giovedì 31 gennaio 2019

L'Emilia-Romagna, spiegata bene

È successo che Siniša Mihajlović un paio di giorni fa ha detto una cosa sbagliata (non l’ha fatto apposta) e io, che seguo poco il calcio, l’avevo scoperto da Paolo Nori. Poco fa è uscito anche un articolo sul Post che spiega cosa siano l’Emilia e la Romagna ai non emiliani o non romagnoli e, boh, ok, a posto così, tanto sono emiliano e la differenza tra Emilia e Romagna la conosco senza bisogno di leggerla o guardare delle cartine colorate (immagino che valga lo stesso per un romagnolo). Volevo solo fare una precisazione importante su una cosa che un pochino si intuisce nell’articolo del Post, e cioè che Emilia-Romagna si scrive col trattino e, va bene se volete discutere su cosa sia l’Emilia e cosa sia la Romagna, ma lui, il trattino, non lo considera mai nessuno.
Beh, quel trattino lì, nella mia testa, è Imola.

mercoledì 30 gennaio 2019

Professionisti

Abito in una cittadina di provincia, non piccolissima, ma neanche così grossa, e per vedere i film in lingua originale bisogna fare dei chilometri per andare a Modena o a Bologna o a Rubiera in provincia di Reggio Emilia, per dire, ma solo in certi giorni e in certi orari. Con l’età è sopraggiunta la fatica di spostarmi troppo per vedere dei film che poi non so neanche se mi piacciono, quindi mi rassegno e li guardo a Carpi doppiati in italiano. Non che io sia un mujaheddin della lingua originale, bisogna dirlo, me la godo quando posso, altrimenti fa lo stesso, tanto il cinema è finzione.
Una cosa che però non ce la faccio proprio, e mi viene un nervoso che staccherei il seggiolino lì al buio in mezzo a tutti, mi spoglierei nudo e griderei dei vaffanculo al cielo finché non mi va via la voce, se succede, è quando mettono un professionista in un certo campo, che di lavoro fa il professionista in quel campo e non il professionista nel campo del doppiaggio, a doppiare un personaggio professionista nel suo stesso campo. Mi spiego meglio: questa cosa succede sempre più spesso nei film a sottofondo sportivo, tipo ieri sera, che per quanto uno possa voler bene ad Andrea Fusco e Marco Lollobrigida (più ad Andrea Fusco che a Marco Lollobrigida, a voler essere sinceri, ma adesso non c’entra), per quanto uno li stimi e li riverisca quando fanno i professionisti nel loro campo della cronaca sportiva, avrei preso delle forbici per tagliare lo schermo del cinema a striscioline sottili sottili per poi mangiarle, quando li ho sentiti doppiare i cronisti sportivi di Creed II.
Il lavoro dei professionisti bisogna farlo fare ai professionisti, e i personaggi dei film, benché professionisti nel campo della finzione, devono essere doppiati da doppiatori professionisti nel campo del doppiaggio, che loro sono bravi, sanno cosa dire, quando dirlo e come dirlo, e magari delle delle volte, nel loro piccolo, che dev’essere un lavoro anche frustrante, parlare parlare e nessuno ti vede in faccia, delle volte, dicevo, hanno magari un guizzo, un lampo di testa, un moto di rivalsa, e invece di doppiare “I must break you” dicono “Ti spiezzo in due”. E gli daresti dei baci.

martedì 29 gennaio 2019

Oggi

Oggi stavo per non scrivere niente, poi dieci minuti fa è arrivata Grushenka (ho deciso che comincio a chiamarla Grushenka, come facevo una volta sul forum di una radio dove ci eravamo conosciuti, quando non esistevano ancora i socialcosi) e mi ha chiesto quale fosse la mia canzone preferita dei Fugazi. Gliel’ho detto e mi ha risposto che la sua non potrebbe mai essere una canzone dove canta Guy Picciotto.
Dieci secondi dopo stavamo ballando nel corridoio del reparto notte al suono del telefono che tenevo in mano, e siamo anche stati sgridati da uno sguardo di compatimento del Miny, che non riusciva a sentire bene i dialoghi della nuova puntata di Zorro su Rai YoYo.
E per oggi più o meno è tutto.

Musica: 

lunedì 28 gennaio 2019

Musica Contemporanea Prescindibile, Op. 1 (Edgard)

Ripubblico qui una cosa del 2010 (è importante dire che è del 2010: se l’avessi composta oggi il testo sarebbe leggermente diverso) perché ho due o tre idee per comporre ed eseguire altre opere di Musica Contemporanea Prescindibile, ma ci vuole pazienza.
Intanto, se volete, ascoltatevi questa.

