venerdì 28 maggio 2021

Se non ora, quando? (prego)

Ho appena finito di leggere un libro che si chiama Se non ora, quando?, del 1982, di Primo Levi, un libro che secondo me è bellissimo e molto importante, e forse addirittura gigantesco, come ho scoperto da poco essere gigantesco il Primo Levi narratore, che viene solitamente adombrato dal Primo Levi testimone che conosciamo – e dobbiamo conoscere, mi viene da dire – dai tempi delle scuole.
Ma comunque, dicevo che Se non ora, quando? di Primo Levi è un libro bellissimo e molto importante, e scritto così bene, ma così bene, che ogni tanto sembra scritto da un russo, se si capisce cosa voglio dire. Uno di quei libri dove ogni parola, ogni segno di interpunzione, tutto sembra messo lì dove deve stare, insostituibile, magnifico.
Ed è per questo che mi sono bloccato, a un certo punto, anzi mi sono proprio schiantato e ho dovuto smettere per un attimo di leggere e tornare indietro e riprovare ad andare avanti, quando ho incontrato, su 327 pagine, una parola, una sola, che era lì che mi sembrava fuori posto. L’unica parola incomprensibile di un libro perfetto: era la parola allegramente. Non la parola in sé, si capisce, ma la parola allegramente messa lì dove l’ho trovata, verso la fine di pagina 158.
Ovvio che subito ho pensato: senti, Many, ma chi sei te per dire che una parola in un libro di Primo Levi sia una parola sbagliata? Ovvio che non sono nessuno e che sicuramente mi sbaglio. Però mi è rimasta lì, e dopo qualche giorno sono tornato indietro e l’ho sottolineata con una righina tremolante, come facevano a scuola gli insegnanti con le parole dei temi che secondo loro non andavano bene. Ci ho fatto anche una foto:

martedì 25 maggio 2021

Don't Panic

Volete sapere qual è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto? Adesso ve la dico.
C’è una foto che mi vede esultante, sedicenne e pischello, in braghette da ciclista, maglietta attillata della Ciclistica Novese Confezioni Carsil, caschetto aerodinamico ben allacciato e occhiali Briko con le lenti “a mosca” come andavano di moda in quegli anni là, gli anni novanta. Quando la faccio vedere in giro, di solito, dico sempre: «Ecco, qui ero sullo Stelvio».
Non è mica vero: dovevamo ancora salire.
Eravamo io e mio padre con le bici, e mio nonno col furgone che ci seguiva. E poi, sì, c’era lo Stelvio, da fare. Lo Stelvio, che non finiva mai.
E quindi, dopo aver scattato quella foto, avevamo preso le bici, io e mio padre, e mio nonno era salito sul furgone ed eravamo partiti. Il racconto che segue, che metto tutto al presente per rendere meglio l’idea e la fatica, se ci riesco, inizia al decimo tornante; prima avevamo fatto qualche chilometro di pianura per scaldarci un po’ e nove tornanti erano già andati via abbastanza lisci. Ma tutto crolla improvvisamente quando…

***

… al decimo tornante sono già da solo, mio padre si è staccato e alla fine me lo vedrò arrivare dietro, sul furgone. Al ventesimo tornante gli alberi cominciano a diventare sempreverdi. Al venticinquesimo, quando tiro il manubrio con le mani per farmi forza, la ruota davanti si stacca dall’asfalto, la pendenza è al dieci percento. La maglietta è bagnata, ho finito la prima borraccia con l’acqua e ho mangiato tutte le barrette di cioccolata che avevo messo nei taschini della maglia prima di partire. E un po’ bestemmio, ma solo un po’. Diobonino.

Al trentesimo tornante mi raggiunge un tedesco sui vent’anni, mi vede in difficoltà e prova a spingermi con la mano sul culo, è abbastanza fresco e pimpante e vuol fare conversazione con me, ma tanto io il tedesco non lo so, e so poco anche l’inglese, e poi sono troppo occupato a prendere fiato per parlare. Lui mi regala una barretta, tipo un muesli o una cosa così, e io ci provo, a masticarlo, ma non ho più una goccia di saliva per mandare giù del riso soffiato e colloso, e allora lo sputo. Il tedesco sembra rimanerci male, allora si alza sui pedali e mi stacca senza salutare.

