giovedì 11 aprile 2013

Un paio di reading per la Pasqua dei lavoratori

I socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l’espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e simili analogie diventarono correnti in campo internazionale dalla seconda metà degli anni Novanta. […] Possediamo uno straordinario volantino del 1898 proveniente da Charleroi, in Belgio, riproducente quella che può essere solo definita una predica da Primo maggio; nessun’altra etichetta sarebbe adeguata. Fu stilato dai, o a nome dei, dieci deputati e senatori del Parti Ouvrier Belge – atei dal primo all’ultimo, senza dubbio – sotto il duplice motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi (Karl Marx)» e «amatevi gli uni con gli altri (Gesù)».

(Eric J. Hobsbawm, Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, 1990; in Gente non comune, BUR Storia, 2007.)

La «Pasqua dei lavoratori» la festeggio a Torino, che ci sono già stato due volte, ma sempre durante il Salone del Libro, e quindi la città non l’ho mica mai vista (però una volta ho mangiato un ottimissimo e tipicissimo tentacolo di polpo ai ferri in un ristorante del centro).

Già che son lì, il 3 maggio, insieme a due tipi bislacchi che alcuni conoscono come Diego Viarengo e Alessandro Bonino, coi quali ho da poco messo su un blog, si fa una specie di reading al Circolo Arci Casseta Popular dal titolo: La prosa della domenica: letture e riletture di e su I FERRI DEL MESTIERE di Fruttero & Lucentini (e delle altre cose). (Dovremmo poi rifarlo durante il Salone del Libro, il 19 maggio, ma c’è tempo.)

Il giorno dopo, il 4 maggio, sarò invece a Cambiano (TO), in un luogo molto suggestivo chiamato Fornace Carena, per una Festa della Solidarietà dove suona la Fanfara di Montenero, si raccolgono dei soldi per il mio natìo borgo selvaggio, Novi di Modena, e dove anch’io leggerò un paio di cose sul terremoto. (Ci sarà poi del gran gnocco fritto d’importazione novese, questo lo dico per i torinesi e limitrofi, che loro forse il gnocco fritto, quello vero, quello con l’articolo determinativo maschile singolare, non l’hanno mica mai sentito.) Questa qui è la locandina.

Be’, se siete da quelle parti, ci sono anch’io.
Torino, per come l’ho vista finora, è una città molto bella con un fiume molto piccolo, che i locali chiamano Po. A noi emiliani, detta come va detta, sembra soltanto un Po’.

giovedì 4 aprile 2013

Così va la vita (a chiudere un criceto nel forno a microonde)

[…] qualche anno fa ho pensato che quelli che son nati negli anni venti, e che avevano vent’anni negli anni quaranta, avevan dovuto combattere perché c’era la guerra e servivano dei soldati; quelli che eran nati negli anni trenta, e che avevan vent’anni negli anni cinquanta, avevan dovuto lavorare perché c’era stata la guerra e c’era un paese da ricostruire; quelli che eran nati negli anni quaranta, e che avevan vent’anni negli anni sessanta, avevan dovuto lavorare anche loro perché c’era il boom economico e una grande richiesta di forza lavoro; quelli che eran nati negli cinquanta, e che avevan vent’anni negli anni settanta, avevan dovuto contestare perché il mondo così com’era stato fino ad allora non era più adatto alla modernità o non so bene a cosa. Poi eravamo arrivati noi, nati negli anni sessanta e che avevamo vent’anni negli anni ottanta e l’unica cosa che dovevamo fare, era stare tranquilli e non rompere troppo i maroni.
(Paolo Nori)

Sul mio primo computer – un Olivetti PC1, un 8086 senza disco fisso, con 512Kb di RAM, lo schermo monocromatico verde e due porte per i dischetti da tre pollici e mezzo e il DOS 3.2 – giravano pochi programmi. Uno era un videogiochino delle Olimpiadi, di quelli che uno si stufa quasi subito. Un altro era Maniac Mansion, dove capitava per esempio di dover chiudere un criceto nel forno a microonde e sentirne l’esplosione dal cicalino del PC.
Siamo forse la prima generazione di disperati, noi che siamo nati negli anni settanta, e che avevamo vent’anni negli anni novanta, che si rattrista per la chiusura di una casa produttrice di videogiochi.

mercoledì 3 aprile 2013

Music is music

La scorsa settimana ascoltavo solo Thelonious Monk, ché mi sto preparando ormai da mesi per la lettura della sua biografia, tradotta dal buon Marco Bertoli; ieri sera sono andato a vedere J Mascis, e quando ha fatto Get Me a momenti mi mettevo a piangere; e ho anche avuto una discreta pelle d’oca quando Bob Corn ha suonato I See A Darkness; stamattina in edicola ho comprato l’Aida nell’esecuzione del 1955 al Teatro Alla Scala, con la Callas e tutto, e l’ho ascoltata in macchina andando al lavoro – è pericoloso, quando parte l’aria GUERRA! GUERRA!, che uno ha voglia di saltare addosso a tutti gli altri automobilisti, poveretti, che anche loro stanno andando a lavorare alle sette del mattino; e poi, dopodomani, forse vado a prendermi una grossa delusione con la reunion dei Gang Of Four a Bologna.

Mi è venuto in mente che ci sono delle persone che ogni tanto domandano a delle altre persone «Tu cosa ascolti?», o «A te che genere ti piace?», o «Qual è la tua musica preferita?», e cose di questo tipo. 
C’è un libro di Alex Ross che si intitola The Rest Is Noise, che non ho mai letto, ma è diventato un po’ la Bibbia del mio amico cantautore di riferimento e, tra una citazione e una spiegazione, un po’ lo sto leggendo per osmosi, si potrebbe dire. Inizia così:

In the spring of 1928, George Gershwin [born in the Lower East Side slums of Manhattan and now the acclaimed] creator of ‘Rhapsody in Blue’, toured Europe and met the leading composers of the day. In Vienna, he called at the home of Alban Berg, whose blood-soaked, dissonant, sublimely dark opera ‘Wozzeck’ had had its premiere in Berlin three years earlier. To welcome his American visitor, Berg arranged for a string quartet to perform his Lyric Suite, in which Viennese lyricism was refined into something like a dangerous narcotic.
Gershwin then went to the piano to play some of his own songs. He hesitated. Berg’s work had left him awestruck. Were his own pieces worthy of these murky, opulent surroundings? Berg, looked at him sternly and said, ‘Mr. Gershwin, music is music.’ …

Ecco.

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/