martedì 26 giugno 2012

Un'intervista e una specie di poesia

Il mio amico diegodatorino, che è uno dello staff di altervista, oltre che un buon compagno di bevute, mi ha fatto delle domande su questo periodo emiliano, e io gli ho risposto, qui.

La mia amica AlessandraC, che è una specie di Bartezzaghi al femminile, ha composto dei versi alessandrini con le cose che ho scritto qua e là per l’internet durante il terremoto, si possono leggere qui. Io non lo sapevo mica che in quello che scrivo ci finiscon così tanti alessandrini.

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venerdì 22 giugno 2012

Marciar marciar

La mia amica astridula un paio di settimane fa mi aveva spedito una canzone partigiana per alleviare le pene di noi terremotati e io l’avevo pubblicata qui. Qualche sera dopo, la mia amica astridula ha letto quel post al suo Coro popolare della Resistenza di Udine e loro, quelli del coro, han deciso di ricantarla tutti insieme:

Marciar

A marciare avevamo ricominciato da Carpi, adesso continuiamo con Novi di Modena,  il 24 giugno, insieme al Coro delle Mondine. Marciar marciar, marciar ci batte il cuore.

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domenica 17 giugno 2012

Togliamoci il pensiero

Un giorno d’aprile di quest’anno mi suona il telefono ed è il mio amico canzonettista Giancarlo Frigieri che mi vuole in studio per contribuire al suo nuovo disco Togliamoci il pensiero (che uscirà, speriamo, dopo l’estate).
Mi fa, Giancarlo, «vieni dentro con la macchina», nello studio di registrazione di Rubiera. Io entro con la mia Fiat Punto grigia che si chiama Bradamante, mi metto in fila con altre tre macchine di stili e rumori diversi, e partecipo orgogliosamente al primo quartetto di clacson (che non so se si scrive proprio “clacson”, ma insomma, avete capito) della musica indipendente italiana.
Mi fa, poi, Giancarlo, «scegli uno strumento e suonalo», e io scelgo il pianoforte, ma gli dico che voglio fare solo una nota. Allora lui mi propone un accordo arpeggiato, delle persone esperte mi mettono le dita dove devono stare sui tasti bianchi e neri, e io suono orgogliosamente, una quindicina di volte, un la-minore-settima-diminuito.

Ecco, quando uscirà Togliamoci il pensiero, dentro, ci sarò anch’io. Intanto, adesso c’è un video montato dal prode Cesare Anceschi con un po’ di cose successe in quei giorni d’aprile nello studio di registrazione di Rubiera. Come nei migliori action-movie dei supereroi, non uscite dalla sala dopo i titoli di coda. Click.

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venerdì 15 giugno 2012

Pensa te

Un pisolo pomeridiano, Bitches Brew in sottofondo, il cane accoccolato di fianco, una gatta addormentata tra le gambe, la brezza leggera che arriva dalla finestra aperta sulla piazza assolata, niente scosse che interrompono i pensieri, la pace. Pensa te, la cassa integrazione.

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giovedì 14 giugno 2012

È un periodo

È un periodo che si fan di quelle litigate, tra parenti, amici e conoscenti, che magari eran degli anni che tenevi tutto dentro a covare, senza dir niente per decenza, e invece adesso… adesso è un periodo che, come dice mia suocera, «i coglioni vengono al pettine».