Al trentacinquesimo tornante gli alberi non ci sono più, c’è dell’erbetta sparuta, qualche marmotta, credo, un silenzio che snerva, interrotto dal mio fiatone, inspirare, espirare. Incrocio alcune macchine che scendono dalla cima e sento delle zaffate di plastica bruciata: è l’odore dei loro freni a disco che si sciolgono. Non c’è neanche più il tempo per ritagliarsi una bestemmia tra un respiro e l’altro, e intanto la testa mi si piega di lato, un orecchio s’intoppa, cerco un rapporto più corto e più agile, ma la catena è già sull’ultimo, 39×23, se non mi ricordo male, che è il rapporto più leggero d’ordinanza per la mia categoria, non l’avevo cambiato prima di partire ed è una roba da matti, una roba impossibile.

Quando sali lo Stelvio non puoi permetterti di smettere di pedalare, devi salire e basta, e io sono delle ore che spingo, pedalata dopo pedalata, pedalata e colpo di tosse, pedalata, pedalata e pedalata; il sudore arriva sugli occhi e brucia, pedalata, pedalata, pedalata, bevo un sorso d’acqua della seconda borraccia e al quarantesimo tornante non c’è neanche più l’erbetta ai bordi della strada, i tornanti che rimangono ce li ho tutti lì davanti agli occhi e mi sento male. Sono lì, da solo, non penso più a niente, e mi sento male.

Finisce anche la seconda borraccia, tocca andar su senz’acqua. Al quarantacinquesimo tornante ne mancano solo tre, abbozzo un sorriso, sto andando agli otto, nove chilometri l’ora, forse anche sette, da ore, da sempre. Adesso provo ad accompagnare ogni pedalata con un dondolìo della schiena, con una postura è scompostissima, ma la testa guarda avanti, alla cima. Diobono, dài. Dài che ci siamo.

È al quarantasettesimo tornante che sento delle voci che chiacchierano amabilmente alle mie spalle, ed è al quarantottesimo tornante, l’ultimo, che quelle voci mi sorpassano allegre: sono Bartoli e un suo compagno di squadra che si allenano. Sembra che stiano facendo il cavalcavia di Rolo sulla Modena-Brennero e non mi guardano neanche. Li mando a cagare col poco pensiero che mi rimane, tanto sono arrivato, non scendo neanche dalla bici e mi appoggio con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio. E sto fermo lì.

Sto fermo lì per dieci minuti, senza dir niente, senza pensare a niente, guardo solo un po’ la neve del ghiacciaio, senza pensieri, solo il fiatone che piano piano rallenta. E intanto sento Bartoli che dice al suo amico: «Adesso andiamo giù dall’altra parte e torniamo su, ti va? Dopo pranziamo». In quel momento preciso, lì, attaccato con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio, con i piedi ancora agganciati ai pedali, con la testa piegata e la maglia bagnata fradicia, mentre arriva il furgone guidato da mio nonno con mio padre seduto di fianco, chiudo gli occhi e mi vedo da fuori, in terza persona. Ed è lì che capisco che forse, quel ragazzo lì di sedici anni stremato sulla bici e attaccato con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio, forse, non è detto, ma secondo me lui, nella vita, dovrebbe cominciare a fare delle altre cose.

Ma vi avevo promesso la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.
Adesso ve la dico: è 48.

venerdì 21 maggio 2021

Radio Sverso: Contribuisci responsabilmente

L’altro giorno è iniziata la campagna di crowdfunding di Radio Sverso, quella webradio marchigiana dove ci sono un sacco di trasmissioni e programmi interessantissimi e sui cui sono andati in onda 232 Celsius (circa), le Schegge di Liberazione, il Post sotto la Radio e Softer Than Velvet.

Ora Radio Sverso ha bisogno del vostro aiuto per coprire i costi di diritti (SIAE ed SCF), di webhosting, dominio, streaming, attrezzatura e gestione generale. Abbiamo scelto lo strumento del crowdfunding perché contiamo sull’aiuto della comunità dei nostri ascoltatori a cui in questi cinque anni abbiamo regalato musica, eventi, programmi originali e di qualità, sempre cercando di rendere tutto facilmente fruibile grazie al nostro sito, alla applicazione gratuita, ai podcast. Una comunità che puntiamo ad allargare ancora, perché i nostri ascoltatori sono in tutto il mondo.

