martedì 30 marzo 2021

Lessico famigliare (6)

Carpi è una città di settantatremila abitanti, più o meno, che quando li incontri hanno una faccia come di gente che vive in una grande città. Io, poi, vengo da Novi di Modena, che di abitanti ne fa settemila, diecimila se consideriamo anche le frazioni, e che con Carpi è collegata da una strada di una quindicina di chilometri che non vuole mica stare asfaltata. Ogni anno si riempie di buche e di voragini, si deforma, frana, e tutti gli anni la riasfaltano, se non tutta, almeno un pezzo.
Da quando sono venuto ad abitare a Carpi, sedici anni fa, a casa di Grushenka, lei dice sempre che mi ha tolto il selvatico.


(Qui c’è un altro po’ di lessico famigliare)

giovedì 25 marzo 2021

È #Dantedì

Anche quest’anno. E allora, anche quest’anno mi è venuto in mente il mio verso preferito, che si trova nella terza parte, intitolata il Paradiso, di un libro che si chiama Comedìa, o Commedia, conosciuto soprattutto come Divina Commedia, del milletrecento e qualcosa, e più precisamente è il verso 81 del Canto IX, dove Dante Alighieri, o Alighiero, battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri, dice così:

s’io m’intuassi, come tu t’inmii

E anche poco più su, ce n’è un altro, il verso 73, che dice:

«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»

Che sono di quelle cose che, quando le leggo, mi viene sempre da dire: Dante, vacca d’un cane.
E lo dico con ammirazione e tale devozione, che è il motivo per cui di Dante cerco di parlare pochissimo, o di non parlarne mai, così, per stare dalla parte del frumentone.
Ma comunque, a posto così.
Buon #Dantedì.


(E così anche questa è diventata una cosa che posto tutti gli anni)

martedì 23 marzo 2021

Cose che mi piacciono molto (10)

Tipo quando mi allaccio le scarpe, lentamente, guardandoci, pensando a quello che sto facendo. È difficilissimo.


(Qui ci sono delle altre cose che mi piacciono molto)

domenica 21 marzo 2021

Catalano

E in una poesia intitolata il mare visto da un poeta, dentro a un libro che si chiama Motosega, del 2007, Guido Catalano dice che una cosa che gli dà noia dei poeti è che difficilmente se gli chiedi di controllarti l’olio o le pasticche dei freni sono capaci.


una cosa che posto tutti gli anni, nella Giornata Mondiale della Poesia)

sabato 20 marzo 2021

232 Celsius (circa) s1e06 – il podcast (e la trascrizione)

E questo è il podcast della sesta – e ultima, per ora – puntata di 232 Celsius (circa), una trasmissione sui libri, andata in onda alle 18 di venerdì 19 marzo su Radio Sverso. Dura un’ora (circa) ed è diviso in due parti: nella prima Sergio Pilu parla di un libro che si chiama Diario da Belgrado, del 2000, di Biljana Srbljanović; e nella seconda parte ci sono io che intervisto Sergio Pilu su un libro che si chiama Il tunnel: Mustafa, mia mamma, un viaggio in Bosnia, del 2020.

( Spotify, su Google Podcast, in mp3)

E quella che segue è una specie di trascrizione della puntata, fedele al 98%, diciamo (e in mezzo ci sono anche tutte le canzoni che abbiamo trasmesso):

venerdì 19 marzo 2021

Il nome del padre

Mio padre si chiama Iules, ma non si è sempre chiamato così. Prima era Jules, con la J.
Fino ai quarant’anni, più o meno, cioè fino all’età che ho io in questo momento, che a pensarci mi gira un po’ la testa, su alcuni dei suoi documenti c’era la I e su altri c’era la J. All’anagrafe dicevano che c’era la I ma poi si grattavano la nuca e rispondevano che boh, non erano sicuri neanche loro, perché una volta le schede venivano compilate a mano e proprio lì, sotto la I di Iules, c’era una specie di sbavo. Non si capiva se fosse inchiostro sputato dalla penna o uno sbavo intenzionale: nel 1953 la J non era una lettera molto in voga, c’era anche della gente che non la conosceva e forse l’impiegato dell’epoca, nel dubbio, aveva sbavato apposta.