Musica Contemporanea Prescindibile, Op. 1 per voce e sirene (Edgard)
Testi, musiche, composizione e montaggio: Marco Manicardi (il Many)
Voce: Elena Marinelli (osvaldo/sancio)
Sirene fornite da: Mod, Vincio, Fatacarabina (vecchie glorie del friendfeed)

domenica 27 gennaio 2019

Il paese delle betulle

Sette anni fa sono stato sul Treno della Memoria, da Fossoli a Birkenau, insieme al dottor Carlo Dulinizo e a una marea di studenti delle superiori. Al ritorno, qualche mese dopo, mandandoci dei messaggi tra Carpi e Cuba (dove si trovava in quel momento il dottor Dulinizo), avevamo poi scritto un piccolo reportage in due parti per No Borders Magazine, cominciava così:

Viaggiare in treno, su quel treno, di notte, chi l’ha già fatto lo sa, è qualcosa di magico. Sarete 550 ragazzi delle scuole e un centinaio di adulti, circa. Appena arrivati alla stazione, cercate l’agenzia di viaggio a cui si sono affidati quelli della Fondazione Ex Campo di Fossoli, vi daranno una busta con informazioni sulle tempistiche del viaggio, le visite che farete, i numeri da chiamare in caso di emergenza ma, soprattutto, vi assegneranno il posto in carrozza e sull’autobus, e sarà quello per tutto il viaggio. Alla partenza non riuscirete a stare nel piazzale, e mentre le autorità vi ricorderanno cos’è stato e cos’è questo viaggio per loro e per la collettività, uno di voi farà caso alla dimensione, all’insieme, al mucchio di persone in attesa di partire. Poi si sale a bordo e iniziano gli addii dal finestrino.

[Nella promiscuità della stazione, ognuno cerca il posto assegnatogli d’ufficio. Lo faccio anch’io. Mi tolgo il giubbotto invernale, appoggio lo zaino stracolmo della roba che serve nei cinque giorni che mi separano dal ritorno, stringo mani sconosciute e mi siedo in silenzio, quasi ad aspettare chissà cosa. Quel chissà cosa è una piccola spinta che sento sotto le chiappe, quella spintarella che dice che il treno è in marcia. L’avrò sentita un milione di volte, ma questa è diversa, è come se mettesse in moto la testa.]

… e continuava su No Borders Magazine, in due parti:

sabato 26 gennaio 2019

Paolo Corradini (un poeta)

Ero lì, stamattina, che scartabellavo tra i vinili mai ascoltati e ho trovato Noi siamo i tecnovillani, un disco del 1989 di un gruppo correggese che si chiamava En Manque D’Autre (di un genere tipo folk-sonico, Cianciulli-rock, bassa-avantgarade, psiconaif, acid-folk, musica nomade padana, suono trattoristico, sperimentazione volgare, cioccapiatti-sound, neosurrealismo correggese, Corso Cavour no-wave, lisciotrash, fanfarabilly, art rock caseario, eccetera; poi sono diventati gli AFA). Non so neanche dove o quando l’ho comprato, ma era lì da un po’ che mi diceva Dài, ascoltami, e quando l’ho messo su ho sentito, tra una canzone e l’altra, degli intermezzi poetici di un certo Paolo Corradini, un poeta che ho scoperto stamattina e di cui mi sono immediatamente innamorato, con delle poesie bellissime, come I sassi di Parma, che fa così (la trascrivo a orecchio, andando a capo un po’ come mi viene):

Belli belli sono
i sassi di Parma
il ponte i negozi i night
dentro i cestini
dei rifiuti
mi troveresti
sempre concesso
che tu
mi cercassi.

Su internet non si trova quasi niente, a parte un video del suo “Quando t’insaponi tour” del 1989. Lo metto qui di seguito:

venerdì 25 gennaio 2019

La New Wave italiana (il blogroll)

In rigoroso ordine alfabetico (ci sono anche degli asterischi, in fondo al post c’è la legenda) così come sono stati aggiunti o spostati nel gruppetto della New Wave italiana del mio feedreader (uso feedly, quello gratis, se vi interessa).

giovedì 24 gennaio 2019

Ecco

Quella cosa di ieri sul fascismo e le stalagmiti, che nella mia testa la diceva Giorgio Bocca, invece era Furio Colombo (metto il video qui sotto; non è che dica proprio “stalagmiti”, era un’altra aggiunta della mia testa, mi vergogno anche un po’).

mercoledì 23 gennaio 2019

Come si formano le stalagmiti

Non mi ricordo dove l’ho letto, sentito o visto, forse era in un articolo da qualche parte, forse era qualcosa alla radio, forse un documentario o un’intervista, anni fa, non lo so, non mi ricordo, ma mi ricordo che qualcuno, anche se non mi ricordo chi, la mia testa mi dice Giorgio Bocca, ma non sono sicuro, diceva che andando a sfogliare i giornali dell’epoca in fila uno dopo l’altro, da dopo la Grande Guerra ai primi anni venti del Novecento, si vede senza ombra di dubbio che il Paese stava diventando fascista, giorno per giorno, un po’ alla volta, sempre di più, finché, sempre leggendo i giornali dell’epoca in fila uno dopo l’altro, diventa chiaro che a un certo punto il Paese era fascista, e infatti poi lo diventava ufficialmente senza alcuna remora o alcun ripensamento; e quello che diceva questa cosa, nella mia testa Giorgio Bocca, se era lui, non mi ricordo, diceva anche che di quella fascistizzazione graduale, di quello stillicidio, potremmo dire, una goccia dopo l’altra come si formano le stalagmiti, loro non se ne erano accorti mentre stava succedendo, e che una volta successo, una volta ufficializzato il fascismo, una volta che il Paese era ufficialmente fascista, alla fine erano fascisti anche loro.

