mercoledì 30 marzo 2022

Invecchiare (6)

E adesso stanno cominciando a compiere trent’anni i dischi che compravo quando ero adolescente. Non so se sono d’accordo.

venerdì 25 marzo 2022

#Dantedì

Ormai arriva tutti gli anni. E come tutti gli anni penso che sarebbe proprio bello (ri)cominciare a (ri)leggerlo, così, dall’inizio alla fine, senza note. Poi non lo faccio mai.
Ma comunque, anche quest’anno mi è tornato in mente il mio verso preferito, che si trova nella terza parte, intitolata il Paradiso, di un libro che si chiama Comedìa, o Commedia, conosciuto soprattutto come Divina Commedia, del milletrecento e qualcosa, e più precisamente è il verso 81 del Canto IX, dove Dante Alighieri, o Alighiero, battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante, dice così:

s’io m’intuassi, come tu t’inmii

E anche più su, ce n’è un altro, il verso 73, che dice:

«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»

Che sono di quelle cose che, quando le leggo, mi viene sempre da dire: vacca d’un cane.
E lo dico con ammirazione e tale devozione, che è il motivo per cui di Dante cerco di parlare pochissimo, o addirittura di non parlarne mai per, come si dice, stare dalla parte del frumentone.
E tutto qui, a posto così.
Buon #Dantedì.

lunedì 21 marzo 2022

Catalano

E in una poesia intitolata il mare visto da un poeta, dentro a un libro che si chiama Motosega, del 2007, Guido Catalano dice che una cosa che gli dà noia dei poeti è che difficilmente se gli chiedi di controllarti l’olio o le pasticche dei freni sono capaci.


(È una cosa che posto tutti gli anni, nella Giornata Mondiale della Poesia)

sabato 19 marzo 2022

Il nome del padre

Mio padre si chiama Iules, ma non si è sempre chiamato così. Prima era Jules, con la J.
Fino ai quarant’anni, più o meno, cioè fino all’età che ho io in questo momento, che a pensarci mi gira un po’ la testa, su alcuni dei suoi documenti c’era la I e su altri c’era la J. All’anagrafe dicevano che c’era la I, ma poi si grattavano la nuca e rispondevano che boh, non erano sicuri neanche loro, perché una volta le schede venivano compilate a mano e proprio lì, sotto la I di Iules, c’era una specie di sbavo. Non si capiva se fosse inchiostro sputato dalla penna o uno sbavo intenzionale: nel 1953 la J non era una lettera molto in voga, c’era anche della gente che non la conosceva e forse l’impiegato dell’epoca, nel dubbio, o nella timidezza, aveva sbavato apposta.

Mia nonna, sua madre, gli aveva messo nome Jules perché era una grandissima appassionata dei fotoromanzi di Grandhotel, e nei fotoromanzi di Grandhotel c’era un personaggio di nome Jules che, da quello che avevo capito quando avevano provato a spiegarmelo, era un gran bel figaccione. Allora m’immagino che mio nonno, quando era corso all’anagrafe per registrare suo figlio, avesse scritto Jules su un bigliettino, copiandolo da un numero di Grandhotel con la calligrafia tremolante per l’emozione e per la scarsa abitudine allo scrivere, e non s’immaginava, forse, che Jules si dovesse leggere alla francese. All’impiegato dell’anagrafe aveva detto «iules», così, leggendolo com’era scritto, poi gli aveva fatto vedere il bigliettino e l’impiegato, nel dubbio, doveva aver compilato la scheda, forse apposta, con quello sbavo sulla I per farla sembrare una J.

Mi ricordo che mio padre fino ai quarant’anni, più o meno, cioè fino all’età che ho io in questo momento, che è una cosa abbastanza incredibile, si firmava con una I che sembrava una J, ed era contento e a posto così. Faceva anche un più bel ricciolo, sotto la I, una cosa quasi artistica, una specie di manifestazione di felicità ogni volta che doveva firmare un assegno o un voto sul mio diario o una giustificazione per la scuola. E io lo guardavo sempre con ammirazione, quando firmava, e gli dicevo: «Papà ma che bella firma, ma che bel nome» .

Solo che poi, un giorno, gli era arrivata una lettera dallo Stato o da quella cosa che adesso si chiama Agenzia delle Entrate. Dentro c’era scritto che bisognava prendere una decisione per chiudere la questione, perché lassù, negli uffici misteriosi della burocrazia statale, non erano mica tanto sicuri che fossero arrivate tutte le bollette e che fossero state pagate tutte le tasse.
Con quella lettera gli dicevano più o meno così: Gentilissimo Sig. Iules o Jules, si decida, le mandiamo un modulo da compilare e lei, entro e non oltre la tal data, deve scegliere il nome con cui vuole essere chiamato una volta per tutte, noi poi le invieremo tutti i documenti nuovi di zecca e aggiorneremo tutte le sue pratiche; però si decida, perché qua non ci capiamo niente.
E mio padre, me lo ricordo proprio così, è stato una settimana col mento appoggiato sul pugno, seduto al tavolo della cucina, a decidere come chiamarsi da lì in poi.

