Direi che anche quest’anno l’abbiamo portato a casa.
(clicca qui, e anche qui.)
lunedì 30 dicembre 2013
sabato 7 dicembre 2013
Bastonate alla radio
La settimana scorsa il Farabegoli m’aveva chiesto di leggere un pezzetto di un suo post da mandare a una radio di Bologna. L’ho registrato un sabato notte verso le tre del mattino. L’hanno trasmesso lunedì 2, alle undici di sera circa.
Qui c’è il podcast: “polaroid – un blog alla radio” – s13e09
martedì 3 dicembre 2013
Una prefazione che non ho fatto in tempo a scrivere
Un pomeriggio nuvoloso ce ne andammo in Piazza San Carlo, il salotto di Torino, dove esisteva a quel tempo un non chiaro ma provvidenziale legame tra la sede dell’Usis [United States Information Service. N.d.R.] ora soppressa, e una bancarella di libri usati in un vicolo adiacente. Avevamo notato che questa bancarella era la meglio fornita della città in fatto di paperbacks americani, e la visitavamo periodicamente. Andammo scettici, le mani in tasca, la mente alla Legione Straniera. Sempre scettici, trovammo un blocco appena arrivato di libri di science fiction, che acquistammo mettendolo debitamente in conto al nostro datore di lavoro. Una trentina di volumetti abbastanza malconci, dalle copertine non specialmente allettanti, scritti da sconosciuti Clarke, Matheson, Bradbury, Sheckley, Asimov, Simak, eccetera. Ce li dividemmo e tornammo ciascuno a casa sua.
Non sapremo mai chi abbia venduto quel blocco alla bancarella, se un funzionario Usis spedito in un’altra sede, un agente delle Cia partito alla fine della sua missione, un tecnico temporaneamente distaccato alla Fiat, un importatore texano di cioccolatini torinesi, o magari un supervisore galattico che vide in noi due potenziali adepti e fabbricò la coincidenza, il fatale incontro ravvicinato. Ma è certo che a quell’ignoto personaggio dobbiamo la nostra conversione istantanea.
(Questa è la parte della prefazione a L'(n+1)esimo libro della fantascienza che non ho scritto io. Continua sul libro elettrico, o su l’ennesimo blog della fantascienza)
domenica 24 novembre 2013
Pedala, Marco, pedala!
[Ieri sera c’è stata la cena sociale della Ciclistica Novese, la squadra in cui ho corso dai 9 ai 16 anni, e a un certo punto mi hanno sbattuto sul palco a leggere il testo che segue. Testo che, con qualche modifica, era già stato pubblicato nel secondo volume di un libro gratuito sulla Sfiga intitolato Cronache di una sorte annunciata e che si scarica qui.]
Ma dove vuoi che vada?
Sono un gregario, a diciassette anni, categoria Juniores nell’IMAL Pedale Modenese. Sono un gregario di quelli gracilini, qualche piccola e inutile dote da velocista, pessimo passista, scalatore disastroso. Sono un gregario di quelli da sacrificare nei primi cinquanta chilometri di gara: entrare in tutte le fughe, scattare, controscattare, coprire i buchi, esaurire le tutte energie nella prima parte della corsa e preparare il terreno per quelli che verranno dopo, quelli che devono fare il treno in pianura per la volata finale o tirare il capitano in salita. Cosa importa se non finisci la gara, Marco? Devi dare tutto per la squadra fino a metà, nei primi cinquanta chilometri, se poi ti ritiri fa lo stesso, è onorevole, hai fatto il tuo lavoro. È una vita così, quella del gregario.
E allora pedala, Marco, pedala!
Ma quella volta, nell’estate del 1996, ero lì davanti, in fuga.
mercoledì 20 novembre 2013
mercoledì 13 novembre 2013
Una scusa per bere gratis (reminder)
Domani sera, a Reggio Emilia, io e il ragionier Giancarlo Frigieri presenteremo la prima (e forse unica) assoluta di Una scusa per bere gratis, spettacolo brutto e fatto male, tanto che non sappiamo esattamente cosa faremo. Probabilmente sarà una di quelle robe à la Catellan o Ligeti, tipo non fare nulla e chiamarla opera concettuale (qui c’è il volantino, qui l’evento su facebook). Venite?
venerdì 25 ottobre 2013
Uomini e topi
Una storia cruenta di eterna lotta con la natura nella bassa modenese.
Ambientazione: i miei abitano a Novi di Modena, al limitare del paese. Davanti sono tutte case e strade, sul retro è aperta campagna fino al canale “Fossa raso”, confine naturale tra Novi e Rolo. La casa è tutta al piano terra, più un mezzo primo piano dove stanno le camere da letto. Dopo il terremoto dell’anno scorso, i miei nonni sono andati a vivere lì. Popolazione, quindi: 5 persone: mia mamma (59), mio padre (60), mia sorella (26), mio nonno (88), mia nonna (82).