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mercoledì 13 giugno 2012

Una cassetta di mele

Poi ti ritrovi a svuotare e smontare completamente la camera dei nonni, perché lì, nella loro casina che per loro era come un castello, per niente moderna ma tenuta con tanto amore, piena di ricordi e di abitudini… ahimè, non ci potranno più vivere. Guardo negli occhi la nonna che, per non pensarci, sta a casa mia a cucinare qualsiasi cosa gli sta passando per la testa e poi guardo negli occhi il nonno, che invece è là a guardare il figlio e i nipoti che smontano e caricano sul furgone un pezzo della sua vita. Entro in casa e prendo una M&M’s (che adora), gliela porto, la mangia ma è arrabbiato, il cuore è spezzato. Li vedo, sono abbattuti, delusi, arrabbiati con un nemico invisibile che in pochi secondi (un po’ per volta) gli ha portato via tutto ciò che con fatica e sudore si erano costruiti per poter vivere una vecchiaia serena. Li vedo così, con reazioni diverse, ma entrambi seri e in silenzio. Cercano di farsene una ragione, che in realtà non si faranno mai. Cercano di non far vedere troppo la sofferenza che stanno provando, ma che negli occhi si vede comunque, solo per non far stare peggio noi che gli siamo vicini.

Ci penso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.

Io, come mio fratello, in quella casa ci sono cresciuta. Se non tutti i giorni, al massimo ogni due giorni, andavo là per fare due risate e soprattutto per fargli fare due risate. Dopo sì che erano felici, dopo sì che anche io ero felice sapendo di averli resi felici.
Da oggi non potrò più dire “vado dai nonni”; da oggi non potrò più fare arrabbiare la nonna presentandomi all’ultimo secondo a casa sua per pranzo o per cena, senza averla avvisata almeno qualche ora prima; da oggi non potrò più andare là e dire “dai nonno, vieni con me! – e lui perplesso: ma indua? – Nonno non preoccuparti, andiamo!” e anche se un po’ nervoso per non averlo avvisato prima, veniva sempre.

Ci ripenso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.

Questa cosa qui l’ha scritta ieri mia sorella su facebook, dopo che, smontati e caricati e spostati letti e armadi, abbiamo chiuso a chiave per sempre la porta della casa disastrata dei nonni. Ma prima di farlo, prima di girare per l’ultima volta la chiave nella toppa, col cuore che piangeva, io e mio padre siamo andati nel solaio tutto crepato e abbiamo tirato fuori la macchina da cucire della nonna. Quando gliel’abbiamo portata, forse per la prima volta da tantissimo tempo, ho visto gli occhi di mia nonna inumidirsi. Ha sorriso e ha detto «oh, là, questa è proprio la mia». È una vecchia CASER fissata su un tavolino di legno tarlato, con la pedaliera in metallo, forse di ghisa, credo. L’ha comprata nel ’53 già usata.

«Non l’ho proprio comprata» dice mia nonna dopo qualche minuto di silenzio e contemplazione, «l’avevo vista da una signora, mi piaceva, l’ho scambiata con un una cassetta di mele.»

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lunedì 11 giugno 2012

Ho imparato

Ho imparato a individuare al volo i muri portanti delle stanze in cui entro.
Ho imparato a valutare sommariamente l’entità di una crepa.
Ho imparato a trattenere il magone per una crepa su di un edificio caro.
Ho imparato che ci sarà sempre almeno un altro edificio caro con una crepa in più.

Ho imparato ad ascoltare le storie delle persone e ho imparato a farlo in silenzio.
Ho imparato a raccontare la mia storia, senza la pretesa che sia speciale.
Ho imparato a non rispondere a chi mi parla di spostamento dell’asse terrestre, di fracking, di complotti sulla magnitudo, di loro amici geologi, di «fate girare per favore», di «qualcuno sapeva», di «ne verrà un’altra forte».
Ho imparato, se proprio mi arrabbio, a rispondere secco «ciao, scusa, devo andare.»

Ho imparato a rimanere calmo durante le piccole, continue scosse di assestamento.
Ho imparato che mettersi a correre non è la reazione migliore, quasi mai.
Ho imparato a fare delle docce velocissime.
Per non parlare della cacca.