Musica: 

martedì 22 gennaio 2019

Tutti i giorni

«Ho scritto un post…»
«Ho visto. Non è obbligatorio scrivere tutti i giorni.»
«Vabbè, mi ha preso così.»
«Io sono tredici anni che ti chiedo di fare una cosa tutti i giorni. Una.»
«Eh, dai, non ti puoi mica lamentare.»
«Solo perché non mi picchi.»

(Abbasso la testa e mi rimetto a giocare con i Gormiti.)

lunedì 21 gennaio 2019

Ricordi?

È un po’ di tempo che col Miny (ho deciso che comincio a chiamarlo il Miny) la sera o il sabato mattina ci mettiamo a giocare a Memory, e il Miny a tre anni e mezzo, quasi quattro, è già un drago e vince quasi sempre. Ho scoperto che si chiama Memoria, anche se io l’ho sempre chiamato Memory, chissà come mai. Abbiamo comunque deciso che adesso lo chiamiamo col suo nome vero: Hūsker Dū. Ci piace molto.

Musica:

sabato 19 gennaio 2019

Così va la vita (per qualche minuto)

Più di nove anni fa i Germs, quelli ancora vivi, avevano suonato al Locomotiv di Bologna e io, che ero ancora giovane e senza un telefono che facesse i video e le foto, ero là a godermi lo spettacolo. Ne avevo scritto un reportino per il Mucchio e oggi l’ho ripescato da Archive.org, lo metto qui sotto.
A Darby Crash ci penso tutti gli anni, l’otto di dicembre, per qualche minuto, quando di solito posto su tumblr una vignetta presa da LMVDM di Gipi. Invece non è che pensi tanto spesso a Lorna Doom, nella vita. Ci penso quando ascolto (GI), ma non lo faccio quasi mai. Ci pensavo intorno al 7 dicembre del 2009, quando l’ho vista suonare, e poi più.  Ci ho pensato l’altro giorno, per qualche minuto, quando ho letto che era morta.
Così va la vita.

***

venerdì 18 gennaio 2019

La New Wave italiana (per posta)

Poi mi sono iscritto a tre newsletter nate da poco, che sembra una rinascita ancor più eclatante di quella dei blog, ma in fondo è la stessa cosa sotto un’altra forma.

giovedì 17 gennaio 2019

Saranno una decina

“Madonna non hai un capello bianco. Vergognati subito!”
— (Sara, in un commento su fb al post di ieri)

In realtà ne ho, saranno una decina, li vedi se ti avvicini e mi guardi la testa dall’alto. Quando sono molto corti, ancor meglio se me li sono appena tagliati, se ne vedono di più sui lati e nel coppino.
Il primo capello bianco mi era spuntato nel 2005, me lo ricordo bene, ero in casa davanti allo specchio e ho fatto un salto. Un capello bianco! Così giovane!
L’ho staccato e sono andato a infilarlo nella copia de Il taccuino del vecchio di Ungaretti che avevo sulla libreria del salotto. Dopo vado a vedere se c’è ancora.

mercoledì 16 gennaio 2019

#tenyearschallenge

Da ieri mattina, o dall’altro ieri sera, sta girando su internet questo hashtag, dove uno può mettere una foto di dieci anni fa (il 2009) e una di oggi (il 2019) a confronto, un po’ per vedere com’è cambiato nel tempo, un po’ per prendere dei “mi piace” e rinfrancarsi lo spirito, un po’ perché lo fanno tutti e il mondo gira così.
Mi è tornato in mente quello scambio di battute de I predatori dell’arca perduta (del 1981), in cui Indiana Jones a torso nudo e dolorante si guarda allo specchio, e quando Marion gli dice «Non sei più l’uomo che ho conosciuto dieci anni fa,» lui risponde: «Non sono gli anni, amore, sono i chilometri.» (*)
Ecco, son due giorni che, scrollando col dito le timeline di facebook e di instagram, si è fatto strada nei miei pensieri il ragionamento per cui, a guardarci, noi, che avevamo intorno ai trent’anni nel 2009 e abbiamo intorno ai quarant’anni nel 2019, anche per noi non sono gli anni, amore, ma non è una questione di distanza, più che altro è una questione misurabile in litri.