Poi una mattina, senza dir niente a nessuno, si era alzato presto, si era vestito bene ed era andato a spedire il modulo. Quando era tornato a casa si era fatto un caffè, e quando ci eravamo svegliati tutti, mia mamma, mia sorella e io, ci aveva chiamati in cucina e ci aveva detto: «Ragazzi, ho una notizia da darvi: mi chiamo Iules con la I.»

venerdì 18 marzo 2022

Troppo tardi

E ieri sera, preso un po’ dallo sconforto, avevo scritto una cosa che diceva così:

Forse di figli bisognava farne di più, invece di uno solo, ma ormai è tardi. Chissà, almeno a uno, magari, sarebbe venuta voglia o addirittura avrebbe trovato piacevoli alcune cose tutto sommato semplici, tipo leggere, scrivere o far di conto.
E proprio adesso, mentre scrivo, mi viene in mente che c’era anche un’altra soluzione: farne di meno. Ma ormai è tardi anche per quella.

Poi oggi è tornato da scuola e mi ha portato due cose: una nota da firmare e il regalo per la festa del papà. E mi si spappola la testa.
(Quindi forse il Miny è il Joker.)

mercoledì 16 marzo 2022

Fenoglio

[…] poi io sono forgiato in una maniera che passo l’indomani a domandarmi se è vero quello che oggi per me è sicuro come la morte […]

(Beppe Fenoglio, La malora; Einaudi, 1954)

Mi sa che sono forgiato così anch’io.

martedì 8 marzo 2022

Un'altra ricorrenza

E l’8 marzo del 2012, era un giovedì, scrivevo il primo post di questo blog. S’intitolava “(ciao mondo)” e diceva così:

Ogni tanto ho questa mania un po’ antica di aprire dei blog.
Poi magari ci scrivo qualcosa, più avanti.

E quindi oggi sono dieci anni che scrivo delle cose qui sopra. È abbastanza sbalorditivo.
Tanti auguri.

lunedì 7 marzo 2022

Tolstaja

E l’8 marzo del 1898, su una pagina del diario, scritto tra il 1862 e il 1910, Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, scriveva che nella sua anima stava avvenendo una battaglia fra il desiderio ardente di andare a Pietroburgo a sentire Wagner e altri concerti e il timore di dare un dispiacere a Lev Nikolaevič e di sentirsi questo dispiacere sulla coscienza. E scriveva che quella notte aveva pianto a causa di quella pesante sensazione di mancanza di libertà che gravava sempre più su di lei. E che di fatto, naturalmente, era libera. Aveva soldi, cavalli, vestiti, tutto: avrebbe potuto fare le valigie, salire in carrozza e andare. Era libera di leggere le bozze, di comprare le mele per L. N., di cucire i vestiti per Saša e le camicie per il marito, di fotografarlo in tutte le pose, di ordinare il pranzo, di sbrigare le faccende di tutta la famiglia; era libera di mangiare, di dormire, di tacere e di rassegnarsi. Ma, scriveva, non era libera di pensare a modo suo, di amare quello e quelli che sceglieva lei, di andare dove le interessava e dove si sentiva spiritualmente a proprio agio; non era libera di occuparsi di musica, non era libera di cacciar fuori dalla propria casa quelle innumerevoli persone inutili, noiose e spesso molto cattive e di ricevere persone buone, piene di talento, intelligenti e interessanti. E scriveva che per lei la vita era poco allegra, difficile… Ma poi scriveva che «allegria» non era la parola giusta. Che non aveva bisogno di quello. Aveva bisogno di vivere una vita ricca di contenuto, tranquilla, e invece viveva nervosamente, con difficoltà e in modo vuoto.
Così scriveva su una pagina del diario Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, l’8 marzo del 1898.


(Una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo)

giovedì 3 marzo 2022

Dei link

E visto che è un periodo che scrivere è fatica, metto qui un po’ di link a delle cose interessanti che ho letto in giro in questi giorni:

Per il resto, seguo tutti i giorni i liveblog e gli approfondimenti del Post (che aiutano a non farsi investire dal rumore mediatico di questi giorni) e i liveblog di Rai News (che fanno un po’ più di rumore, ma almeno sono brevi e puntuali).

Quando ero un ragazzino, tutti gli anni, d’estate, arrivava a casa nostra per qualche mese un bambino bielorusso dalla zona di confine vicina a Chernobyl, e mia mamma, che fa ancora parte del Progetto Chernobyl che portava questi bambini in Italia a tirare un po’ fiato dalle radiazioni e dalla povertà, ha condiviso dei post dell’Associazione Bielorussi in Italia “Supolka”, dove si vede che anche là c’è della gente che protesta.

E poi basta, per adesso.
Speriamo bene.

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/