar.
mercoledì 5 maggio 2021
Nori (e Lacan)
E in un libro che si chiama Manuale pratico di giornalismo disinformato, del 2015, Paolo Nori dice che Jacques Lacan era uno che aveva modificato la psicanalisi, o la psicologia, nel senso che il matto, dopo il lavoro di Lacan, non era più quello che si metteva lo scolapasta in testa ed era convinto di essere Napoleone, il matto era Napoleone che era convinto di essere Napoleone.
lunedì 3 maggio 2021
Pavese (3)
E in un racconto incompiuto intitolato Il signor Pietro, dentro a un libro che si chiama Racconti**, del 1968, di Cesare Pavese, il signor Pietro dice che se ne fan tante a questo mondo per restare a galla, e invece basterebbe un bicchiere di vino.
sabato 1 maggio 2021
Hobsbawm
E in un saggio intitolato Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, del 1990, dentro a un libro che si chiama Gente non comune, del 1998 o del 2000, Eric John Ernest Hobsbawm dice che i socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l’espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e che simili analogie diventarono correnti in campo internazionale dalla seconda metà degli anni Novanta. E dice che è facile capirne il motivo. E che la somiglianza del nuovo movimento socialista con un movimento religioso e perfino, nei primi anni eroici della Festa del lavoro, con un movimento di rinascita religiosa a tinte messianiche, era evidente. E per certi versi, uguale era la somiglianza dei leader, attivisti e propagandisti di quel movimento con una gerarchia ecclesiastica, o almeno con un ordine missionario. E poi dice anche di possedere uno straordinario volantino del 1898 proveniente da Charleroi, in Belgio, riproducente quella che può essere definita una predica da Primo maggio; nessun’altra etichetta sarebbe adeguata. Fu stilato dai, o a nome dei, dieci deputati e senatori del Parti Ouvrier Belge – atei dal primo all’ultimo, senza dubbio – sotto il duplice motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi (Karl Marx)» e «amatevi gli uni con gli altri (Gesù)». Qualche citazione dà un’idea del contenuto:
È questo il tempo primaverile e festivo in cui la perpetua evoluzione della natura rifulge in tutta la sua gloria. Come la natura, riempitevi di speranza e preparatevi a una Nuova Vita.
Dopo qualche riga di raccomandazioni morali («Abbiate rispetto di voi stessi: guardatevi dalle bevande che ubriacano e dalle passioni degradanti», e così via) e buoni propositi socialisti, la predica si concludeva con un brano di sapore millenaristico:
Presto le frontiere si dissolveranno! Presto finirà il tempo di guerre ed eserciti! Ogni volta che praticherete le virtù socialiste della Solidarietà e dell’Amore, farete sì che questo futuro sia più vicino. E allora, nella pace e nella gioia, verrà un mondo in cui il socialismo trionferà, una volta compreso il dovere sociale di tutti di favorire il pieno sviluppo personale di ciascuno.
E poi, alla fine, Eric John Ernest Hobsbawm dice che, diversamente da altre ricorrenze, comprese molte manifestazioni più o meno ritualizzate del movimento operaio tenutesi in precedenza, il Primo maggio non commemorava niente, almeno al di fuori dell’influsso anarchico che mirava a collegarlo all’episodio degli anarchici di Chicago del 1886. Non verteva su niente fuorché sul futuro, che, al contrario di un passato che niente aveva avuto in serbo per il proletariato se non tristi esperienze («Du passé faisons table rase» cantava non per caso l’Internazionale), prometteva l’emancipazione. Inoltre «il movimento» non offriva, come invece la religione, ricompense dopo la morte, ma una Nuova Gerusalemme su questa Terra.
