martedì 31 marzo 2020

Stavo pensando

Che potrei anche mettermi lì, qualche sera, e leggere davanti a una webcam i pezzetti che ci sono dentro a un libro elettrico che si chiama Si stava meglio quando si stava meglio, che avevo pubblicato (gratis) alla fine del 2018 per Barabba Edizioni.
Magari non interessa a nessuno, ci mancherebbe, a parte forse il mio ego smisurato.
Uno però si annoia come può.

lunedì 30 marzo 2020

Vonnegut

E in un libro che si chiama Quando siete felici, fateci caso, del 2013, Kurt Vonnegut Jr. dice di ricordarci che qualunque cosa succeda, ci restano sempre la musica e il senso dell’umorismo.

sabato 28 marzo 2020

Tolstoj (6)

E sempre in un libro che si chiama Resurrezione, del 1899, Lev Nikolàevič Tolstòj dice che dal momento in cui Nechljudov aveva capito di essere cattivo e aveva provato disgusto di sé, da quel momento gli altri avevano cessato di disgustarlo.

venerdì 27 marzo 2020

Tre cose

La prima è che io, di solito, leggo delle tonnellate di fumetti sulla carta, in digitale, su internet, dappertutto, e li leggo sul tavolo del mio studiolo, in camera da letto, in bagno, sulle panchine dei parchi, dove capita, ma mi sono accorto che adesso, invece, non ne leggo più. Ho una pila qui di fianco, sul tavolo, che non ho ancora letto: non la guardo neanche. Si vede che mi piace farlo quando non ho tempo, quando mi devo ritagliare coi denti qualche mezz’ora al giorno, tra il lavoro e le altre cose della vita, e adesso, non lo so, non li leggo. Però mi dispiace.
La seconda cosa è che ho capito di avere una fobia tutta nuova: che si scarichi la batteria della macchina. E mentre sono qui, piegato da questa nuova paura, mi si sta scaricando la batteria della chiave, la chiave della macchina, non sapevo neanche che fosse possibile.
La terza cosa è che per me, per quanto mi riguarda, possono cambiare il modulo di autocertificazione anche ogni dieci minuti, se vogliono, tanto non ho la stampante.

giovedì 26 marzo 2020

Appena torno (al bar)

Pensavo che la Guinness fosse la cosa che mi mancava di più, in questo periodo, e invece poi ci ho pensato meglio ed è un’altra, la cosa che mi manca. Allora appena torno la faccio, se tutto va bene, come ho spiegato stamattina in una puntata di un podcast bellissimo appena nato di Andrea Cardoni e che si chiama Appena torno (da 00:46):

mercoledì 25 marzo 2020

Ho scoperto che oggi è #Dantedì

E allora mi è venuto in mente il mio verso preferito, che si trova nella terza parte, intitolata il Paradiso, di un libro che si chiama Comedìa, o Commedia, conosciuto soprattutto come Divina Commedia, del 1321, e più precisamente è il verso 81 del Canto IX, dove Dante Alighieri, o Alighiero, battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri, dice così:

s’io m’intuassi, come tu t’inmii

Che è una cosa che, tutte le volte che la leggo, mi viene da dire: ma porca miseria, Dante.
Non con cattiveria, ma proprio con ammirazione e, anzi, direi addirittura con devozione. Che è il motivo per cui di Dante cerco di non parlare mai, mi sembra sempre di dire dei sacrilegi e lo vedo nella mia testa che mi guarda male.
E poi, vabbè, basta, tutto qua.
Buon #Dantedì.

martedì 24 marzo 2020

Così va la vita (di sei ragazzini al Louvre)

È una storia piccola, me ne rendo conto, molti avranno la loro, molto più interessante di questa, ma questa è la mia. È una storia del 1998, quando avevamo diciannove anni e ci eravamo appena diplomati, e in quell’estate di nulla estremo che ci separava dall’università o dal lavoro a vita eravamo partiti in sei su un treno, con gli zaini sulle spalle e delle scarpe buone per camminare, e un biglietto dell’Interrail in tasca valido per Francia, Belgio e Olanda per venti giorni. Non tutti, ma alcuni di noi avevano un obiettivo preciso: c’era quello che voleva arrivare ad Amsterdam, e aveva dei motivi validissimi; uno voleva vedere Omaha Beach per dare un senso alla propria collezione di carri armati e soldatini; io volevo essere a Parigi esattamente il 2 di agosto per vedere Marco Pantani arrivare in maglia e pizzetto gialli sugli Champs Elysées, l’ho anche già raccontato un’altra volta; e poi c’era quello, tra noi, che aveva una smania grandissima di visitare il Louvre.

lunedì 23 marzo 2020

Tolstoj (5)

E nel primo capitolo di un libro che si chiama Resurrezione, del 1899, di Lev Nikolàevič Tolstòj, la Màslova viene scortata da alcuni soldati attraverso il paese, verso il tribunale dove sarà giudicata per un crimine, e Tolstoj dice che i vetturini, i bottegai, le cuoche, gl’impiegati si fermavano e squadravano con curiosità la prigioniera; e che alcuni tentennavano il capo e pensavano «Ecco come finisce chi si comporta male, chi non si comporta come noi».

