lunedì 29 luglio 2019

Vannini

E in un libro che si chiama Il tensore di Torperterra, del 2013, Emanuele Vannini dice che Nino aveva fatto pochissima scuola, però lì gli avevano detto che i verbi sono le parole che fanno fare e succedere le cose, e che finiscono tutti in -are, -ere e -ire. E poi dice che Nino lanciò uno sguardo verso la striscia blu. -are. Mare, per esempio, pensò Nino. “Mare”, se lo guardi bene, è un infinito.

venerdì 26 luglio 2019

Invecchiare (4)

Adesso che è calata la frenesia di immaginarsi vecchi con FaceApp, ci ho pensato un po’, e non le sono andate a cercare nelle timeline dei socialcosi in cui le vedevo passare, ma mi sembra di ricordare che le foto che postavate delle vostre persone invecchiate fossero tutte di facce belle, cioè belle per come può essere bella nella nostra testa la faccia di una persona anziana; e neanche una che avesse dei chili in più, delle verruche, dei porri, dei denti in meno, la bocca un po’ storta per via di un evento ischemico o l’occhio spento o magari spalancato a causa di una qualche demenza o cose così, come dire, reali.
Le facce invecchiate che passavano sui socialcosi erano tutte belle. E FaceApp era diventata così virale, forse, almeno durante quei suoi due o tre giorni di gloria, perché era così veloce e pronta nel fornirci un’immagine rassicurante di come saremo da vecchi.
E invece quando invecchieremo avremo davvero dei chili in più, delle verruche e dei porri, qualche dente in meno o perfino la dentiera, e la bocca storta per via di un’ischemia o l’occhio spento oppure spalancato dalla demenza o cose così, come dire, reali. E saremo tutti un po’ più veri e molto brutti, e quindi, in fondo in fondo, molto più belli.

giovedì 25 luglio 2019

Wu Ming 1 e Santachiara (e Calvino, Pavone e Revelli)

E in un libro che si chiama Point Lenana, del 2013, Wu Ming 1 e Roberto Santachiara dicono che in quelle settimane di sbandamento, per dirla con il partigiano Kim in Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, bastava «un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si trova[va] dall’altra parte». E che «questo nulla», come aveva scritto lo storico Claudio Pavone, era «capace di generare un abisso». E che poteva trattarsi di «un incontro casuale con la persona giusta o con la persona sbagliata; e poteva ricollegarsi al modo in cui si erano vissute le giornate seguite al 25 luglio [1943]», cioè alla caduta di Mussolini. E che in quei giorni Nuto Revelli era un tenente degli alpini appena tornato dalla Russia, ma era già un partigiano quando, il 12 ottobre 1943, scrisse sul suo diario: «Al 26 luglio si poteva anche scegliere sbagliato. Se mi picchiavano, se mi sputavano addosso, forse sarei passato dall’altra parte, con i fascisti, con le vittime del momento. Oggi sarei con le canaglie, con i barabba, con le spie dei tedeschi.»

mercoledì 24 luglio 2019

Occhi di ragazza

Abbiamo ricevuto una cosa da quel bravo cantautore, nonché poeta della musica, che risponde al nome di Giancarlo Frigieri (e sta, tra l’altro, per uscire il suo nuovo album, I ferri del mestiere, dove mi gongolo del fatto di aver suonato il pianoforte in un pezzo, tipo Richard Claydermany, ma avremo modo di parlarne e di gongolarci per bene quando sarà il momento) e volentieri la pubblichiamo. Dice così:

Ieri sentivo “OCCHI DI RAGAZZA” di Gianni Morandi, che è il mio pezzo preferito di Gianni Morandi insieme a “Bella Belinda” e “Chimera”.
E niente, c’è il punto dove va a prendere la nota più alta di tutte, che non so che nota sia ma è a un’altezza spropositata ed è al limite delle sue possibilità e quindi non avrebbe un’emissione pulita e rischierebbe di spezzarsi la voce e non ce la fa, quindi, per arrivarci usa un trucco da maestro, vale a dire dice la lettera O sistematicamente visto che la voce, se dici la O, esce di potenza più facilmente.
Così, la prima volta, dice “partiremo insieme per un viaggio per città che non conosco” ma in realtà canta “PORTIREMO INSIEME” e quindi riesce ad arrivarci come si deve.
E la volta dopo dice “Quando ti risvegli la mattina, tutto il sole nei tuoi occhi”, in realtà canta “QUONDO TI RISVEGLI LA MATTINA”, e così riesce ad arrivarci bene.