In autunno, quando le case cominciano a scaldarsi e le campagne a raffreddarsi, i topi sono soliti spostarsi spontaneamente verso i caseggiati che delimitano il paese, in cerca di cibo e calore. E c’è da affrontare la situazione. Niente di tragico, normale routine.
mercoledì 23 ottobre 2013
Una scusa per bere gratis
Il 14 novembre, alle 21:30, in un posto chiamato Ah bein! Bar, a Reggio Emilia, c’è una cosa che coinvolge un noto cantautore locale e il sottoscritto, e che vi andiamo tosto a descrivere così:
Potremmo millantarla come la vecchia sostanza in una nuova forma del teatro-canzone, saremmo autorizzati a lodarla come l’intersezione del piano musicale con quello letterario prodotta dalla collisione di due menti straordinarie, potremmo eccetera, ma alla fine della fiera è soltanto UNA SCUSA PER BERE GRATIS.
Musiche, quasi tutte originali, di Giancarlo rag. Frigieri;
parole, quasi tutte sue, di Marco dott. Manicardi.
Qui c’è il volantino. Il sito è in costruzione.
Secondo noi viene un bel lavoro.
lunedì 21 ottobre 2013
Well NYC really has it all
[Oggi è uscito un ebook di viaggio dal titolo Well NYC really has it all per la collana inesistente che non pubblica niente Barabba Elettrolibri. Il come e il perché del libro li ho accennati in una prefazione che ho scritto al volo ieri sera e che riporto qui sotto subito dopo il punto e la parentesi quadra.]
Quando devo partire per un viaggio, guardo sempre sul blog di Buoni Presagi se per caso lui è già stato là dove ho in programma di andare: nell’economia spicciola della mia vita internettiana, i suoi report di viaggio sono un punto di riferimento, e mi sono sempre ripromesso di visitare il mondo un po’ alla volta con gli scritti di Buoni Presagi sotto mano, sperando di riuscire a vedere e raccontare le cose come le vede e le racconta lui. Mi dispiace, per esempio, quando Buoni Presagi va in un posto in cui sono già stato, perché al suo ritorno, dai suoi resoconti, mi sembra sempre di essermi perso qualcosa – l’invidia, si sa, è una brutta bestia.
La prossima settimana, dal momento in cui scrivo queste righe, se tutto va bene, ché sono tre anni che ci provo e per i motivi più incredibili non ci ero ancora riuscito, vado a New York
lunedì 7 ottobre 2013
La prosa della domenica (di sabato)
Questo sabato, il 12 ottobre, nella sala più bella (così mi ha detto un torinese) del Circolo dei Lettori di Torino, alle 21:00 trattabili ma gratis, facciamo (io e altri due soggetti, cioè Diego Viarengo e Alessandro Bonino) una cosa chiamata La prosa della domenica: Letture e riletture di e su I FERRI DEL MESTIERE di Fruttero & Lucentini (e delle altre cose).
Se siete torinesi e limitrofi, e siete di buona volontà, ci vediamo là.
domenica 15 settembre 2013
Il giorno in cui un racconto finisce
[Ieri l’elena e Chettimar si sono sposati. Meglio: li ho sposati io. Quello che segue è il discorso che ho pronunciato nella sala delle cerimonie di Palazzo Reale, a Milano. Ci sono molte virgole, le ho usate tutte ogni volta per deglutire e mandare giù il magone.]
Bungiorno a tutti
Si sente se parlo così?
Anche là in fondo?
Bene.
Forse alcuni di voi si staranno domandando perché c’è un tizio con l’accento emiliano che è venuto fino in Lombardia per mettersi una fascia tricolore e, secondo la legge, unire in matrimonio un brianzolo e una molisana.
Ecco, io, oggi, sono una persona molto fortunata, perché mi è capitata una cosa che non capita a tutti. E non sto parlando solo del fatto che io sia qui a officiare l’unione di due persone a cui vogliamo un bene che non si può spiegare, ma sto parlando anche del perché oggi siamo in questa sala bellissima, tutti vestiti in ghingheri e commossi oltremisura per quello che sta succedendo. Sto parlando di come sono andate le cose. Di come tutto è cominciato, tra Elena e Simone. Forse voi non lo sapete, ma io sì. O forse lo sapete, ma bisogna che io lo ripeta, perché oggi è il giorno in cui un racconto finisce per farne iniziare un altro.
Tutto è cominciato tre anni fa,
venerdì 13 settembre 2013
Delle cose non prive di conseguenze
Ho finito di scrivere un discorso, si intitola “Delle cose non prive di conseguenze”. Devo leggerlo domani, davanti a un pubblico, diciamo, particolare.
mercoledì 4 settembre 2013
La Biennale di Venezia
L’altro giorno, in un festivalino locale, un tizio che conosco, col quale parlo sì e no una volta l’anno e sempre per caso, mi ha salutato e mi ha chiesto se ero andato alla Biennale di Venezia. Gli ho risposto che no, non ci ero mica andato alla Biennale di Venezia.
Non ho mai pensato di andarci, in vita mia, alla Biennale di Venezia. E adesso sono dei giorni che mi domando che faccia deve avere uno perché un altro gli chieda se è andato alla Biennale di Venezia.
Ho quella faccia lì?
giovedì 29 agosto 2013
Dialogo sulla ridefinizione del significato di Oceano mare
Osvaldo: A Baricco gli mancava solo Masterpiece per fare la fine di Morgan.
Marco: Ma io non vedo l’ora che inizi.
O: Sì, anche io. Che c’entra? Non è quello il punto.
M: Vabbè, è il grande vecchio della nostra generazione, ormai. Si vede che ci meritiamo lui.
O: Della tua, semmai.
M: Eh. Mi spiace, ma non si scappa: Baricco è l’abisso che guarda dentro di te.