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sabato 9 giugno 2012

Ricomincio da Carpi

L’altro giorno, la mia amica astridula, che tra l’altro abita abbastanza vicino all’epicentro della scossa di stamattina nel nord-est e che aveva letto che qui eravamo rimasti senza musica, e forse pensando al continuo camminare avanti e indietro dei volontari per le ronde anti-sciacallaggio, mi aveva mandato questa canzone partigiana, che si intitola Marciar Marciar (lo so che si vergogna un pochino, la astridula, ma la pubblico lo stesso):

MarciarMarciar

Ecco, marciar marciar. Ora sono in casa, fuori non c’è più silenzio, mancano ancora un sacco di cose, ma ci sono delle voci, delle saracinesche che si alzano, delle ruote di bicicletta che passano sotto le finestre. Prima ho pranzato in un bar del centro, nella zona rossa, stasera vado in pizzeria. Forse domani mangio fuori altre due o tre volte.

Una metà del mio cuore, la metà novese, è ancora fortemente dissestata, ma oggi ha riaperto il centro di Carpi. Un giorno riaprirà, quando l’avranno ricostruito, quello di Novi, e via via tutti gli altri, da Mirandola a San Felice a Finale Emilia, fino a Ferrara. Ma adesso sono qui, a casa mia, a guardare dalla finestra i miei concittadini che ricominciano a marciare.

Marciar marciar. Ricominciamo da Carpi.

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venerdì 8 giugno 2012

Generi di prima necessità

Adesso giro sempre col cane al guinzaglio e una borsina con dentro il computer, il caricabatterie del cellulare, la carta di credito, due libri (Io sono la guerra, che sto leggendo; Il maestro e Margherita, che sto per leggere) e un kindle (prima o poi lo finirò, Infinite Jest), anche se è un periodo che leggere è fatica.

Mio suocero, Gianfranco, che non è mai uscito di casa, in zona rossa a Carpi, quando gli abbiam chiesto cosa gli serviva, ci ha detto: sigarette e Lambrusco. E noi glieli abbiamo portati. «Siete la mia protezione civile», ci ha detto.

Mia nonna, Ada, sfollata in un camper davanti a casa dei miei, a Novi di Modena, quando siamo andati a recuperare le sue cose col carriolino e lei ha iniziato a capire che forse non sarebbe mai più rientrata nel posto in cui ha abitato per almeno cinquant’anni, ecco, le prime cose che ci ha fatto portar fuori, prima ancora dei vestiti e dei giabanini di valore, sono state: il casco per la permanente (perché le signore son signore in ogni situazione), l’asse per la sfoglia (perché «tua madre ha un tavolo che non va mica bene»), due o tre mattarelli e farina e uova (perché anche se casca il mondo bisogna fare delle torte).

Ed è sempre più vero quello che mi diceva un amico cantautore un paio di giorni dopo la prima scossa del 20 maggio, e cioè che «l’unica cosa positiva di un disastro è che ti fa riconsiderare le priorità, e non so se sia il karma, lo ying e lo yang o chissà che cosa, però è indubbio che ti rimette a posto il cervello per quel che vale la pena di avere e vivere. Poi, piano piano, ti scordi tutto e ritorni un cretino. Chissà quale delle due è la nostra vera indole.» Siam fatti così.

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mercoledì 6 giugno 2012

Mancano

La zona rossa di Carpi, dovreste vederla, se solo vi facessero entrare, voi non residenti: c’è una specie di coprifuoco perpetuo e spontaneo, son quasi tutti fuggiti, il silenzio è irreale, è una città fantasma. Mi mancano le urla dei bambini in piazza, sotto la finestra, il rombo d’accensione dell’Harley alle otto di sera, tutte le sere, la giostrina che suona i pompieri di Viggiù e Barbie Girl venti ore al giorno, il brusio dei negozi e il vociare dell’aperitivo al caffè di fronte, quando la gente è talmente tanta da coprire le nostre chiacchiere casalinghe; mi manca il macinino del comune che all’alba pulisce le strade e mi manca perfino, sotto al portico, la filodiffusione. Mi mancano tutte quelle robe, insomma, che prima, vacca d’un cane, non so neanche spiegarvi quanto mi stavan sui maroni.