domenica 22 marzo 2020

DUEPONTI, Bootleg (i testi)

Quindi, come ho scritto centocinquanta volte in giro per l’internet, un po’ per vanità, un po’ per frustrazione, in questo periodo di isolamento forzato avremmo dovuto suonare con una band che per adesso si chiama DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) e sarebbe stato il nostro primo (primissimo!) concerto. E invece, niente. Pazienza.
Allora abbiamo messo su bandcamp il nostro Bootleg, cioè una sottospecie di demo registrato dal vivo con un registratore portatile il 7 febbraio nella sala 4 dell’ex Ekidna di Migliarina, vicino a Carpi, in provincia di Modena, davanti a quattro o cinque persone.
Il “disco” si può ascoltare (e scaricare gratis) qui (se riesco, come si dice, a embeddarlo bene):

sabato 21 marzo 2020

Catalano

E in una poesia intitolata il mare visto da un poeta, dentro a un libro che si chiama Motosega, del 2007, Guido Catalano dice che una cosa che gli dà noia dei poeti è che difficilmente se gli chiedi di controllarti l’olio o le pasticche dei freni sono capaci.

La gente che si lamenta che c'era la gente in giro

Che cosa ci faceva in giro?

giovedì 19 marzo 2020

Il nome del padre

Mio padre si chiama Iules, ma non si è sempre chiamato così. Prima era Jules, con la J.
Fino ai quarant’anni, più o meno, cioè fino all’età che ho io in questo momento, e a pensarci mi gira un po’ la testa, su alcuni dei suoi documenti c’era la I, su altri c’era la J. All’anagrafe dicevano che c’era la I ma poi si grattavano la nuca e rispondevano che boh, non erano sicuri neanche loro, perché una volta le schede venivano compilavate a mano e proprio lì, sotto la I di Iules, c’era uno sbavo. Non si capiva se fosse inchiostro sputato dalla penna o uno sbavo intenzionale. Nel 1953 la J non era una lettera tanto in voga, c’era della gente che non la conosceva e l’impiegato dell’epoca, nel dubbio, c’era il caso che avesse sbavato apposta.

mercoledì 18 marzo 2020

Così va la vita (magnifica o mostruosa)

E in un libro che si chiama Limonov, del 2011, Emmanuel Carrère dice che Limonov parlava in modo semplice e immaginoso, con l’autorevolezza di chi sa che non verrà interrotto e una predilezione per gli aggettivi «magnifico» e «mostruoso». E che Limonov non conosceva vie di mezzo: tutto era magnifico o mostruoso.

E nello stesso libro, Evgenij Nikolaevič Prilepin, conosciuto come Zachar Prilepin, dice che la prima volta che aveva visto Limonov aveva pensato «È un individuo magnifico, capace di atti mostruosi.»

E invece in un libro che si chiama Libro dell’acqua, del 2002, Ėduard Veniaminovič Savenko, conosciuto come Ėduard Limonov, o anche solo Limonov, dice che la prima tempesta della sua vita gli aveva rivelato tre cose. La prima: che non soffriva il mal di mare. La seconda: che si aspettava da un momento all’altro che contro il finestrino si abbattesse un calamaro o una piovra, cosa che non era poi successa. La terza: che il mare durante e dopo una tempesta odora come una botte di cetrioli.

Così va la vita.

martedì 17 marzo 2020

Nerd prima di te

Abbiamo iniziato a guardarci la trilogia di Guerre Stellari (LA trilogia, quella vecchia, episodi IV, V e VI; non ci sarebbe neanche bisogno di scriverlo, ma quello di oggi è un mondo strano), un po’ per “colpa” dei Lego di Star Wars, un po’ per via dell’isolamento che ci ha fatto esaurire in poco tempo tutto il parco di cartoni che avevamo a disposizione. Ci guardiamo metà film ogni sera, e ieri sera era la sera della seconda parte de L’impero colpisce ancora. Ero abbastanza teso per via della rivelazione finale, ma quando Dart Fener (in italiano, mio figlio ha quasi cinque anni, non facciamo i mujaheddin di battaglie futili, per piacere) ha pronunciato quella frase là, quella famosa, ero lì che fissavo con impazienza il Miny invece dello schermo per capire la sua reazione.
Non ha fatto una piega.

domenica 15 marzo 2020

Fruttero & Lucentini (5)

E sempre in un libro che si chiama I ferri del mestiere: Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti, del 2003, Carlo Fruttero e Franco Lucentini dicono che basta uno sciopero aeroportuale, un ingorgo sull’autostrada, per far pronunciare da milioni di persone sbigottite la domanda Ma qui dove andremo a finire?
E dicono che questa è l’anticamera della fantascienza.

sabato 14 marzo 2020

Pedala, Marco, pedala! (però da casa, tipo sui rulli)