O: Ne sono consapevole. Fin troppo. Purtroppo.
mercoledì 28 agosto 2013
Cantare è bellissimo (anche bere, tutto sommato)
In un vecchio articolo di non mi ricordo che giornale, Brian Eno diceva una cosa secondo me giustissima. Brian Eno, per chi non lo sapesse, è uno che ha suonato con i Roxy Music, che ha prodotto i dischi migliori di gente come David Bowie, U2, Talking Heads e chi più ne ha più ne metta. Non è il primo coglione su questa terra, insomma, quando si parla di musica. E proprio di quello parlava il buon Eno. Anzi, di CANTO. Dell’importanza del canto.
Non era una colta digressione sulla qualità del canto di chicchessia, non era nemmeno un saggio sul canto di non so quale popolazione che veniva ripreso da chissà quale artista. Il succo dell’articolo era che cantare fa sentire meglio. Eno diceva che con i suoi vicini di casa aveva fatto un gruppo di canto. Si trovavano ogni (mettete voi il giorno) in casa di qualcuno. Ognuno portava qualche vettovaglia e poi, tutti insieme, cantavano. Il patto era che si sarebbe cantato a cappella, senza l’ausilio di nessuno strumento. E soprattutto che non si sarebbe registrato nulla. Ciò che veniva cantato rimaneva in quel momento in quella stanza e poi l’aria che le corde vocali dei presenti avevano fatto vibrare si sarebbe mescolata al resto dell’universo disperdendosi. Non c’erano secondi fini, si cantava e basta. Non importava nemmeno essere particolarmente intonati. Diceva che la cosa era profondamente divertente e che tutti, dopo la sessione, si sentivano molto meglio.
Ci credo. Cantare è bellissimo.(il mio amico cantautore Giancarlo Frigieri, sul suo sito)
Quell’articolo di Eno era su un numero di novembre o dicembre di Internazionale del (credo) 2009. Visto che si avvicinava capodanno, e che dovevamo festeggiarlo con degli amici in una casa dispersa nella campagna del mio natìo borgo selvaggio, mi ricordo che avevamo deciso di prendere Eno in parola e, sotto l’abile direzione della mia signora, di cantare tutti insieme delle canzoni natalizie.
Ignorando una delle regole di Eno, mentre eravamo lì a sgolarci, qualcuno ha acceso un registratorino. Era la notte di capodanno del (credo) 2009, e questo è il risultato:
- Do They Know It’s Christmas (la mia parte è quella di Simon Le Bon)
- We Are The World (dove faccio Kenny Rogers)
(Avevamo in cantiere anche Heal The World, solo che, visto che siamo gente che beve, ci siamo scordati di schiacciare Rec.)
martedì 27 agosto 2013
giovedì 22 agosto 2013
Giuro che non lo sapevo
“Quinn aveva già sentito parlare di casi simili a quello di Peter Stillman. Nei giorni della sua vita precedente, poco dopo la nascita del figlio, aveva recensito un libro che parlava del ragazzo selvaggio di Aveyron, e perciò si era documentato sull’argomento. A quanto ricordava, i primi resoconti di esperimenti del genere compaiono nelle opere di Erodoto: nel VII secolo a. C. il faraone egiziano Psammetico isolò due neonati ordinando allo schiavo cui erano affidati di non pronunciare mai una parola in loro presenza. Secondo Erodoto, cronista di famigerata inaffidabilità, i bimbi appresero a parlare: la loro prima parola fu «pane» in lingua frigia. Nel Medioevo l’imperatore Germanico Federico II ripeté l’esperimento con metodi analoghi nella speranza di scoprire il vero «idioma naturale» dell’uomo: ma i bambini morirono prima di avere detto una sola parola. Infine, nella prima metà del Cinquecento, il re di Scozia Giacomo IV asserì – senz’altro mendacemente – che dei bimbi scozzesi isolati in ugual modo avessero finito per parlare «in ottimo ebraico». Tuttavia non furono solo gli eccentrici e i filosofi a interessarsi dell’argomento. Anche un pensatore equilibrato e scettico come Montaigne esaminò attentamente la questione, e nel suo saggio più importante, l’Apologia di Raymond Sebond, scrisse: «Io credo che un fanciullo che sia stato allevato in completa solitudine, lontano da qualsiasi rapporto umano (e sarebbe un esperimento difficile a effettuarsi) avrebbe qualche sorta di linguaggio per esprimere le proprie idee. E non è credibile che la Natura abbia negato a noi quella risorsa che ha elargito a tanti altri animali… Ma è ancora da sapere quale lingua quel bimbo parlerebbe; e ciò che per congettura se ne è detto non appare probabile». A parte gli esperimenti, ci sono stati i casi di isolamento accidentale – bambini smarriti nei boschi o allevati dai lupi, naufraghi su un’isola deserta – oltre a quelli di genitori crudeli e sadici che segregavano i loro figli, li incatenavano al letto, li picchiavano dentro gli armadi, li torturavano senza altro motivo che la coazione della loro follia: e Quinn aveva compulsato la vasta letteratura dedicata a queste vicende. C’era stato il marinaio scozzese Alexander Selkirk (da alcuni ritenuto il modello di Robinson Crusoe) che visse quattro anni in solitudine su un’isola al largo della costa cilena