Questo è il link per contribuire (questo qui).

Ascolta (e sostieni) responsabilmente.

martedì 18 maggio 2021

Così va la vita (ed è bellissimo)

Una volta, a metà degli anni zero, andavamo in macchina verso Grosseto per questioni di studio, avevo visto un cartello con su scritto “Poggibonsi”, senza dare spiegazioni ero uscito dalla Firenze-Siena per passarci in mezzo e cantare: «Poggibonsi è stata evacuata, e Gerusalemme liberata!»
E Grushenka si era messa a ridere e mi aveva chiesto: «Cosa stai facendo?»
E io: «Canto Milva che canta Battiato.»

Un’altra volta, nel 2012, siamo arrivati a San Pietroburgo, avevamo preso un autobus dall’aeroporto all’albergo, poi la metropolitana verso il centro, ed eravamo spuntati sulla Prospettiva Nevskij. Ci eravamo messi a cantare: «Un vento a trenta gradi sotto zero, incontrastato sulle piazze vuote contro i campanili. A tratti, come raffiche di mitra, disintegrava i cumuli di neve (eee, eee).»
E l’avevamo cantata tutta. Era estate ma faceva un bel freschino.

Un’altra volta ancora, prima, forse era la fine degli anni novanta, giravo in bici coi miei amici al tramonto e passando vicino a casa dei miei nonni, dove c’è, o forse c’era, non so se c’è ancora, un posto dove costruivano i palchi per i grandi eventi, ne avevamo visto uno montato nel parcheggio davanti a un capannone, c’era della musica che usciva dalle casse, e c’era un tipo con un impermeabile giallo tirato su fino al cappuccio che stava cantando da solo, con davanti solo qualche tecnico e il resto era solo il nulla tardo pomeridiano della zona industriale di un paesino di settemila abitanti.
Uno di noi aveva detto: «Secondo me sta cantando Battiato.»
Un altro aveva risposto: «Secondo me è proprio Battiato.»
Siamo andati a controllare. Era Battiato.

Una delle mie canzoni preferite è Sentimiento Nuevo. Soprattutto quando dice: «La tua voce come il coro delle sirene di Ulisse m’incatena, ed è bellissimo perdersi in quest’incantesimo (ooo, ooo).»

Così va la vita.

lunedì 17 maggio 2021

Levi (5)

E sempre in un libro che si chiama Se non ora, quando?, del 1982, Primo Levi dice che sradicare un pregiudizio è doloroso come estrarre un nervo. E che il muro dell’incomprensione ha due facce, come tutti i muri.

domenica 16 maggio 2021

Dei ricordi (29)

Il 16 maggio del 2016 abitavo in piazza e verso mezzanotte avevo scritto una cosa che diceva così:

È incredibile come tutti quelli che ci tengono a farti ascoltare la loro musica con le casse bluetooth ascoltino della musica di merda.

L’unica cosa che è cambiata in cinque anni è che non abito più in piazza.


(Qui ci sono degli altri ricordi, se a qualcuno interessano)

mercoledì 12 maggio 2021

Levi (4)

E in un libro che si chiama Se non ora, quando?, del 1982, Primo Levi dice che ci vuole pazienza, anche per chi non ce l’ha. Specialmente per chi non ce l’ha. Per chi l’ha persa. Per chi non l’ha mai avuta. Per chi non ha mai avuto il tempo e l’argilla per costruirsela.
E dopo dice anche che forse ognuno di noi è il Caino di qualche Abele, lo abbatte in mezzo al campo senza saperlo, per mezzo delle cose che gli fa, delle cose che gli dice, e delle cose che gli dovrebbe dire e non gli dice.

domenica 9 maggio 2021

Lessico famigliare (7)

Carpi, esterno giorno, zona gialla.
Passeggiamo al tramonto in un viale alberato del centro.

Io (rivolto al Miny): «E insomma, oggi è una festa, ed è anche la festa della parola più pronunciata in casa nostra negli ultimi sei anni.»
Grushenka (sorridente, rivolta al Miny): «Eh già. Qual è la parola più pronunciata in casa nostra negli ultimi sei anni?»
il Miny: «… lo so, è: “voglio un’altra birra!”»