martedì 15 gennaio 2019

La Relatività testuale

In tanti anni di blog, dal 2004 circa, non ho mai fatto una cosa come quella che sto facendo adesso. Oggi volevo scrivere due righe sul Wrestling, ma poi, mentre mi sono messo a farlo, ho notato che stava succedendo questa cosa che sta succedendo ancora e che adesso vi spiego e, niente, le due righe sul Wrestling le scrivo poi un’altra volta (non che fosse importantissimo).
Beh, insomma, questa cosa che sta succedendo è che sto scrivendo un post e sono su un treno, non mi era mai capitato, e mi sono ritrovato a pensare che le parole che scrivo sono tutte qui sullo schermo, ma in realtà, mentre sono state digitate, erano un bel po’ più indietro di dove sono io adesso. Tra l’altro, visto che sulla tastiera vengono digitate un carattere alla volta, nonostante sullo schermo le parole appaiano piane, per il largo, da sinistra a destra, se penso a quando le ho digitate sono là, dietro di me, per il lungo, un carattere alla volta in fila indiana, uno davanti all’altro, che se uno dovesse leggerle o anche leggere tutta la frase o tutto il post che sto scrivendo in questo momento, dovrebbe fare come fa Pac-Man quando mangia le palline gialle nel corridoio blu (gabo gabo gabo!).
E quindi scrivo una parola, tipo questa, o questa, poi questa, e quest’altra ancora, posso scrivere qualsiasi cosa, cane, gatto, palinsesto, suprematismo, circonvallazione, chincaglieria, eccetera e mentre la scrivo questa è già dietro di me. Anche questa, e poi questa, e poi questa, albicocca, seggiovia, temporale, sono tutte rimaste indietro. E per voi che leggete non ha senso tutto ciò e forse non lo avrà neanche per me una volta arrivato a casa quando rileggerò il post. Però, se ci pensiamo, è una cosa, quella di scrivere in movimento, che facciamo sempre da quando abbiamo i telefoni con la tastiera, ci lasciamo dietro una scia continua di parole in fila indiana, prima sms, adesso testi più lunghi, chiacchiere, stupidate, frasi d’amore, frasi d’odio, fake news, dichiarazioni, pensieri profondi, barzellette, ogni tanto ci fermiamo e ne scriviamo delle altre, poi ripartiamo scrivendo e così via. Molto spesso il Pac-Man che ci legge dovrebbe fare solo qualche metro a piedi per leggere tutto quello che abbiamo scritto.
Nel mio caso, invece, adesso, dovrebbe andare velocissimo, quasi a duecento chilometri orari, comincerebbe a leggere da Milano Porta Garibaldi delle parole che parlano di Wrestling partendo da una citazione di Ta-Neishi Coates, poi però quel testo si interromperebbe per qualche chilometro, potrebbe rimanerci male, potrebbe pensare che è un peccato, che era una storia così interessante, e intanto che pensa così, arriverebbero all’improvviso delle altre parole che dicono che In tanti anni di blog, dal 2004 circa, non ho mai fatto una cosa come quella che sto facendo adesso, arrivando fino a quel Ciao che chiude questo post, in un punto imprecisato tra Lodi e Piacenza, sulla ferrovia dell’Alta Velocità per Reggio Emilia. Lascio tutto qui per lui, così com’è venuto fuori senza rileggerlo.
Ciao.

lunedì 14 gennaio 2019

Oggi

Oggi, per dire, ho scritto tre bozze e non ne ho pubblicata neanche una.
Una parlava del fatto che facebook sia diventato un posto per vecchi da cui dovremmo scappare perché sono arrivati i nostri genitori, un po’ come sono scappati i nostri figli o fratelli minori, quando han capito che dentro facebook c’eravamo noi, che ci eravamo iscritti qualche anno prima perché era un posto dove non c’erano i nostri genitori.
Un’altra parlava delle cose di cui si può far senza, tipo la pizza al metro, l’all-you-can-eat e la birra nei bicchieri di plastica.
L’ultima parlava dei dj radiofonici che per avere un po’ di visibilità devono andare in diretta video da qualche parte, e quindi vestirsi bene, pettinarsi, eccetera, mentre i dj radiofonici di una volta, quando li ascoltavo sulla radio di casa mia o in macchina e facevano partire una canzone, io me li immaginavo sempre con le dita nel naso.
Ma vabbè, è andata così.

domenica 13 gennaio 2019

Il progresso

Tra il 2012 e il 2013, su un blog che si chiama Barabba, avevo una piccola rubrica intitolata In Russia c’è da morir dal ridere, dove raccontavo le cose che avevo visto tra San Pietroburgo, Mosca e Volgograd quando ero stato là in viaggio di nozze. Mi ricordo che, con il traduttore di Google, avevo provato a vedere come si scrivesse in russo In Russia c’è da morir dal ridere e Google me l’aveva tradotto così: В России есть умереть, смеясь, che rigoogletradotto in italiano diventava La Russia deve morire dal ridere.
Oggi ci ho riprovato, ho goggletradotto In Russia c’è da morir dal ridere ed è venuto fuori В России есть что умереть от смеха, che rigoogletradotto in italiano diventa In Russia, c’è qualcosa da morire dalle risate, e si capisce che l’algoritmo di traduzione di Google ha fatto dei bei passi avanti, in cinque anni.
Però a me piaceva di più prima.