(È una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo. Buon Primo maggio)
martedì 27 aprile 2021
232 Celsius (circa) s1e07 Speciale: Zona di Alienazione (il podcast)
E questo è il podcast della settima puntata di 232 Celsius (circa), una trasmissione sui libri, andata in onda alle 18 di lunedì 26 aprile su Radio Sverso. Dura un’ora e quarantadue minuti ed è una puntata speciale dove, a 35 anni esatti dal 26 aprile 1986, Sergio Pilu e Marco Manicardi (che poi sono io) leggono un libro che si chiama Zona di alienazione. Chernobyl, una mattina d’estate, scritto da Sergio Pilu appena tornato da un viaggio a Chernobyl e pubblicato nel 2019:
(su Spotify, su Google Podcasts, in mp3)
E quella che segue è una specie di trascrizione della puntata (e in mezzo ci sono anche tutte le canzoni che abbiamo trasmesso):
Schegge di Liberazione su Radio Sverso (il podcast)
E questo è il podcast delle Schegge di Liberazione, andate in onda alle 18:30 di sabato 24 aprile e, in replica, alle 12:30 di domenica 25 aprile su Radio Sverso. Un’ora e quaranta di reading, combat rock e Resistenza. Lo trovate negli Speciali di Radio Sverso:
E quella che segue è la scaletta, con le introduzioni, le letture (per leggerle cliccate sui link al blog dedicato delle Schegge di Liberazione) e le canzoni trasmesse: [continua su Barabba]
lunedì 26 aprile 2021
È il 26 aprile
È il 26 aprile e sono ancora antifascista, pensa te.
(Una citazione di simonerossi che posto tutti gli anni)
sabato 24 aprile 2021
Ci vuole del coraggio
Mio nonno, Corrado, eran già dei mesi che stava in prigione, ma ultimamente se la passava meglio. Meglio di qualche mese prima, quando c’era quell’aguzzino fascista a comandare la galera, un tipo sadico e cattivo che ammazzava i prigionieri a suon di botte, uno al giorno, tutti i giorni.
Mio nonno, Corrado, quando è arrivato in prigione, l’han chiamato subito nel piazzale insieme con tutti gli altri carcerati. Li hanno messi in fila, e uno sì e uno no venivano marchiati con una spennellata di vernice nera sul petto. Poi il capo fascista ha detto Quelli senza spennellata facciano un passo avanti. Ma mio nonno, che la spennellata ce l’aveva, è rimasto fermo lì dov’era. Quelli senza spennellata, invece, li han messi contro a un muro e li hanno fucilati, così, al volo, per dimezzare i letti occupati in galera in un colpo solo. Con voialtri, aveva detto poi il fascista, con voialtri cominciamo da domani, uno alla volta. E così han fatto, dal giorno dopo. Ogni giorno ne moriva uno di botte. Mio nonno racconta che ha visto i suoi due compagni di cella morire, prima uno poi l’altro, massacrati dalla testa ai piedi, e il terzo giorno toccava a lui.
Il terzo giorno, la mattina presto, nella cella di Corrado, mio nonno, che aveva diciotto o diciannove anni, è arrivato il prete e gli ha dato l’estrema unzione. Poi sono arrivati tre fascisti e han cominciato a picchiarlo. Pim pum pam, in faccia, pim pum pam, nelle gambe, pim pum pam, nella pancia, pim pum pam, sulle braccia, pim pum pam, calci nei reni, pim pum pam, pim pum pam. Mio nonno dice che era lì che si lasciava picchiare, e a un certo punto non sentiva più niente, sperava solo di morire alla svelta. E invece.
E invece non è mica morto, perché proprio in quel momento lì, mentre lo stavano ammazzando, pensa che culo, sono arrivati i partigiani ad attaccare la prigione e i fascisti son corsi fuori coi fucili spianati lasciando mio nonno sanguinante e svenuto sul pavimento.