Mia nonna, sua madre, gli aveva messo nome Jules perché era una grandissima appassionata dei fotoromanzi di Grandhotel, e nei fotoromanzi di Grandhotel c’era questo Jules che, da quello che avevo capito quando me aveva provato a spiegarmelo, era un gran bel figaccione. Allora m’immagino che mio nonno, quando era corso all’anagrafe per registrare suo figlio, su un bigliettino avesse scritto Jules copiandolo da un numero di Grandhotel, con la calligrafia tremolante per l’emozione e per la scarsa abitudine allo scrivere, e non s’immaginava, forse, che Jules si dovesse leggere alla francese. All’impiegato dell’anagrafe avrà detto «iules», così, leggendolo com’era scritto, poi gli avrà fatto vedere il bigliettino e l’impiegato, nel dubbio, deve aver compilato la scheda, forse apposta, con quello sbavo.

Mi ricordo che mio padre fino ai quarant’anni, più o meno, cioè fino all’età che ho io in questo momento, che è una cosa abbastanza incredibile, si firmava con una I che sembrava una J, ed era contento e a posto così. Faceva anche un più bel ricciolo, sotto la I, una cosa quasi artistica, una specie di manifestazione di felicità ogni volta che doveva firmare un assegno o un voto sul mio diario o una giustificazione per la scuola. E io lo guardavo sempre con ammirazione, quando firmava, e gli dicevo: «Papà ma che bella firma, e che bel nome» .

Solo che poi, un giorno, gli era arrivata una lettera dallo Stato. Dentro c’era scritto che bisognava prendere una decisione per chiudere la questione, perché lassù, negli uffici misteriosi della burocrazia statale, non erano mica tanto sicuri che fossero arrivate tutte le bollette e che fossero state pagate tutte le tasse.
Con quella lettera gli dicevano: Gentilissimo Sig. Iules o Jules, si decida, le mandiamo un modulo da compilare e lei, entro e non oltre la tal data, deve scegliere il nome con cui vuole essere chiamato una volta per tutte, noi poi le invieremo dei documenti nuovi di zecca e aggiorneremo tutte le sue pratiche; però si decida, perché qua, noi, non ci capiamo niente.
E mio padre, me lo ricordo proprio così, è stato una settimana col mento appoggiato sul pugno, seduto al tavolo della cucina, a decidere come chiamarsi da lì in poi.

Poi una mattina, senza dir niente a nessuno, si era alzato presto, si era vestito bene ed era andato a spedire il modulo. Quando era tornato a casa si era fatto un caffè, e quando ci eravamo svegliati tutti, mia mamma, mia sorella e io, ci aveva chiamati in cucina e ci aveva detto: «Ragazzi, ho una notizia da darvi: mi chiamo Iules con la I.»

***

Ho sempre pensato che decidere il proprio nome a quarant’anni, più o meno, sia una cosa giusta e dignitosa. Lo penso anche adesso, che ho più o meno quarant’anni anch’io, anche se faccio ancora fatica a rendermene conto.
Fosse per me, scriverei, voterei e approverei una legge per la quale ognuno, a quarant’anni, più o meno, o anche prima, se vuole, può scrivere una lettera allo Stato dove gli dice che nel pieno delle facoltà mentali ha preso la decisione fortemente ragionata, ponderata e magari anche discussa con la famiglia di cambiare nome. Anche il cognome, se ha voglia.  Poi, ovviamente, se a uno piace il nome che porta, cioè quello che gli hanno dato alla nascita, può tenere quello. Non ci sarebbero obblighi, solo libertà e prese di coscienza. Sarebbe una specie battesimo laico, una cosa matura per una persona e, mi viene da pensare, anche per uno Stato.
Io, per esempio, non avrei dubbi.
Io, lo so per certo, se potessi, da domani mi chiamerei John Laser.

mercoledì 17 marzo 2021

Dei ricordi (27)

Il 17 marzo del 2018, era un sabato verso sera, il Miny aveva due anni, quasi tre, e avevo postato una foto intitolata “la prima volta al cinematografo”:

giovedì 11 marzo 2021

Solla (2)

E in un libro che si chiama Tempesta madre, del 2021, di Gianni Solla, il protagonista, Jacopo, quando era bambino aveva partecipato a una gara di poesie nella scuola delle suore dove studiava, ed era stato accompagnato alla gara da un signore che chiamava “il professore”, di cui Jacopo faceva l'”assistente”, e dalla compagna del professore, una polacca di nome Jana; e quando Jacopo si ricorda che si trovavano lì, nella sala dove si stava per svolgere la gara di poesie, dice così:

Era la prima volta che partecipavo a una gara, e non mi piaceva l’idea di vincere né quella di perdere. Avrei preferito che non ci fosse nessuna classifica. Non avrei mai capito la smania della mia specie di stabilire un vincitore per ogni cosa.
– Lo sai cos’è la superbia, Jacopo? Te ne hanno parlato le suore? È esattamente questo, essere il figlio prediletto. Vincere sugli altri. Vedrai la ferocia dei vincitori, travestita da benevolenza, – mi aveva avvisato il professore.
Prese il pacchetto di sigarette dalla giacca, diede un piccolo colpo sul fondo, la sigaretta sbucò dall’apertura, ma lui la ributtò dentro come se avesse cambiato idea all’improvviso.
– Non è una gara nel senso sportivo, non si vince o si perde per merito, si tratta piuttosto di una dichiarazione d’intenti di ogni singolo individuo che salirà sul palco. Vincerà il soggetto che la giuria riterrà più pericoloso.
– Non è vero, assistente, – aveva detto Jana, – vince poesia più bella.

domenica 7 marzo 2021

Tolstaja

E l’8 marzo del 1898, su una pagina del diario, scritto tra il 1862 e il 1910, Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, scriveva che nella sua anima stava avvenendo una battaglia fra il desiderio ardente di andare a Pietroburgo a sentire Wagner e altri concerti e il timore di dare un dispiacere a Lev Nikolaevič e di sentirsi questo dispiacere sulla coscienza. E scriveva che quella notte aveva pianto a causa di quella pesante sensazione di mancanza di libertà che gravava sempre più su di lei. E che di fatto, naturalmente, era libera. Aveva soldi, cavalli, vestiti, tutto: avrebbe potuto fare le valigie, salire in carrozza e andare. Era libera di leggere le bozze, di comprare le mele per L. N., di cucire i vestiti per Saša e le camicie per il marito, di fotografarlo in tutte le pose, di ordinare il pranzo, di sbrigare le faccende di tutta la famiglia; era libera di mangiare, di dormire, di tacere e di rassegnarsi. Ma, scriveva, non era libera di pensare a modo suo, di amare quello e quelli che sceglieva lei, di andare dove le interessava e dove si sentiva spiritualmente a proprio agio; non era libera di occuparsi di musica, non era libera di cacciar fuori dalla propria casa quelle innumerevoli persone inutili, noiose e spesso molto cattive e di ricevere persone buone, piene di talento, intelligenti e interessanti. E scriveva che per lei la vita era poco allegra, difficile… Ma poi scriveva che non aveva usato la parola giusta: «allegria». Che non aveva bisogno di quello. Aveva bisogno di vivere una vita ricca di contenuto, tranquilla, e invece viveva nervosamente, con difficoltà e in modo vuoto.
Così scriveva su una pagina del diario Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, l’8 marzo del 1898.


(Una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo)

232 Celsius (circa) s1e05 – il podcast (e la trascrizione)

E questo è il podcast della quinta – e penultima – puntata di 232 Celsius (circa), una trasmissione sui libri, andata in onda alle 18 di venerdì 5 marzo su Radio Sverso. Dura un’ora (circa) ed è diviso in due parti: nella prima Sergio Pilu continua a parlare di un libro che si chiama Furore, del 1939, di John Ernest Steinbeck Jr; e nella seconda parte ci sono io che intervisto Ginevra Lamberti su un libro che si chiama Perché comincio dalla fine, del 2019.

(su Spotify, su Google Podcast, in mp3)

E quella che segue è una specie di trascrizione della puntata, fedele al 98%, diciamo (e in mezzo ci sono anche tutte le canzoni che abbiamo trasmesso):

sabato 6 marzo 2021

Così va la vita (quello che è successo davvero)