e, secondo il capitano della nave che lo soccorse nel 1708, «per mancanza di pratica aveva scordato la sua lingua a tal punto che a stento riuscivamo a comprenderlo». Meno di vent’anni più tardi Peter di Hannover, un fanciullo selvaggio di circa quattordici anni, scoperto muto e ignudo in una foresta presso la cittadina tedesca di Hamelin, fu condotto alla corte d’Inghilterra sotto la speciale protezione di Giorgio I. Sia Swift sia Defoe ebbero la possibilità di avvicinarlo, e l’esperienza sfociò nell’opuscolo di Defoe Mere Nature Delineated (1726). Peter però non imparò mai a parlare, e alcuni mesi dopo fu mandato in campagna dove visse fino a settant’anni senza mostrare interesse né per il sesso, né per il denaro né per altri aspetti del mondo. Poi ci fu il caso di Victor, il fanciullo selvaggio di Aveyron scoperto nel 1800. Grazie alle cure pazienti e scrupolose del dr. Itard, Victor imparò alcuni rudimenti del linguaggio, ma mai oltre un livello infantile. Ancor più famoso di Victor fu Kaspar Hauser, che apparve a Norimberga un pomeriggio del 1828 con indosso un bizzarro costume, praticamente incapace di proferire alcun suono comprensibile. Sapeva scrivere il proprio nome, ma per il resto si comportava come un infante. Adottato dalla città e affidato alle cure di un insegnante locale, passava le giornate seduto sul pavimento a baloccarsi con i cavallini giocattolo, mangiando solo pane e acqua. Tuttavia Kaspar fece dei progressi. Diventò un ottimo cavallerizzo, diventò maniaco della pulizia, gli nacque una passione per i colori bianco e rosso, e a detta di tutti dimostrò una memoria eccezionale, specialmente per i nomi e per i volti. Tuttavia, preferiva rimanere in casa, fuggiva la luce troppo intensa e, come Peter di Hannover, non manifestò mai interesse per il sesso o per il denaro. A mano a mano che in lui riaffiorava il ricordo del passato, ricordò di avere trascorso molti anni sul pavimento di una stanza oscurata, nutrito da un uomo che non gli parlava mai né gli mostrava il volto. Non molto tempo dopo queste rivelazioni, Kaspar fu ucciso a coltellate da uno sconosciuto in un parco pubblico.”
(Paul Auster, Città di vetro)
***
“Quand’ero piccolo, ma piccolo piccolo, diciamo in prima media, mia mamma m’aveva regalato di sua spontanea volontà un computer: era un Olivetti PC1, un 8086 senza disco fisso, con 512Kb di RAM, lo schermo monocromatico verde e due porte per i dischetti da tre pollici e mezzo. Ero il bambino più felice della Terra. Non che immaginassi che quel computer m’avrebbe poi condizionato la vita, le passioni, le scelte e, insomma, il futuro. Ma questa è un’altra storia. […] con quel computer lì, con l’Olivetti PC1, ci facevo di tutto; e in particolare è sul quel computer lì che ho cominciato a scrivere. Mi ricordo che avevo un dischetto, con l’etichetta “RACCONTI”, in cui raccoglievo tutto quello che scrivevo nella mia stanzetta, davanti allo schermo monocromatico verde, dove avevo anche imparato a scrivere usando quasi tutte le dita e senza guardare la tastiera, che è una cosa che è come andare in bicicletta, poi uno non si dimentica più come si fa.
Chissà dov’è andato a finire, il dischetto “RACCONTI”, anche se, comunque, nel caso in cui saltasse fuori adesso, improvvisamente, non saprei davvero come fare a leggerlo. Però di due racconti che c’eran dentro mi ricordo qualcosa, non i titoli, ma mi ricordo che erano entrambi incompiuti.
In uno si parlava di un bambino che veniva strappato alla madre subito dopo il travaglio e veniva chiuso in una stanza buia da un gruppo di ricercatori; poi questi ricercatori l’hanno sfamato e lavato fino all’adolescenza, e tutte le volte che entravano nella stanza buia in cui l’avevano chiuso, gli parlavano a caso, con delle parole che non esistono, senza senso, le prime combinazioni di suoni che passavan per la testa, tipo “asdurubala scuri scalavateri” o “sberfi maraviona patori” o “pleburi tani tuttidrugini bibbi” e così via; e il bambino, arrivato a quindici o sedici anni, si era creato un linguaggio tutto suo, nella sua testa, ed era anche riuscito a scappare non ricordo come. Poi il racconto si interrompeva lì, immagino che fosse perché non sapevo come andare avanti.”
(Io, dalla prefazione a L’ennesimo libro della fantascienza)
***
Ho cominciato a scrivere con l’Olivetti PC1 nel 1990, avevo undici anni.
Paul Auster ha pubblicato Città di vetro nel 1985, ho iniziato a leggerlo ieri.
domenica 18 agosto 2013
Le diapositive delle vacanze
Eravamo indecisi, navigavamo da giorni in rete senza meta, l’avevamo fatta troppo grossa l’anno scorso, forse, e pensavamo: non siamo gente che viaggia per viaggiare.
Puntando il dito a caso sulla cartina stavamo per scegliere la Scozia, ma quando ho mandato un link a un post del Doc Manhattan alla mia signora, qualche giorno prima di partire, lei mi ha risposto in maiuscolo e senza punto interrogativo: ANDIAMO IN GERMANIA.