Ieri, che era venerdì 13, con Barabba abbiamo organizzato una grande lettura pubblica da casa, sui socialcosi, di un libro elettrico che si chiama Cronache di una sorte annunciata e che avevamo pubblicato nel 2010, dieci anni fa con Barabba Edizioni. Ha partecipato tanta gente ed è andata molto bene, così.
Per quel libro avevo scritto un racconto che si intitola “Pedala, Marco, pedala!” e ieri sera l’ho letto davanti al computer. Il video è questo qui (se riesco a embeddarlo bene, come si dice in gergo, portate pazienza):

martedì 10 marzo 2020

Cognetti

E in un libro che si chiama A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti, del 2014, Paolo Cognetti dice che non è che le cose cambiano perché il tempo passa; e che semmai è il contrario: abbiamo dovuto inventarci il tempo perché la natura delle cose è cambiare.

lunedì 9 marzo 2020

domenica 8 marzo 2020

Tolstaja

E l’8 marzo del 1898, su una pagina del diario, scritto tra il 1862 e il 1910, Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, scriveva che nella sua anima stava avvenendo una battaglia fra il desiderio ardente di andare a Pietroburgo a sentire Wagner e altri concerti e il timore di dare un dispiacere a Lev Nikolaevič e di sentirsi questo dispiacere sulla coscienza. E scriveva che quella notte aveva pianto a causa di quella pesante sensazione di mancanza di libertà che gravava sempre più su di lei. E che di fatto, naturalmente, era libera. Aveva soldi, cavalli, vestiti, tutto: avrebbe potuto fare le valigie, salire in carrozza e andare. Era libera di leggere le bozze, di comprare le mele per L. N., di cucire i vestiti per Saša e le camicie per il marito, di fotografarlo in tutte le pose, di ordinare il pranzo, di sbrigare le faccende di tutta la famiglia; era libera di mangiare, di dormire, di tacere e di rassegnarsi. Ma, scriveva, non era libera di pensare a modo suo, di amare quello e quelli che sceglieva lei stessa, di andare dove le interessava e dove si sentiva spiritualmente a proprio agio; non era libera di occuparsi di musica, non era libera di cacciar fuori dalla propria casa quelle innumerevoli persone inutili, noiose e spesso molto cattive e di ricevere persone buone, piene di talento, intelligenti e interessanti. E scriveva che per lei la vita era poco allegra, difficile… Ma poi scriveva che non aveva usato la parola giusta: «allegria». Che non aveva bisogno di quello. Aveva bisogno di vivere una vita ricca di contenuto, tranquilla, e invece viveva nervosamente, con difficoltà e in modo vuoto.
Così scriveva su una pagina del diario Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, l’8 marzo del 1898.

venerdì 6 marzo 2020

Tutti pazzi

La cosa che mi manda più nei matti, in questo momento preciso della Storia dell’Umanità che s’interseca con la mia storiella in particolare, è che dopo più di un anno che non facevo niente dal vivo, proprio adesso, c’erano due belle cose programmate per marzo.
La prima era una specie di reading che avrebbe accompagnato la presentazione di un libro sul ciclismo e la bicicletta a Novi di Modena e dintorni; ci sarebbe dovuto essere anche il Coro delle Mondine di Novi di Modena. E invece niente. Vedremo più avanti.

La seconda

mercoledì 4 marzo 2020

Colagrande (3)

E in un libro che si chiama Kammerspiel, del 2011, Paolo Colagrande dice che c’era un abate del Diciassettesimo secolo che diceva che il parlare è solo un movimento scomposto del corpo, un difettoso controllo di un orifizio, quello orale, uguale identico al difettoso controllo di ogni altro orifizio corporeo. E che solo attraverso il sacro paradigma del silenzio l’uomo può sperare di uscire dal merdone della sua miserabilità.

martedì 3 marzo 2020

L’Emilia-Romagna, spiegata bene (coff, coff)

C’è da dire che siamo sempre stati abbastanza abituati a sentire la gente tossire, in autunno, in inverno, fino all’inizio della primavera, qui da noi; vuoi perché siamo la pianura meno ventilata del mondo e una delle regioni più inquinate d’Europa; vuoi perché ci sono l’umido e la nebbia che ti entrano nelle ossa e nei polmoni dall’inizio di ottobre fino alla fine di marzo o perché la gente che fuma, bisogna dirlo, è ancora tanta; oppure perché abbiamo molti cinema e molti teatri, e per una legge fisica ancora sconosciuta, e chi la scoprirà vincerà il suo sacrosanto Ig Nobel, si sa che nei cinema e nei teatri, quando le luci si abbassano e lo spettacolo comincia, la tosse diventa la padrona indiscussa della sala.
Solo che adesso, con l’epidemia in giro di COVID-19, o coronavirus, come lo chiamano tutti con una certa confidenza, vedi le persone che fanno di tutto per nascondersi e non tossire in pubblico, perché come diceva Paolo Nori, in un libro che si chiama La matematica è scolpita nel granito, del 2011, siamo in un posto

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/