Una volta, qualche anno fa, ero a un concerto di non mi ricordo chi, ma mi ricordo che nella testa mi lamentavo di questo tizio che avevo di fianco, non era la prima volta che lo incrociavo, era alto, con due spalle così, molto più giovane di me, e ballava e mi prendeva sempre contro, parlava con quelli che aveva intorno e sudava e si dimenava, un nervoso. Io i concerti, soprattutto invecchiando, ormai li guardo quasi sempre fermo e in silenzio, e sono ben poche le volte che mi lascio andare come faceva quel tizio lì di fianco a me quella sera. La mia, alla fine, era anche un po’ invidia.
Qualche giorno dopo lo stesso tizio l’avevo visto salire su un palco, non ricordo se eravamo nello stesso posto o in un altro, ma lui aveva preso la chitarra e si era messo a cantare e mi si era spalancata la bocca. Aveva una voce che non si spiegava.
Mi ricordo, poi, di un’altra sera che facevo il dj e in pista c’era sempre quel tizio che ballava tantissimo insieme ad altre due o tre persone, e a un certo punto mi aveva raggiunto con un salto sul palco dove c’era la consolle, aveva una canottiera grigia che ormai era diventata scurissima per il sudore, e mi aveva abbracciato ringraziandomi perché avevo messo su le Runaways, come se avessi fatto la cosa più importante del mondo, e mi aveva bagnato tutta la parte davanti dei vestiti e lasciato due strisce umide dietro la schiena, dove erano arrivate le sue braccia nell’abbraccio. Mi aveva anche dato un bacio molto vicino alla bocca.
Dopo lo avevo riaccompagnato a casa, perché era senza macchina ed era rimasto lì a ballare fino alla fine e quelli con cui era arrivato erano già andati via. Mentre smontavo la consolle e sistemavo i dischi nella valigia, e poi nel viaggio dal locale verso casa sua, mi aveva raccontato la sua vita e la sua storia d’amore, e anche dopo che avevo parcheggiato davanti al suo portone era stato lì almeno un quarto d’ora a ringraziarmi, e io a dirgli ma figurati, e lui a ringraziami e così via per un bel po’. Poi mi aveva chiesto se volevo salire a bere una birra, ma erano già le quattro o le cinque del mattino, così avevo detto di no, grazie, e lui mi ringraziava ancora mentre scendeva dalla macchina e barcollava verso casa. Era di una gentilezza che si fa fatica a scriverla.
Eravamo anche diventati amici, alla fine. Non che uscissimo insieme, ma io andavo ai suoi concerti e molto spesso ci incontravamo al bar dove bevevamo delle birre e parlavamo di musica e delle solite cazzate di cui si parla al bar. Avevo anche messo i dischi al suo compleanno, una notte d’estate che era finita col sole che si alzava, e dove tutti gli invitati, prima di andare a recuperare la macchina per uscire, dovevano passare attraverso un suo abbraccio sudatissimo e il suo ennesimo ringraziamento.
Un paio d’anni fa gli avevo chiesto se aveva voglia di accompagnarmi in un reading, mi aveva detto che non era un buon momento e si era scusato cento volte, ma proprio non poteva. Ho capito solo dopo il perché.
Una volta gli avevo sentito cantare una Fuzzy che se l’avessero sentita i Grant Lee Buffalo sono sicuro che gli avrebbero ceduto i diritti.

L’altro ieri quel tizio lì che quella sera là mi prendeva sempre contro e con cui poi sono diventato amico, e che aveva una voce e una gentilezza difficili da spiegare se n’è andato, aveva un brutto male che se l’è mangiato, in due anni, un pezzo alla volta. E adesso non c’è più. Stamattina non sono neanche riuscito ad andare al funerale, per via dei tempi che corrono e di quello che succede.

A guardare le cose che hanno scritto e postato e che stanno continuando a scrivere e a postare quelli che lo conoscevano bene o che avevano appena un po’ avuto a che fare con lui o che l’avevano anche solo visto una volta o due suonare, sembra che sia morta una rockstar. Che poi è quello che è successo davvero.

Così va la vita.

giovedì 4 marzo 2021

Levi (2)

E in un libro che si chiama I sommersi e i salvati, del 1986, Primo Levi dice che chi «fa a pugni» col mondo intero ritrova la sua dignità ma la paga ad un prezzo altissimo, perché è sicuro di venire sconfitto.

lunedì 1 marzo 2021

Bolla

Devo essermi creato involontariamente una bella bolla, perché nelle mie timeline e bacheche e, insomma, quelle cose lì, ho solo della gente che si lamenta di chi si lamenta dell’ultimo concerto. E va benissimo così.

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/