Beh, ci siamo andati.
Le diapo sono qui.
Vorrei sottotitolare questo post: date ascolto ai vostri sogni, raga.
giovedì 25 luglio 2013
Cosa c'entra
Il 18 giugno del 2010 era morto José Saramago.
Cosa c’entra col 26 luglio del 2013?
C’entra che il 18 giugno del 2010 avevo scritto una cosa che parlava indirettamente del 26 luglio del 2005, di cui oggi cade l’ottavo anniversario. C’entra José Saramago.
E c’entra una matita.
mercoledì 10 luglio 2013
Molto figo
Un paio di settimane fa sono andato a vedere una retrospettiva su (di?) René Burri. Quando sono arrivato davanti a questa foto, mi sono sentito molto figo.
venerdì 21 giugno 2013
Non mi era ancora capitato
Ero lì fermo all’incrocio di Crevalcore, sentivo che la macchina faceva degli strani movimenti, ho pensato: Vacca d’un cane, che due maroni, Bradamante (la mia macchina si chiama Bradamante, e sono sette o otto mesi che ci spendo un capitale perché ogni tanto si rompe qualcosa).
E ho detto: Cosa c’è che non va, stavolta?
Ma Bradamante aveva già smesso di muoversi.
Poi ho guardato la gente lì intorno che usciva dalle case.
Allora ho capito.
mercoledì 5 giugno 2013
domenica 2 giugno 2013
Terremoto ti scrivo (un libro)
Oggi, nella Sala dei Mori di Palazzo Pio, a Carpi, c’è stata la presentazione di Terremoto ti scrivo (ed. La vita felice). È un libro di 268 pagine pieno di racconti, testimonianze, poesie e ragionamenti, e dentro c’è anche una cosa che ho scritto con mia sorella dal titolo Generi di prima necessità (con un errore di editing abbastanza grosso, e mi viene da ridere perché lo vedo come un piccolo contrappasso per aver fatto errori del genere nel campo dell’editoria di libri collettivi).
I proventi del libro saranno devoluti alla Cooperativa La Lucciola di Stuffione di Ravarino (quindi non fate caso al pezzetto altamente complottista che ci trovate dentro – ma poi è solo uno in 268 pagine).
Se lo comprate, fate un bel gesto.
lunedì 27 maggio 2013
Terremoto ti scrivo
Dunque, domenica 2 giugno, alle 17:00, nella Sala dei Mori del Palazzo dei Pio di Carpi (cioè il castello) c’è la presentazione di un libro dal titolo Terremoto ti scrivo. Si tratta (mi è sembrato di capire) di una raccolta di racconti e testimonianze su quei giorni là dell’anno scorso.
Dentro ci dovrebbe essere (mi è sembrato di capire) anche un mio pezzettino, che poi è sempre il solito che ogni tanto ho letto in giro a voce alta. Io, comunque, per una volta, non leggo niente, ma ci penseranno Claudia Bulgarelli e Tiziano Meschieri del Forum Teatro Teatri in movimento, con le musiche di Dario Martorana.
L’ultima cosa che c’è da dire è che il ricavato della vendita del libro andrà (mi è sembrato di capire) alla Cooperativa La Lucciola di Stuffione di Ravarino, che è stata, come si dice adesso per queste cose, gravemente danneggiata dal sisma del maggio 2012 (ormai lo chiamano “sisma” anche i vecchietti al bar).
E niente, se siete nei dintorni, venite a fare un salto.
giovedì 9 maggio 2013
Pensare che quest'anno volevo stare a casa
La prima volta in vita mia che sono andato al Salone del Libro di Torino era il 2011, mi avevano chiamato con tutta la truppa barabbista quelli di Bookrepublic per fare un discorso dal titolo “Barabba Edizioni: una casa editrice tanto carina, senza soffitto e senza cucina“. Perché avevamo fondato una specie di casa editrice inesistente. Eravamo tipo l’avanguardia.
La seconda volta in vita mia che sono andato al Salone del Libro di Torino era il 2012, mi avevano chiamato con tutta la truppa barabbista quelli di Bookrebublic per fare un punto della situazione dell’editoria con un discorso dal titolo “Un nome nuovo per l’imperatrice (contro la minaccia del self-publishing)“. Eravamo un po’ meno avanguardisti, perché il mondo elettrico spesso va più veloce delle singole persone.
La terza volta in vita mia che vado al Salone del Libro di Torino è domenica 19 maggio 2013, mi han chiamato con tutta la truppa della prosa domenicale al Salone Off, e precisamente nello SPAZIO INCONTRI OPEN del Complesso Sportivo Trecate in Via Trecate 46, dalle 15.30 alle 16.30, per fare un reading dal titolo “La prosa della domenica: letture e riletture di e su I FERRI DEL MESTIERE di Fruttero & Lucentini (e delle altre cose)“. Perché qualche mese fa abbiamo fatto ristampare un libro via twitter. È un attimo, nel mondo elettrico, anche un po’ per caso, tornare a fare l’avanguardia.
(Poi magari l’anno prossimo sto a casa.)
domenica 5 maggio 2013
Tutta palestra
(Quello che segue è una specie di discorso di dieci-quindici minuti che abbiam fatto ieri, alla Fornace Carena di Cambiano, in provincia di Torino, durante una Festa della Solidarietà che raccoglieva due soldi per il mio natìo borgo selvaggio, Novi di Modena. Le cose in corsivo le ha lette la mia signora, quelle dritte invece le ho lette io.)