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martedì 5 giugno 2012

La Richter, la RAF

Mio nonno, Corrado, stamattina mi ha detto che durante la scossa dell’altra sera, a Novi di Modena, che lui era a Novi di Modena, durante la scossa dell’altra sera, era un po’ come trovarsi a Modena mentre Reggio Emilia veniva bombardata, nell’ultima guerra, che lui era a Modena, mentre Reggio Emilia veniva bombardata, nell’ultima guerra.

Ecco, mi vien da pensare che anch’io, come il signor cloridrato, preferisco la Richter alla RAF.

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lunedì 4 giugno 2012

skoj terremoto

[Son sicuro che Bicio non se la prende se pubblico la sua mail che mi è arrivata ieri a mezzanotte e un po’, dopo che per cause di forza maggiore non abbiamo completato il nostro piano per dormire in casa. Bicio, che suona il contrabbasso, e che adesso è in Austria per lavoro, ci ha fatto uno dei regali più belli del mondo: la musica. Grazie Bicio.]

Ciao Cate e Marco,
non ve lo riesco a dire quello che vi vorrei dire. Vi sono distante e fossi vicino non mi sentirei vicino abbastanza. Vorrei essere strutturista per venirvi a dire dormite tranquilli, a voi, alle vostre famiglie ai vostri concittadini. Vorrei avere coperte e spese da consegnare. Vorrei dispensare abbracci a tutti gli angoli. E invece non trovo nemmeno le parole per chiedere come state.

Però che non potete leggere perché non c’è la musica m’ha dato l’idea di cosa state provando. Amici scusate, anche se sono qua al sicuro, quelli che ho a disposizione non sono dei gran mezzi, ma i mazzi si fanno con i fiori che si hanno.

E che questo periodo passi in fretta.
Lì voi resistete
perchè siete buoni
. *

Ci vediamo presto amici, e l’unica cosa che tremerà sarà il cotone dei nostri orli delle mutande.
Bicio.

skoj terremoto
(Bisogna alzare molto il volume e mettere l’orecchio vicino alle casse, ma poi si sente, la voce di Gianluca, il contrabbasso, suonato dalle dita di Bicio, l’uomo più bello del mondo.)

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domenica 3 giugno 2012

Ricapitolando

Allora, oggi è un buon giorno per ricapitolare un po’ di cose, un po’ alla rinfusa e a mio esclusivo uso e consumo, probabilmente, ma da qualche parte uno si deve pur sfogare, penso. Scusate.

Quindi:

  • martedì 29 maggio ero nell’epicentro epicentrissimo del terremoto, a lavorare, sono scappato fuori dall’ufficio e mi son trovato davanti agli occhi i feriti, il fumo, la polvere, i muri che si staccavano, le sirene, le lacrime e la paura, le linee telefoniche in tilt, l’ansia di sapere come stava la mia famiglia e l’ansia per la loro ansia di sapermi nel centro esatto della catastrofe senza riuscire a contattarmi, ma in una finestrella di qualche decina di secondi, con le linee telefoniche ancora giù, sono riuscito a twittare una cosa e mia mamma l’ha letta su facebook e mi ha detto che l’ha salvata e la tiene in una cartella del computer per sempre. Poi ci siamo riusciti, a parlare al telefono, dopo un’ora, e non vi so neanche spiegare la sensazione di sollievo. Qualche ora dopo ho scoperto che a cento metri da dove mi trovavo sono morte delle persone, e qui la sensazione era di disperazione, e lo è ancora, ma anche questa cosa non so mica bene come spiegarla. Poi sono tornato nel mio natio borgo selvaggio, ancora abbastanza su di giri, la sera, dopo altre due scosse che avevano avuto epicentro proprio lì, e lì ho visto i miei genitori impauriti e i nonni che sono rimasti senza casa. Quando ho fatto un giro in centro, mi son trovato davanti alla prova tangibile della fine delle cose costruite dall’uomo, e nello specifico erano le cose costruite dall’uomo sotto le quali ho vissuto, giocato, amato, parlato, gridato e pure fatto a botte, delle volte, per almeno venticinque anni della mia esistenza. La sera abbiamo dormito lì a Novi di Modena, tra un camper e un furgone. È stato bello, dormire.
  • mercoledì 30 maggio ci siamo svegliati e siamo tornati a casa nostra, a Carpi, a portare i generi di conforto al suocero rimasto in casa, a vedere un po’ come stavano gli amici accampati in qualche parco e a fare un po’ di spesa per chi ce lo chiedeva. Casa nostra era transennata, la paura per gli sciacalli serpeggiava dappertutto. La sera abbiamo dormito ancora a Novi di Modena, tra un camper e un furgone. È stato bello, ancora, dormire.
  • giovedì 31 maggio siamo tornati a Carpi e siamo saliti in casa, abbiamo fatto delle docce, abbiamo dato da mangiare e da bere alla gatta che era rimasta lì da martedì, siamo andati a trovare il suocero e poi, col resto della famiglia, siamo andati a Castelnuovo Sotto, nel reggiano, lontano dal casino, per il battesimo della mia prima cugina. Era strano entrare in chiesa, e si vedeva che noi terremotati stavamo tutti ai lati delle panche, tesi e preoccupati, guardando in alto, ispezionando le crepe, ché da noi le chiese sono una cosa che non ci sono più. Alla fine però è stato rilassante, per una volta, allontanarci un po’ dalle scossette di assestamento. La sera siamo tornati, di nuovo, a Novi di Modena, tra un camper e un furgone. È stato bello, di nuovo, dormire.
  • venerdì 1 giugno ci siamo svegliati e siamo rientrati in casa dei miei nonni, abbiamo preso il più velocemente possibile le loro cose e abbiamo trasferito, come si dice, baracca e burattini a casa dei miei genitori, con la speranza, appena la situazione si calmerà un po’, di riparare il tetto e le crepe e tutto il resto. Poi siamo tornati a Carpi, in casa nostra, a lavarci e vestirci e bere una birra con Leonardo che era lì dal mattino a far la ronda anti-sciacallaggio sotto casa nostra. Che qualche dio lo benedica, Leonardo. La sera, ci abbiamo pensato un po’, non sapevamo cosa fare, poi abbiamo deciso di dormire ancora una volta a Novi di Modena, tra un camper e un furgone. È stato bello, ancora una volta, dormire.
  • sabato 2 giugno è stata una giornata un po’ strana, devo dire, col matrimonio dei miei zii nel reggiano, un rito cattolico lunghissimo e un rito ortodosso altrettanto lungo, la cena infinita, i reggiani spensierati e poco o niente preoccupati della situazione nostra e le lucciole che luccicavano nei campi, di notte, mentre tornavamo a casa. Però siamo tornati tardi, e allora abbiamo dormito a Novi di Modena, tra un camper e un furgone. È stato bello, sì, dormire, ma ci siamo un po’ rotti i maroni di dormire tra un furgone e un camper visto che casa nostra è poi a posto, anche se ci si arriva ancora presentando la carta d’identità al guardiano volontario che presidia l’inizio della via.
  • oggi, che è domenica 3 giugno, abbiamo festeggiato l’ottantesimo compleanno della sorella di mio nonno sotto a un gazebo, e mia nonna, mentre mio nonno era in giro in bici, ha fatto tre torte con le noci e il cioccolato.

Allora adesso eccoci qui, in casa nostra, a Carpi, in quella che chiamano ancora la zona rossa. Adesso proviamo a vivere e dormire al terzo piano di un centro storico in una città fantasma, che ci vuole del coraggio, ma bisogna che ce lo facciamo venire, il coraggio. Domani, la mia bella signora, che in questi giorni è stata il mio muro portante, torna a lavorare; io, che non so ancora quando e se ci tornerò, a lavorare, proverò a vedere dove c’è bisogno di qualcosa e a dare una mano dove serve, a Novi o a Carpi, ancora non so.

Chissà come sarà, stanotte, dormire. E se qualcosa va storto, sapete cosa fare.

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Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/