sabato 12 gennaio 2019

Prima di andare a dormire

Le avventure di Pinocchio (tre volte in tre edizioni diverse e non vedo l’ora di cominciare con la quarta), La Freccia Azzurra (una volta sola ma son qui che vorrei ricominciarla il prima possibile), Il piccolo principe (una volta sola, e siamo a posto così, che a parte i capitoli sull’addomesticamento non si capisce niente), Come è andata veramente tra Mascia e Orso (una volta sola, ma forse è ancora troppo presto), le fiabe dei Grimm (non tutte, che prima bisogna sempre dare una letta veloce per capire dove si va a parare) tra le quali spicca indiscussa Raperonzolo (almeno cinquanta volte).
Tanti altri li abbiamo cominciati e poi lasciati lì dopo qualche pagina o qualche capitolo, a volte perché difficili, a volte perché noiosi, a volte perché non era il momento giusto, altre volte perché erano brutti.
Qui nei commenti (o dalle altre parti dove viene condiviso questo post) potete consigliarci altri libri da leggere prima di andare a dormire, se avete voglia. L’unica regola è che siano comprensibili all’ascolto per un bambino che adesso ha quasi quattro anni, e che abbiano poche figure, meglio ancora se di figure non ce ne sono.

Grazie in anticipo.
Intanto, nel frattempo, ricominciamo Pinocchio.

venerdì 11 gennaio 2019

Bassa risoluzione

Devo confessare che la modalità di fruizione del post di ieri, dove se qualcuno voleva leggerlo (o vuole ancora leggerlo) doveva scrivermi una mail (e può ancora scrivermi una mail) e io gliel’avrei mandato in pdf (e glielo posso ancora mandare in pdf), ecco, non so se sia piaciuta ai lettori (per ora una trentina, abbiamo  superato la soglia minima manzoniana), boh, penso di sì, ma di sicuro è piaciuta tantissimo a me.
C’è un’aria di tranquillità, stamattina, nella mia testa, dopo che ho passato la serata a rispondere a delle mail, una per una, con qualcuno ho scambiato due stupidate, con qualcuno delle confidenze, con tutti dei saluti affettuosi, con molti dei baci e degli abbracci perché non ci sentivamo da un sacco di tempo, o almeno non ci sentivamo più così, intimamente, con calma, fuori dai commenti alla mercé di tutti o dalla velocità di una whatsappata o di un chat, che è stato quasi come baciarci e abbracciarci di persona.
E me li immagino, loro, i lettori, che si prendono il tempo che vogliono per leggere un file (che è anche abbastanza lungo), magari spezzando la lettura con un caffè, o leggendo solo qualche pagina al giorno, o come gli pare (anche buttarlo nel cestino dopo due righe, per me fa poi lo stesso, va bene così).
Potrei averci preso gusto. Vediamo.

giovedì 10 gennaio 2019

Il 15-18: Capitolo 1 (Come un Big Bang visto da fuori)

Questa è la cronaca di come sono diventato padre. Non è un gran capolavoro di letteratura, tutt’altro, e, anzi, è il copincolla un po’ ricicciato di una manciata di mail che inviai verso l’inizio di aprile del 2015 a quello che posso considerare come il mio migliore amico. Ho sistemato le virgole, i punti e poco altro (ci saranno diecimila refusi).
Non è un’opera di fantasia e l’argomento è personale. Per questo motivo ho deciso di non pubblicarlo sul blog “in chiaro”, ma di inviarlo direttamente a chi vuole leggerlo. Il mondo dei social network non è un posto molto confortevole e vorrei evitare che pezzi delle nostre vite, ma soprattutto quelli di mia moglie e di mio figlio, finiscano in pasto alla condivisione e ai commenti selvaggi di persone a caso.

Se volete leggerlo, scrivetemi a marcomncrd chiocciola gmail, ditemi chi siete e io molto probabilmente vi rispondo e ve lo mando. E mi fido di voi.

(Continua…?)

mercoledì 9 gennaio 2019

Canzonette

Mi è arrivata una mail dal mio amico cantautore Giancarlo Frigieri (ci scriviamo seicento email al giorno, in questa mi chiede se voglio pubblicare una roba sul mio blog, e io voglio), diceva così:

Visto che scrivi qualcosa tutti i giorni, posso suggerire che una volta che non hai niente da scrivere ci scrivi che quando facevo la prima elementare avevo un mio compagno di classe che cantava “Rock around the clock” di Bill Haley & The Comets e quando dice “We’re gonna rock around the clock tonight, we’re gonna rock rock rock ‘til broad daylight” diceva “Uigona uoc e ral e uoccheral, Uigona uo uo uo uo uoccheral” e a noi ci sembrava sapesse l’inglese.
Invece quando avevo 14 anni c’era uno in compagnia con me che cantava “Sledgehammer” di Peter Gabriel e diceva “I wanna be SPACE SHOWER” e io ogni tanto, ancora oggi, quando la sento mi chiedo chissà cosa intendeva per “doccia spaziale”.

E mi sono ricordato che una volta, da qualche parte, avevo scritto che il fratello di Frigieri tutte le volte che sente Rastaman Vibration di Bob Marley la canta così: «Rastaman vibration, yeah, positive. Nixon Brahmaputra.»
Una cosa che ci faceva talmente ridere che, quando avevamo una band insieme, io e Frigieri, che si chiamava Tua Madre, ci avevamo anche intitolato una canzone (se di canzoni si può parlare, nel caso di Tua Madre).