Poi, finalmente, come una ritenzione anale che si sfoga e suona come una liberazione, al terzo giro canta “OCCHI DI RAGAZZA, QUANTO MALE VI FARETE PERDONARE” allora lì canta “OCCHI” ed è proprio limpido e cristallino e, almeno così mi sembra, si sente proprio che va su con la voce e canta veramente contento di potersi lasciare andare a quelle vertiginose altezze, finalmente libero di volare.

lunedì 22 luglio 2019

Wu Ming 4

E in un libro che si chiama Difendere la Terra di Mezzo, del 2013, Wu Ming 4 dice che se nessuna vittoria sul male potrà dirsi definitiva, questo vale anche per la sconfitta.

sabato 20 luglio 2019

Tema: Alla Luna

Ero in terza media e mi piaceva la scienza, avevo già letto dei libri di cose spaziali e astronomiche, mio zio era un astrofilo dilettante e una volta mi aveva portato in un osservatorio in provincia di Reggio Emilia a vedere le stelle, Giove e la Luna, e poi guardavo tutti i giorni Star Trek: The Next Generation come un credente infervorato ascolta l’omelia del prete in chiesa. Ero fatto così, mi piaceva la scienza ed ero anche bravino in matematica. In italiano, un po’ meno.
La prof di italiano non mi aveva in simpatia. Le rompeva un sacco dovermi dare dei voti alti nei temi, perché tutto sommato scrivevo abbastanza bene, e dei quattro o cinque agli orali perché non studiavo mai, visto che ero un ciclista e al pomeriggio ero sempre in giro ad allenarmi. In classe, poi, ero uno di quelli dell’ultimo banco che facevano sempre del casino; lei mi metteva in punizione nel banco di fianco alla cattedra e io facevo del casino anche lì. Mi odiava moderatamente, la prof di italiano. Però anche lei aveva i suoi bei difetti, tipo che era burbera, cattiva e un po’ stronza.
Mi ricordo ancora il suo nome. Me lo ricordo ma non lo scrivo.

giovedì 18 luglio 2019

Così va la vita (anche sedici anni dopo)

E in un libro che si chiama Il giro di boa, del 2003, Andrea Calogero Camilleri dice accussì:

Falpalà era uno che tentava di fare la faccia di chi avverte che a lui nisciuno al mondo sarebbe arrinisciuto a pigliarlo per il culo.
«Ho solo una breve dichiarazione da fare. La legge Cozzi Pini sta dismostrando funzionare egregiamente e se gli immigrati muoiono è proprio perché la legge fornisce gli strumenti per perseguire gli scafisti, che in caso di difficoltà, non si fanno scrupolo di buttare a mare i disperati per non rischiare di essere arrestati. Inoltre vorrei dire che…».
Montalbano, di scatto, si susì e cangiò canale, più che arraggiato, avvilito da quella presuntuosa stupidità. Si illudevano di fermare una migrazione epocale con provvedimenti di polizia e con decreti legge. E s’arricordò che una volta aveva veduto, in un paese toscano, i cardini del portone di una chiesa distorti da una pressione accussì potente che li aveva fatti girare nel senso opposto a quello per cui erano stati fabbricati. Aveva domandato spiegazioni a uno del posto. E quello gli aveva contato che, al tempo della guerra, i nazisti avevano inserrato gli òmini del paese dintra alla chiesa, avevano chiuso il portone, e avevano cominciato a gettare bombe a mano dall’alto. Allora le pirsone, per la disperazione, avevano forzato la porta a raprirsi in senso contrario e molti erano arrinisciuti a scappare.
Ecco: quella gente che arrivava da tutte le parti più povere e devastate del mondo aveva con sé tanta forza, tanta disperazione da far girare i cardini della storia in senso contrario. Con buona pace di Cozzi, Pini, Falpalà e soci. I quali erano causa ed effetto di un mondo fatto di terroristi che ammazzavano tremila americani in un botto solo, di americani che consideravano centinara e centinara di morti civili come «effetto collaterale» dei loro bombardamenti, di automobilisti che scrafazzavano pirsone e non si fermavano a soccorrerle, di matri che ammazzavano i figli in culla senza un pirchì, di figli che scannavano matri, patri, fratelli e sorelle per soldi, di bilanci falsi che a norma di nuove regole non erano da considerarsi falsi, di gente che avrebbe dovuto da anni trovarsi in galera e invece non solo era libera, ma faciva e dettava leggi.