Buonasera.
Io mi chiamo Marco Manicardi, di mestiere faccio l’ingegnere informatico, sono nato a Carpi in provincia di Modena nel 1979, nello stesso ospedale dove una nostra conoscente, la mattina del 29 maggio del 2012, ha iniziato a partorire in sala operatoria e, nel primissimo pomeriggio, ha poi partorito un bambino bellissimo nel parco fuori dal pronto soccorso. Comunque, io mi chiamo Marco Manicardi, sono nato a Carpi e ho vissuto a Novi di Modena i primi 26 anni della mia vita, poi sono andato a stare in centro storico a Carpi con quella ragazza lì che si chiama Caterina Imbeni, che è nata nel 1980, lavora all’anagrafe e adesso viviamo insieme.
La cosa che vi leggiamo stasera si intitola Tutta palestra e inizia martedì 29 maggio 2012,
giovedì 11 aprile 2013
Un paio di reading per la Pasqua dei lavoratori
I socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l’espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e simili analogie diventarono correnti in campo internazionale dalla seconda metà degli anni Novanta. […] Possediamo uno straordinario volantino del 1898 proveniente da Charleroi, in Belgio, riproducente quella che può essere solo definita una predica da Primo maggio; nessun’altra etichetta sarebbe adeguata. Fu stilato dai, o a nome dei, dieci deputati e senatori del Parti Ouvrier Belge – atei dal primo all’ultimo, senza dubbio – sotto il duplice motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi (Karl Marx)» e «amatevi gli uni con gli altri (Gesù)».
(Eric J. Hobsbawm, Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, 1990; in Gente non comune, BUR Storia, 2007.)
La «Pasqua dei lavoratori» la festeggio a Torino, che ci sono già stato due volte, ma sempre durante il Salone del Libro, e quindi la città non l’ho mica mai vista (però una volta ho mangiato un ottimissimo e tipicissimo tentacolo di polpo ai ferri in un ristorante del centro).
Già che son lì, il 3 maggio, insieme a due tipi bislacchi che alcuni conoscono come Diego Viarengo e Alessandro Bonino, coi quali ho da poco messo su un blog, si fa una specie di reading al Circolo Arci Casseta Popular dal titolo: La prosa della domenica: letture e riletture di e su I FERRI DEL MESTIERE di Fruttero & Lucentini (e delle altre cose). (Dovremmo poi rifarlo durante il Salone del Libro, il 19 maggio, ma c’è tempo.)
Il giorno dopo, il 4 maggio, sarò invece a Cambiano (TO), in un luogo molto suggestivo chiamato Fornace Carena, per una Festa della Solidarietà dove suona la Fanfara di Montenero, si raccolgono dei soldi per il mio natìo borgo selvaggio, Novi di Modena, e dove anch’io leggerò un paio di cose sul terremoto. (Ci sarà poi del gran gnocco fritto d’importazione novese, questo lo dico per i torinesi e limitrofi, che loro forse il gnocco fritto, quello vero, quello con l’articolo determinativo maschile singolare, non l’hanno mica mai sentito.) Questa qui è la locandina.
Be’, se siete da quelle parti, ci sono anch’io.
Torino, per come l’ho vista finora, è una città molto bella con un fiume molto piccolo, che i locali chiamano Po. A noi emiliani, detta come va detta, sembra soltanto un Po’.
giovedì 4 aprile 2013
Così va la vita (a chiudere un criceto nel forno a microonde)
[…] qualche anno fa ho pensato che quelli che son nati negli anni venti, e che avevano vent’anni negli anni quaranta, avevan dovuto combattere perché c’era la guerra e servivano dei soldati; quelli che eran nati negli anni trenta, e che avevan vent’anni negli anni cinquanta, avevan dovuto lavorare perché c’era stata la guerra e c’era un paese da ricostruire; quelli che eran nati negli anni quaranta, e che avevan vent’anni negli anni sessanta, avevan dovuto lavorare anche loro perché c’era il boom economico e una grande richiesta di forza lavoro; quelli che eran nati negli cinquanta, e che avevan vent’anni negli anni settanta, avevan dovuto contestare perché il mondo così com’era stato fino ad allora non era più adatto alla modernità o non so bene a cosa. Poi eravamo arrivati noi, nati negli anni sessanta e che avevamo vent’anni negli anni ottanta e l’unica cosa che dovevamo fare, era stare tranquilli e non rompere troppo i maroni.
(Paolo Nori)
Sul mio primo computer – un Olivetti PC1, un 8086 senza disco fisso, con 512Kb di RAM, lo schermo monocromatico verde e due porte per i dischetti da tre pollici e mezzo e il DOS 3.2 – giravano pochi programmi. Uno era un videogiochino delle Olimpiadi, di quelli che uno si stufa quasi subito. Un altro era Maniac Mansion, dove capitava per esempio di dover chiudere un criceto nel forno a microonde e sentirne l’esplosione dal cicalino del PC.