Poi, per fare degli altri esempi, io tutte le volte che sento quel pezzo famoso di Grease che tutti conoscono, lo canto così: «You’re the one that I want (Assurbanipal) uh! uh! uh!»
E un’altra volta, che stavo canticchiando Innuendo dei Queen mentre cincischiavo in giro per casa, e cantavo: «Surrender your ego, be free, bre free…», la Cate è spuntata improvvisamente da dietro un angolo del salotto aprendo le braccia e urlando: «BEYONCÉÉÉÉÉ!»

E poi basta. Per oggi è tutto.
Musica: 

martedì 8 gennaio 2019

A proposito di galaverna

Quando facevo le Superiori, cioè l’Istituto Tecnico Industriale Leonardo Da Vinci di Carpi, e abitavo ancora a Novi di Modena, la mattina mi svegliavo verso le 6, andavo in cucina e trovavo un pentolino di latte da scaldare che mi aveva preparato mia mamma prima di andare a letto, accendevo il fuoco, tiravo fuori i Coco Pops e ne versavo un po’ nella tazza, li ricoprivo col latte caldo e ci facevo colazione. Tutto abbastanza in fretta, però, che c’era da fare un paio di chilometri a piedi per andare a prendere la corriera per Carpi. Avrei potuto andarci in bici, per far prima, alla fermata della corriera, e delle volte lo facevo, ma d’inverno no, d’inverno mai.
D’inverno mi piaceva proprio uscire di casa a piedi, tutto bardato con la sciarpa della Fiorentina, il bomber grigio dei Pittsburgh Pirates che avevo preso coi punti della Nutella, i jeans strappati sulle ginocchia per il troppo utilizzo, gli anfibi con la punta di metallo, il walkman quasi sempre caricato con Fear Of The Dark e il dito pronto sul reverse per far ripartire The Fugitive, che era la mia preferita e che, ma forse era un caso, cominciava nella nebbia.
C’erano delle nebbie, negli anni 90 del secolo scorso, che anche a piedi, anche la mattina, facevi fatica a vedere cinque o sei metri avanti. Era bello, erano tutti addormentati, erano tempi che quasi tutti lavoravano vicino a casa e pochi si svegliavano presto per andare lontano, e gli unici abitanti di qui limbi mattutini freddi e ovattati, con il passo da zombie e la testa ancora da riavviare, eravamo noi studenti delle Superiori o dell’Università che andavamo a prendere la corriera per Carpi o il treno per Modena e Bologna.
Una cosa che mi piaceva moltissimo, e per la quale partivo anche cinque o dieci minuti prima del dovuto, era fermarmi a guardare le ragnatele gelate dalla galaverna sui cancelli delle case. C’erano quelle abbandonate dai ragni già da tempo, chissà se i ragni proprietari erano morti o avevano solo traslocato, e le loro ragnatele restavano lì a pendere flosce, imborsate e appesantite dal ghiaccio, coi fili tutti arcuati verso il basso, come fossero ragnatele stanche. C’erano poi quelle nuove, coi loro tiranti stesi tra una cancellata e l’altra e le mandate degli altri fili, quasi a spirale dal centro all’esterno, congelate anche loro dalla galaverna che però non era abbastanza forte da deformarne la configurazione perfetta. E chissà se i ragni che le custodivano stavano morendo congelati o si erano trasferiti temporaneamente nelle case lì vicino, costruendosi un riparo di fortuna negli angoli dei muri, con gran fastidio e nervoso delle mamme che ci abitavano, come la mia.

«Ma prendi la bici! Cosa vai sempre in giro a piedi con questo freddo?» Mi avevano chiesto una volta i miei.
«Guardo le ragnatele ghiacciate sui cancelli delle case.» Gli avevo risposto.

lunedì 7 gennaio 2019

Un libro

L’altro giorno, mentre osservavo una persona che conosco leggere un libro molto difficile e impegnativo, considerando il fatto che questa persona non legge mai, e non lo dico così tanto per dire, ma con mai intendo proprio mai, insomma, l’altro giorno mentre la osservavo leggere mi è venuto in mente quell’aneddoto sugli amici di John Wayne che, visto che era il compleanno di John Wayne e non sapevano cosa regalargli, erano andati da John Ford a chiedergli un consiglio sul fatto che avessero pensato che forse potevano regalare a John Wayne un libro, e John Ford li aveva guardati, aveva scosso la testa e, no, gli aveva detto, è meglio di no: ne ha già uno.

domenica 6 gennaio 2019

Si stava meglio quando si stava meglio: in epub

Il giorno di Santa Lucia del 2018 avevo pubblicato su Barabba un librino che parlava di Novi e dei novesi, di nonni e di bisnonni, di maghi, prestigiatori e circhi itineranti, di mezzadri e di un toro, di piccole lotte private contro il fascismo e di tante altre cose che, nel Novecento, sembravano normalissime.
Mancava però la versione in epub, perché avevo incontrato delle difficoltà nel crearla coi poveri mezzi poco aggiornati che usavo fino a cinque o sei anni fa per fare gli ebook.
Adesso, che è il giorno della Befana, anche se non l’ho fatto apposta, dovrei esserci riuscito.