Perché quello che scrivono di solito gli scrittori vale sì quando lo scrivono, ma magari vale ancora sedici anni dopo.
Così va la vita.

mercoledì 17 luglio 2019

Il piccolo blogger

Nel giorno in cui è morto Camilleri, io riesco solo a dire che le statistiche dei questo blog, ieri, assomigliavano vagamente a un boa che digeriva un elefante.

martedì 16 luglio 2019

Okada

E in un libro che si chiama Il piano delle cicale, del 2019, Tadako Okada dice che la curiosità finisce sempre per prevalere sulla prudenza, e che pare che sia colpa dell’evoluzione, altrimenti tutti saremmo ancora un branco di scimmie che si spidocchiano su un baobab davanti al truce spettacolo della savana selvaggia.

lunedì 15 luglio 2019

Per favore

C’è che il Miny, che ha quattro anni e qualche mese, adesso mi sembra così bravo, così intelligente, così divertente, e le cose che gli interessano e lo appassionano mi sembrano così belle e così giuste, e poi con gli altri è così buono, gentile e curioso, che ogni tanto mi accorgo di essere spaventatissimo e mi fermo a pensare, e per la testa mi gira un pensiero solo, ma fortissimo, del tipo: «per favore, per favore, per favore, non diventare uno stronzo, per favore, per favore, per favore».

venerdì 12 luglio 2019

Putin

E in esergo a un libro che si chiama Limonov, del 2011, di Emmanuel Carrère, Vladimir Vladimirovič Putin dice che chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello, e che chi non lo rimpiange è senza cuore.

giovedì 11 luglio 2019

Dei ricordi

L’11 luglio del 2015 ero sull’appennino modenese e scrivevo una cosa intitolata “truestory” che diceva così:

Siamo a Monzone, frazione di Pavullo nel Frignano, a mangiare borlenghi e crescentine alla Festa del Bosco. Non c’è neanche un albero. Però i borlenghi e le crescentine sono molto buoni, c’è l’orchestrina del liscio e i camerieri sono quasi tutti bambini che indossano delle magliette arancioni con su scritto «Emargina l’astemio».

L’11 luglio del 2016 avevo appena finito di lavorare, sono salito in macchina e ho scritto:

Ciao, sono quello che aveva lasciato gli occhiali da sole sul cruscotto e dopo si è bruciato il naso.

L’11 luglio del 2017 ero a casa, mi sono svegliato e ho scritto una cosa intitolata “Praticamente un sogno erotico” che diceva così:

Stanotte, a un certo punto, è arrivata Debbie Harry, mi ha guardato negli occhi, mi ha messo una mano sulla spalla, mi ha detto: «Non preoccuparti, è tutto ok.»

mercoledì 10 luglio 2019

Say it ain't so

Così l’altra sera sono andato a vedere gli Weezer. Non era stata una mia idea, ma una specie di gita organizzata dai neo quarantenni della combriccola, visto che adesso sembra che compiendo quarant’anni dobbiamo fare per forza un giubileo di cose insieme.
Ma comunque, una cosa che mi ha fatto scoppiare la testa, mentre ero là e loro suonavano, è stata rendermi conto di quante canzoni sapessi a memoria, col testo, gli assoli e tutto, e dire che a casa di dischi degli Weezer ne ho uno solo, quello blu, e nella vita devo averlo ascoltato due o tre volte, quattro al massimo. Eppure sapevo anche quelle nuove, quelle degli anni zero, e le cantavo e le ballavo, cioè le ballavo a modo mio oscillando un po’ le spalle e un po’ la testa, non troppo, che a qualcuno non venisse l’impressione che mi stessi divertendo come un matto.
Non ci avrei scommesso un euro, prima, davvero, e invece è stato un concerto bellissimo. E questa cosa dello stupirsi ancora davanti a della gente che suona è una delle più belle sensazioni a nostra disposizione. No?