Tre giorni dopo, quando si è svegliato, era in ospedale. L’attacco dei partigiani era stato respinto, ma qualcosa doveva essere successo, perché adesso, così gli dicevano, adesso il capo fascista era un altro, uno che, dicevano, ma lo dicevano sottovoce, era amico dei partigiani e trattava bene i prigionieri, anche se era comunque un fascista. Mio nonno, Corrado, lì per lì, ha pensato Grazie al cielo anche se era ateo, ed è stato un mese sul letto dell’ospedale, aspettando che le croste nella pancia si cicatrizzassero e i lividi in testa sparissero, e si faceva le sigarette con la carta di giornale, svuotando dei mozziconi trovati per terra che gli portavano le infermiere. Da quella volta dice che non ha mai smesso di fumare perché tanto, per lui, dai diciannove in poi eran tutti anni regalati.
E quindi un mese dopo, uscito dall’ospedale, mio nonno, Corrado, è tornato in prigione, nella cella di prima, quella dove il prete gli aveva dato l’estrema unzione. Solo che era diverso, stavolta, invece di un crostino di pane e una ciotola d’acqua sporca al giorno, il capo fascista gli faceva portare un crostino di pane e mezzo e dell’acqua pulita. E poi la sera, dopo che erano diventati un po’ confidenti, gli chiedeva se non aveva voglia di accompagnarlo fuori a cena, là, nel bordello, nella casa di piacere, e di riportarlo a casa e tornarsene in cella, perché il capo fascista, di lui, di Corrado, si fidava.
E così mio nonno, senza neanche capire il perché, quasi tutte le sere usciva dalla cella, andava in una casa di piacere col capo fascista della prigione, si sedeva su una seggiola e aspettava che il suo carceriere finisse quello che doveva fare. Poi, quando aveva finito, lo riportava a letto, sorreggendolo fino alla prigione perché veniva sempre fuori ubriaco, e dopo, messo a letto il suo carceriere, mio nonno tornava nella sua cella a dormire, chiudendosi la porta dietro le spalle. Stava lì ad aspettare chissà cosa, ma era appena guarito e non sapeva cosa fare, così, nell’immediato, e quindi tornava nella sua cella, ché aveva anche una gran voglia di riposarsi, dopo tutte quelle botte.
Questa cosa qui, quella di mio nonno che tutte le sere portava il fascista a puttane e lo riportava a letto, è durata quasi un mese.
Poi una sera, mentre mio nonno, Corrado, era lì seduto sulla solita sedia con le mani sulle ginocchia a guardarsi intorno nella casa di piacere, ad aspettare che il suo carceriere finisse quello che doveva fare, sono arrivate tre donnine mezze nude, tre puttane, e han cominciato a parlare con lui. Lui, mio nonno, che era timidissimo, almeno con le donne, non sapeva cosa dire. Però notava che i discorsi delle tre donnine si stavano spostando dalle moine sempre più verso il politico.
Sai Corrado, gli han detto a un certo punto, sai che quello che c’era prima a capo della prigione, quello che ammazzava di botte voi prigionieri, ne ha ammazzati venti, in quel modo lì? Eh, lo so bene, rispondeva mio nonno, anche con me c’era quasi riuscito. Sai Corrado, continuavano le tre donnine, sai che adesso sappiamo il nome e il cognome e se vuoi te lo diciamo così puoi vendicarti? Oh, non lo so mica io, rispondeva ancora mio nonno, non capisco e diciamo che non voglio capire. Dai Corrado, han detto quelle facendosi serissime tutto d’un colpo, Corrado, domani sera, tu, quando porti qui quel puttaniere fascista, vieni con noi che andiamo a fare una cosa. Ma non lo so, ha detto mio nonno allarmato, non lo posso mica fare di andare dove mi pare, sono in galera. Sì che puoi, Corrado, gli hanno risposto le donnine, ci pensiamo noi, te non preoccuparti.
Quella notte lì, mio nonno, dopo aver messo a letto il fascista ubriaco come al solito ed essere tornato in cella come al solito, dice che non riusciva a prendere sonno.