Si stava meglio quando si stava meglio si scarica sempre da qui (o da qui), ora anche, come dicevo, in epub. (Ma ci sono ancora il mobi e il pdf, se vi fan più comodo.)

Buona lettura e Buona Befana.

sabato 5 gennaio 2019

Ieri non ci sono riuscito

Che poi, ho scritto che avrei provato a scrivere qualcosa tutti i giorni, solo che non è molto facile, dopo che ci si è disabituati. E infatti ieri non ci sono riuscito.
Ci sono, di solito, delle situazioni che mi fanno pensare a cosa potrei scrivere, tipo andare in giro da solo in macchina, soprattutto la sera, o andare al bar. Poi però succede che arrivo a casa e non mi ricordo cosa avevo pensato di scrivere, oppure me lo ricordo ma seduto davanti al foglio bianco, che in realtà è un monitor, mi accorgo che quello che avevo pensato era una stupidata e allora lascio perdere.

Il bar, ho comprato casa, un paio d’anni fa, e l’ho presa davanti a un Irish Pub. Ieri sera ci sono andato, poi sono tornato a casa e non mi ricordavo più cosa avevo pensato di scrivere. Guidare, dopo, non mi sembrava il caso.

giovedì 3 gennaio 2019

La New Wave italiana

Sta succedendo una cosa strana, nel suo piccolo eccitantissima. È successo che negli ultimi giorni del 2018, su facebook, ci siamo accorti che qualche vecchio blogger aveva ricominciato a scrivere dei nuovi post. E qualche altro vecchio blogger, o qualcuno che negli anni belli della blogsfera gravitava da quelle parti, aveva aperto dei nuovi blog.
Allora, un po’ per ridere, un po’ perché sentivo anch’io di dover scrivere qualcosa su una certa questione che mi stava appesa tra la gola e il cuore, ho postato su facebook questa frase:

(buon anno amici) ci sono tutti i presupposti: la parola ufficiale del 2019 sarà BLOGROLL.

Erano le 11:10 del primo di gennaio, noi vecchi ci abbiamo riso sopra mentre i giovani ci chiedevano cosa volesse dire BLOGROLL. Alle 21:10 scrivevo il primo post di questo 2019, proprio su quella certa questione che mi stava appesa tra la gola e il cuore.
Poi ieri ne ho scritto un altro (e, come succedeva una volta, ne ha generato uno in un altro blog). E oggi, ancora (è questo qui che state leggendo).

Oggi poi ho fatto un’altra cosa, che non facevo da molto tempo: ho aperto il feedreader e ho creato un gruppo nuovo, l’ho chiamato The New Wave, e ci ho messo dentro i feed di tutti quei vecchi blogger che stavano scrivendo dei post dopo anni di silenzio o stavano aprendo nuovi blog tutti bianchi e puliti col loro “Hello World!” a (ri)cominciare il tutto.
Non so perché questa cosa strana ed eccitantissima stia succedendo adesso, tutta d’un tratto. Forse è colpa della noia e delle mangiate nelle ferie natalizie. O forse, come dice la Bat, in un blog che ha appena aperto:

forse c’è solo di nuovo la banale bellezza del leggersi con calma, e del lasciarsi scrivere con calma. Chissà, potrebbe anche esserci un ritorno dei commenti che siano davvero commenti e non battute, celodurismi, quando non cattiverie e insulti. O forse no.

Questa cosa strana ed eccitantissima, questa nuova ondata improvvisa, potrebbe infrangersi domani o tra dieci minuti o tra cinque anni, non lo sa nessuno.
Però intanto è cominciata. Godiamocela.

***

mercoledì 2 gennaio 2019

Servizio pubblico (breve guida all'uso dei fendinebbia)

Mi rendo conto che la maggior parte degli automobilisti non è nata in Emilia, e buona parte di loro non guidava ancora, diciamo, tra la fine degli anni 90 e l’inizio dei 2000, cioè gli ultimi tempi a memoria d’emiliano in cui la nebbia era una roba da tagliare col coltello e noi giovinastri si rincasava dalla discoteca con la testa fuori dal finestrino per vedere dove fosse la riga bianca che separa la carreggiata dal fosso (sempre che la riga bianca che separa la carreggiata dal fosso ci fosse, non era così scontato). Per sopperire a questa mancanza, e per venire un po’ incontro all’uso smodato ed estroverso che viene fatto dei fendinebbia al giorno d’oggi, ho pensato bene di mettere in fila un po’ di regolette d’uso, tutte dettate dal buon senso. E quindi:

Fendinebbia ANTERIORI (quelli davanti)

  1. Non servono agli altri per vedere te, servono a te per vederci meglio.
  2. Si usano solo quando c’è nebbia.
  3. Se li accendi quando non c’è nebbia i casi sono due: o sei molto insicuro e hai bisogno di tanta luce; oppure nella vita normale nessuno si accorge spontaneamente del tuo ego in accrescimento.
  4. In realtà servono a ben poco, non ci sono più quei nebbioni che nascondono la riga bianca che separa la carreggiata dal fosso (quando c’è). Però, dai, quando c’è nebbia, ok, accendili pure.
  5. Non sono sostitutivi di un anabbagliante bruciato, ma ti si può perdonare. Al limite, ti si augura che, vista la tua reticenza nello spendere quei dieci o quindici euro per cambiare una lampadina, prima o poi ti si bruci anche un fendinebbia. Magari, chessò, in una notte di nebbia.
  6. Se li accendi quando piove o quando il fondo stradale è bagnato, aumentando così il fascio di luce che si riflette sull’acqua e finisce in faccia a chi sta arrivando nel senso opposto, mi dispiace, ma la questione è una e una soltanto: sei uno stronzo.