lunedì 8 luglio 2019

Villaggio

E in un libro che si chiama Fantozzi, del 1971, Paolo Villaggio dice che gli italiani quando sono in due si confidano segreti, tre fanno considerazioni filosofiche, quattro giocano a scopa, cinque a poker, sei parlano di calcio, sette fondano un partito del quale aspirano tutti segretamente alla presidenza, otto formano un coro di montagna.

domenica 7 luglio 2019

7 luglio

Sei anni fa, avevo appena 34 anni, ero con mio nonno, Corrado, fuori da un bar dove i miei genitori avevano organizzato un piccolo rinfresco per festeggiare la laurea in Scienze dell’Educazione di mia sorella, presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia; mentre eravamo lì, io e mio nonno Corrado, che parlavamo del più e del meno, a un certo punto lui si è fatto pensieroso e mi ha detto: «Oh, questa è la piazza dove hanno ammazzato quei manifestanti.»
«Sì, nel ’60,» gli ho subito risposto prendendo l’occasione al volo, che mi piaceva sempre quando mio nonno cominciava a parlare delle cose passate, del PCI, degli scioperi, eccetera, e devo anche aver provato a canticchiare il ritornello dei Morti di Reggio Emilia.
Lui ha annuito e alzando un braccio ha indicato un punto preciso della piazza.
«Io ero là,» mi ha detto, «eravamo in fondo al corteo perché noi che venivamo dai paesi più lontani eravamo sempre gli ultimi. Non mi ricordo se ho sentito le schioppettate, ma mi ricordo che a un certo punto si son messi tutti a correre verso di noi, scappavano via.»
Delle volte coi nonni funziona così, quando invecchiano, si ricordano le cose solo quando c’è un oggetto o un posto che gli accende una lampadina in testa che magari era spenta da un bel po’, perché che fosse stato lì il giorno della strage, mio nonno, Corrado, non me l’aveva mica mai detto.
Allora mi ero messo a fare un rapido calcolo: lui era del ’25, era nato in dicembre, i morti di Reggio Emilia erano del 7 luglio del 1960; quindi quel giorno là doveva avere appena 34 anni.
E mentre deglutivo e mi veniva la pelle d’oca, anche se era un giorno abbastanza caldo, mio nonno, Corrado, era già rientrato nel bar, al rinfresco della laurea di mia sorella in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia, per provare a mangiare un pasticcino o due in più, anche se gli avevano detto di limitarsi coi dolci per via del diabete, della pressione e tutto.
Ma era fatto così, Corrado, era sempre stato un gran goloso.

venerdì 5 luglio 2019

Majakóvskij

E in un poema che si intitola Uomo, del 1918, che si trova anche dentro a un libro che si chiama Poemi, del 1963, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij si domanda chi abbia ordinato ai giorni di luglieggiare.

mercoledì 3 luglio 2019

Milano dentro

Da qualche mese, diciamo sei, mi capita di andare a Milano almeno una volta a settimana, e ci vado in treno, poi prendo la Metro e arrivo dal cliente; dopo vado a mangiare, riprendo la Metro, riprendo il treno e alla fine torno a casa. E non lo so, di preciso, quando è successa questa cosa, mi ci sono ritrovato in mezzo a un certo punto, diciamo che me ne sono accorto guardandomi dall’esterno un mattino imprecisato e governato da pensieri noiosi, ma non saprei proprio qual è stato il giorno in cui il mio cervello ha fatto click, e da quel momento sono diventato uno di quelli che sta a sinistra e cammina, e se trova uno fermo che non tiene la destra gli dice qualcosa, prima gentilmente, poi un po’ stizzito, e poi con una manina, delicatamente appoggiata sulla spalla sinistra dell’altro, lo sposta e vittoriosamente disostruisce il passaggio dei pedoni veloci sulle scale mobili.
Non lo so. Non so se sono contento. Però ormai è così.

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/