(Qui c’è un altro po’ di lessico famigliare)

giovedì 6 maggio 2021

E adesso

E adesso che si può, un pochino, andare e fare, e tutti pubblicano delle foto dove si vede che vanno, che fanno, io son qui che mi chiedo: ma dove devo andare? ma cosa devo fare?
E non lo so. L’unica risposta che riesco a darmi è: al bar.

mercoledì 5 maggio 2021

Nori (e Lacan)

E in un libro che si chiama Manuale pratico di giornalismo disinformatodel 2015, Paolo Nori dice che Jacques Lacan era uno che aveva modificato la psicanalisi, o la psicologia, nel senso che il matto, dopo il lavoro di Lacan, non era più quello che si metteva lo scolapasta in testa ed era convinto di essere Napoleone, il matto era Napoleone che era convinto di essere Napoleone.

lunedì 3 maggio 2021

Pavese (3)

E in un racconto incompiuto intitolato Il signor Pietro, dentro a un libro che si chiama Racconti**, del 1968, di Cesare Pavese, il signor Pietro dice che se ne fan tante a questo mondo per restare a galla, e invece basterebbe un bicchiere di vino.

sabato 1 maggio 2021

Hobsbawm

E in un saggio intitolato Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, del 1990, dentro a un libro che si chiama Gente non comunedel 1998 o del 2000, Eric John Ernest Hobsbawm dice che i socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l’espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e che simili analogie diventarono correnti in campo internazionale dalla seconda metà degli anni Novanta. E dice che è facile capirne il motivo. E che la somiglianza del nuovo movimento socialista con un movimento religioso e perfino, nei primi anni eroici della Festa del lavoro, con un movimento di rinascita religiosa a tinte messianiche, era evidente. E per certi versi, uguale era la somiglianza dei leader, attivisti e propagandisti di quel movimento con una gerarchia ecclesiastica, o almeno con un ordine missionario. E poi dice anche di possedere uno straordinario volantino del 1898 proveniente da Charleroi, in Belgio, riproducente quella che può essere definita una predica da Primo maggio; nessun’altra etichetta sarebbe adeguata. Fu stilato dai, o a nome dei, dieci deputati e senatori del Parti Ouvrier Belge – atei dal primo all’ultimo, senza dubbio – sotto il duplice motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi (Karl Marx)» e «amatevi gli uni con gli altri (Gesù)». Qualche citazione dà un’idea del contenuto:

È questo il tempo primaverile e festivo in cui la perpetua evoluzione della natura rifulge in tutta la sua gloria. Come la natura, riempitevi di speranza e preparatevi a una Nuova Vita.

Dopo qualche riga di raccomandazioni morali («Abbiate rispetto di voi stessi: guardatevi dalle bevande che ubriacano e dalle passioni degradanti», e così via) e buoni propositi socialisti, la predica si concludeva con un brano di sapore millenaristico:

Presto le frontiere si dissolveranno! Presto finirà il tempo di guerre ed eserciti! Ogni volta che praticherete le virtù socialiste della Solidarietà e dell’Amore, farete sì che questo futuro sia più vicino. E allora, nella pace e nella gioia, verrà un mondo in cui il socialismo trionferà, una volta compreso il dovere sociale di tutti di favorire il pieno sviluppo personale di ciascuno.

E poi, alla fine, Eric John Ernest Hobsbawm dice che, diversamente da altre ricorrenze, comprese molte manifestazioni più o meno ritualizzate del movimento operaio tenutesi in precedenza, il Primo maggio non commemorava niente, almeno al di fuori dell’influsso anarchico che mirava a collegarlo all’episodio degli anarchici di Chicago del 1886. Non verteva su niente fuorché sul futuro, che, al contrario di un passato che niente aveva avuto in serbo per il proletariato se non tristi esperienze («Du passé faisons table rase» cantava non per caso l’Internazionale), prometteva l’emancipazione. Inoltre «il movimento» non offriva, come invece la religione, ricompense dopo la morte, ma una Nuova Gerusalemme su questa Terra.


una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo. Buon Primo maggio)

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/