La sera dopo, infatti, ha riaccompagnato il suo carceriere nella casa di piacere. Lui, il fascista, gli ha detto Aspettami qui, ed è andato a fare le sue cose. Intanto mio nonno si è seduto sulla seggiola ad aspettare, ma non era mica tranquillo, gli tremavano un po’ le gambe. E poi sono arrivate le tre donnine, le tre puttane della sera prima, l’hanno abbracciato e gli han detto Corrado, vieni con noi, usciamo qui di dietro. E sono usciti, tutti e quattro. Lì dietro c’era un camion di quelli dell’esercito, solo che dentro non c’erano i fascisti, ma dei partigiani vestiti da fascisti. Appena hanno visto mio nonno, in silenzio, gli han dato una divisa fascista e l’han caricato sul camion. Salta su, gli han detto.
Mio nonno è saltato su, e dentro c’era proprio quel sadico del suo aguzzino di una volta, quello che voleva ammazzarlo di botte, legato dalla testa ai piedi e con qualche livido sulla faccia, gli avevano tappato la bocca. Mio nonno, Corrado, dice che ci è rimasto di pietra.
Poi il camion è partito. Nel tragitto erano tutti agitati, ma non è successo niente. Passa il primo posto di blocco e niente, tutto a posto, i documenti erano in regola. Passa il secondo posto di blocco, e tutto a posto anche lì, tutto in regola. Finché, arrivati in mezzo ai campi, i partigiani han preso il fascista, l’hanno slegato e gli hanno dato una pala.
Scava, gli hanno gridato. E lui, il fascista, s’è messo a scavare. E intanto piangeva.
Finito il buco, l’hanno messo in ginocchio. Corrado, han detto i partigiani a mio nonno mettendogli in mano una pistola, Corrado, adesso pensaci tu, vendicati.
Mio nonno racconta che ha preso in mano la pistola, l’ha guardata, è rimasto lì cinque minuti in silenzio e il cuore gli stava venendo fuori dalla bocca. Ha fatto un respiro e ha guardato il fascista in ginocchio che piangeva e tirava su col naso. Non sapeva cosa fare.
No, non me la sento, ha detto coi partigiani, davvero, non ci riesco.
Loro, senza perder tempo, gli han detto Va bene, Corrado, allora vai via e torna a casa a nasconderti, subito.
E mio nonno, Corrado, ha tirato un altro respiro, si è cambiato i vestiti e si è incamminato al buio in mezzo ai campi, piano piano, un tumulto in testa e le gambe che tremavano, si è acceso una sigaretta fatta con la carta di giornale che aveva trovato in tasca. Da lontano ha sentito una schioppettata, poi tutto è ritornato in silenzio.
***
Sai Marco, mi ha sempre raccontato, perché coi nonni funziona così, quando invecchiano, succede sempre che ti raccontano la stessa storia una decina di volte e tutte le volte è come se fossero lì a raccontarti quella storia per la prima volta, secondo loro. Sai Marco, mi dice sempre, ci vuole del coraggio a sparare a una persona, e io, quella volta lì, il coraggio non ce l’ho avuto.
Io lo ascolto sempre come se fosse la prima volta che me lo racconta. E non gliel’ho mai detto, a mio nonno, ma quando penso al coraggio, la prima immagine che mi viene in mente è la sua, è mio nonno, Corrado, con le mani in tasca, una notte di tanti anni fa, da solo, coi pensieri in testa come un tumulto, la tremarella nelle gambe e una sigaretta fatta con la carta di giornale in bocca. Il coraggio, per me, è mio nonno, Corrado, che cammina per tornare a casa. Perché delle volte ci vuole del coraggio, penso, ci vuole del coraggio anche a non averne, del coraggio.
(È una cosa che avevo scritto su Barabba nel 2011, che era finita sulle Schegge di Liberazione, che ho letto un sacco di volte dal vivo e che, se volete, dalle 12:30 oggi è anche su Radio Sverso.)
Buon 25 aprile.
Ciao mondo
Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/
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