Siamo forse la prima generazione di disperati, noi che siamo nati negli anni settanta, e che avevamo vent’anni negli anni novanta, che si rattrista per la chiusura di una casa produttrice di videogiochi.
mercoledì 3 aprile 2013
Music is music
La scorsa settimana ascoltavo solo Thelonious Monk, ché mi sto preparando ormai da mesi per la lettura della sua biografia, tradotta dal buon Marco Bertoli; ieri sera sono andato a vedere J Mascis, e quando ha fatto Get Me a momenti mi mettevo a piangere; e ho anche avuto una discreta pelle d’oca quando Bob Corn ha suonato I See A Darkness; stamattina in edicola ho comprato l’Aida nell’esecuzione del 1955 al Teatro Alla Scala, con la Callas e tutto, e l’ho ascoltata in macchina andando al lavoro – è pericoloso, quando parte l’aria GUERRA! GUERRA!, che uno ha voglia di saltare addosso a tutti gli altri automobilisti, poveretti, che anche loro stanno andando a lavorare alle sette del mattino; e poi, dopodomani, forse vado a prendermi una grossa delusione con la reunion dei Gang Of Four a Bologna.
Mi è venuto in mente che ci sono delle persone che ogni tanto domandano a delle altre persone «Tu cosa ascolti?», o «A te che genere ti piace?», o «Qual è la tua musica preferita?», e cose di questo tipo.
C’è un libro di Alex Ross che si intitola The Rest Is Noise, che non ho mai letto, ma è diventato un po’ la Bibbia del mio amico cantautore di riferimento e, tra una citazione e una spiegazione, un po’ lo sto leggendo per osmosi, si potrebbe dire. Inizia così:
In the spring of 1928, George Gershwin [born in the Lower East Side slums of Manhattan and now the acclaimed] creator of ‘Rhapsody in Blue’, toured Europe and met the leading composers of the day. In Vienna, he called at the home of Alban Berg, whose blood-soaked, dissonant, sublimely dark opera ‘Wozzeck’ had had its premiere in Berlin three years earlier. To welcome his American visitor, Berg arranged for a string quartet to perform his Lyric Suite, in which Viennese lyricism was refined into something like a dangerous narcotic.
Gershwin then went to the piano to play some of his own songs. He hesitated. Berg’s work had left him awestruck. Were his own pieces worthy of these murky, opulent surroundings? Berg, looked at him sternly and said, ‘Mr. Gershwin, music is music.’ …
Ecco.
martedì 26 marzo 2013
La dolce metà
«Te l’hai mai vista La dolce vita?» mi fa lei, otto anni fa, oggi.
«Macché,» le rispondo.
«Pensa che strano,» mi dice, «neanche io, eppure siamo due tipi che ci piacciono i vecchi classici.»
«Eh, è strano,» dico.
«Allora va bene,» decide lei, «andiamo a casa mia, ce l’ho in videocassetta.»
Era un periodo, quello lì, che ci eravamo conosciuti da poco, e stavamo alzati tutte le notti fino alle cinque del mattino, a casa sua, a bere delle birre, a suonare la chitarra, a far delle gran chiacchiere. Senza toccarci.
Allora siamo andati a casa sua, otto anni fa, oggi, abbiamo messo su una videocassetta che era allegata a l’Unità, e ci siamo messi a guardare quel Cristo in bianco e nero che viene trasportato sui tetti della città da un elicottero. Stavamo seduti un po’ distanti, ma neanche tanto, e guardavamo la televisione. Senza toccarci.
Eravamo a metà del film, mi pare, otto anni fa, oggi, quando mi son sentito un bacio sul collo. Ma un bacio, che un bacio così, sul collo, in quel modo lì, non me l’aveva mai dato nessuno. È andata a finire che ci siamo toccati.
E sono passati otto anni, oggi. Toccarci, non abbiamo più smesso. La dolce vita, invece, è ancora lì, sullo scaffale, visto a metà. Ormai è una specie dogma, lo lasciamo dov’è, non lo finiremo mai. Speriamo.
Magari è anche un bel film, non lo so.
Per quel che ci riguarda, va benissimo così.
mercoledì 20 marzo 2013
La prosa della domenica
C’è un nuovo blog in città. Si chiama La prosa della domenica e ci scrivo sopra (o dentro) insieme al dottor Diego Viarengo e a uno che si fa chiamare Alessandro Bonino.
È un blog che parla e parlerà di cose legate a Fruttero & Lucentini, partendo da I ferri del mestiere e arrivando chissà dove. Qui c’è scritto che cos’è, come è nato e cosa comporta la sua esistenza. Intanto, mettetelo nel feedreader.
(Il nome l’han scelto gli altri due e, visto che uno ha un blog che s’intitola con un anacoluto e l’altro ha un blog con un nome che non si capisce, insomma, portate pazienza.)
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sabato 16 marzo 2013
mercoledì 20 febbraio 2013
Pressappoco gli Shearwater
Una sera di qualche mese fa siamo andati a vedere gli Shearwater (è stato un concerto bellissimo, non credevo, ché in quello precedente mi ero addormentato, letteralmente, solo che il disco nuovo mi piaceva così tanto che avevo deciso di riprovarci, e ho fatto bene).
Prima dell’inizio del concerto, ho detto alla mia signora che avrei voluto fare una foto da mandare a quel blog bellissimo e poco aggiornato che si chiama Pressappoco e che raccoglie foto di concerti come fanno altri millemila blog. Solo che Pressappoco ha un dogma: s’impone al fotografo di fare solo uno scatto per concerto e come viene viene, che è un’idea che mi è sempre piaciuta molto. Ci avevo già provato con i Buzzcocks.