Fendinebbia POSTERIORI (quelli dietro)

  1. Non servono a te per vederci meglio, servono agli altri per vedere te.
  2. Si usano solo quando c’è nebbia.
  3. Si usano solo quando c’è nebbia.
  4. Davvero, si usano solo quando c’è nebbia.
  5. Quando poi hanno assolto al loro compito, si spengono.
  6. Cioè, quando li hai accesi, e c’è nebbia, e dallo specchietto retrovisore vedi che un’altra macchina ti si è accodata, a distanza di sicurezza, è proprio lì dietro di te, la cosa che devi fare il prima possibile, tipo subito, meglio ancora immediatamente, è quella di spegnerli. Quello dietro, che da lontano ti ha già visto grazie ai tuoi bei fendinebbia posteriori, adesso è lì, proprio dietro di te, non dovresti accecarlo col tuo piccolo abbagliante posteriore, perché, ripeto, è già lì. TI STA VEDENDO.
  7. Se invece non li spegni, eh, anche qui, mi dispiace ancora, ma la questione è una e una soltanto: sei uno stronzo.

E per oggi è tutto.
Musica: 

martedì 1 gennaio 2019

Il 15-18 (prologo)

Con il 2018 si è chiuso un ciclo. Non è che lo dica così tanto per dire. Si è proprio chiuso.
Per tre anni e nove mesi siamo stati immersi fino al mento in un turbine di gioie e dolori, quasi mai di breve entità, quasi sempre estremi.

Ora, dato che il ciclo si è chiuso e ci troviamo davanti a un orizzonte di cose da fare, da progettare e da capire, ora che il futuro è tornato a essere sconosciuto, dove può succedere di tutto, può essere più bello, può essere più brutto, può non succedere assolutamente nulla, ma perlomeno non dobbiamo stare in attesa di qualche accadimento annunciato com’era spesso nei tre anni e nove mesi passati, qualcosa per riempire le serate quando il bimbo dorme o i pomeriggi della domenica me la devo pur trovare. Quindi tanto vale che mi rimetta a scrivere qualcosa, e pensavo di farlo su questo blog, che non è mai stato veramente vivo, ma nemmeno veramente morto.

Così, ho anche pensato che, se ci riesco, e non è detto che ci riesca, proverò a raccontare della nostra piccola Grande Guerra privata del 2015-2018, coi suoi caduti, i suoi feriti, le sconfitte e le vittorie. Magari a puntate, che ai muri di testo non siamo più abituati. Non so con quale cadenza, penso settimanale. E negli altri giorni proverò a scrivere delle altre cose, così, come mi vengono in mente, come se fossero ancora gli anni zero della blogsfera.

Intanto partiamo dall’inizio.

Era cominciato tutto il 27 marzo del 2015, il telefono era squillato mentre stavo entrando nella Cappelletta del Duca, quella che una volta era un incrocio pericoloso e adesso è una rotonda ai margini di Cavezzo. Quel giorno lì avevo cercato una strada diversa dalla solita per andare a Mirandola, dove lavoravo, perché il Secchia rischiava di esondare e avevano chiuso la maggior parte dei ponti, ero anche un po’ in ritardo. Dall’altra parte del telefono Caterina, ridendo e ansimando, un po’ imbarazzata, un po’ isterica, mi diceva che le si erano rotte le acque. Ho fatto tutta la rotonda e sono tornato indietro, ho riattaccato e ho chiamato al lavoro dicendo che ci saremmo rivisti qualche giorno dopo, anche se non sapevo quando. Mi hanno fatto gli auguri e mi hanno lasciato tornare a casa.
Appena arrivato, ho trovato la Cate che saltellava per il corridoio con un asciugamano tra le gambe. «Non hai idea di quanta acqua mi è uscita dalla…» mi ha detto agitatissima, mentre cominciavamo a fare su tutta la roba per andare in ospedale a Vladivostok 1 dove avevamo appuntamento.
Poi il telefono era squillato di nuovo, stavolta non era il mio, dall’altra parte un nostro amico ci diceva che il padre della Cate era entrato in ospedale. Non era l’ospedale di Vladivostok e non era per la nascita di suo nipote: era l’ospedale di Carpi, per un’insufficienza respiratoria.

(Continua…?)

__________
1.^ Uso un nome di fantasia per dire che l’ospedale era un ospedale lontano da Carpi.

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/