«Falla adesso,» mi ha detto a un certo punto la mia signora, «guarda che bella luce.»
C’era effettivamente una bella luce blu.
«Eh, non posso,» le ho risposto, «ne ho già fatta una.» L’avevo fatta in bianco e nero.
«Vabbè, tienila per te, a Pressappoco gli mandi poi l’altra.»
«No, non posso, è deontologicamente scorretto. Gli mando quella che ho già.»
E così ho preso del coglione, ma così ho fatto.
L’hanno pubblicata oggi. Non è neanche così brutta.
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giovedì 7 febbraio 2013
Trentaquattro
Il vecchio malvissuto, mio suocero, mi ha regalato la nuova edizione Einaudi dei Promessi sposi e Storia della colonna infame, sulla prima pagina ci ha incollato un ritratto di Manzoni, sulla terza di copertina uno dell’Innominato, dice che l’introduzione di Salvatore Silvano Nigro era così bella che non ha potuto fare a meno di sottolinearne delle parti, e si scusa per la quarta di copertina dove c’è una citazione di Umberto Eco. La mia signora, sua figlia, mi ha regalato una bicicletta nuova, l’ho chiamata La Poderosa.
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mercoledì 6 febbraio 2013
Wilson
Sulla scrivania ho una catenella fatta con tre graffette inanellate, l’ultima delle quali ha un’estremità forzata e rialzata, così che la posso usare, sovrappensiero, a mo’ di elicotterino quando stacco la mano dal mouse, affondo ben bene la schiena nella poltrona e guardo il soffitto col niente in testa. Ce l’ho da un bel po’ di tempo.
Prima, vaccaboia, non la trovavo più. Ho cercato sotto il computer, tra le scartoffie, dentro i quaderni, nei raccoglitori, sotto la sedia, nel portapenne, ho cominciato a maledire la signora delle pulizie, il megadirettore galattico, il destino, il tempo e il governo, stavo quasi per rassegnare le dimissioni. Poi l’ho ritrovata, per fortuna, era in un angolino del pavimento.
Dopo mi sono scoperto sospirare di sollievo. E col niente testa, guardando il soffitto, colla schiena affondata ben bene nella poltrona, stavo già rifacendo l’elicotterino.
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giovedì 17 gennaio 2013
Duemiladodici (2)
(Tra le altre) Fontenay-sous-Bois, Paris, Versailles, Kraków, Oświęcim, Civitavecchia, Tarquinia, Valli di Comacchio, Roma, Torino, Varone, Tenno, Riva del Garda, Dro, Ravenna, Marina di Ravenna, Brisighella, Санкт-Петербург, Москва, Волгоград, Firenze, Piozzo, Margarita.
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martedì 15 gennaio 2013
Duemiladodici
(Senza un ordine preciso) Guida galattica per gli autostoppisti, Ristorante al termine dell’universo, L’apprendista libraio, L’armata a cavallo, Asterios Polyp, Ti amo ma posso spiegarti, Io sono la guerra, Il Maestro e Margherita, Post coitum, Il monaco nero e altri racconti, Redenzione immorale, Così in terra, Prima che il buio circondasse ogni cosa, Racconti dell’età del jazz, I senza-tempo, La scopa del sistema, Infinite Jest, Sforbiciate, Boom! ovvero la strana avventura sul pianeta Plonk, The Art Of Fielding, Febbraio 29, Si chiama Francesca, questo romanzo, Piano immaginario volume uno, Hanno ucciso Barbapapà (Io per me vorrei essere una rana), Il mare della giovinezza, Lettera a Scarlett Johansson e altre storie corte, Il fiuto dello Squalo, Notte provincia, Dove finisce Roma, La profezia dell’armadillo, Il mio regalo sei tu, Anna Karenina, Padri e figli, E far l’amore anche se il mondo muore, Enigma. La strana vita di Alan Turing, L’ennesimo libro della fantascienza, Post sotto la Tenda, Mense Maio, Se muori siamo pari, Schegge di Liberazione – bonus tracks, Ad Nòta, Italia-Brasile 3 a 2; maggio ’43; Scanna, Ma a Parma, cosa succede?, Garibaldi fu ferito – E noi?, Bone, Qualunque cosa succeda, Anni interessanti: Autobiografia di uno storico, Una cosa divertente che non farò mai più, Storia del partito del progresso moderato nei limiti della legge, The Full Monti, Come cambiare il mondo, Gli occhiali sul naso, Come salvarsi il girovita, Terremoti avvenuti o percepiti a Carpi in base alle cronache storiche, La scossa.
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mercoledì 2 gennaio 2013
Non è un proposito per l'anno nuovo, è un atto politico
Non ringraziare quando qualcuno ti fa passare sulle strisce pedonali; non aspettarti un grazie quando fai passare qualcuno sulle strisce pedonali.
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Ciao mondo
Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/
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E l’8 marzo del 1898, su una pagina del diario , scritto tra il 1862 e il 1910, Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja To...
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E in un libro che si chiama Point Lenana , del 2013, Wu Ming 1 e Roberto Santachiara dicono che in quelle settimane di sbandamento, per dir...
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Tutti i martedì sono uguali, ma alcuni martedì sono più uguali degli altri: </ferie>