mercoledì 21 dicembre 2022

Dei ricordi (40)

Il 21 dicembre del 2016, ma anche il 21 dicembre del 2017, il 21 dicembre del 2018, il 21 dicembre del 2019, il 21 dicembre del 2020 e il 21 dicembre del 2021 avevo scritto una cosa intitolata “ciao” che diceva così:

Volevo solo dire che «senza canditi» non è un valore aggiunto.

E adesso l’ho scritto anche il 21 dicembre del 2022.
A posto così.


(Qui ci sono degli altri ricordi, se uno è interessato)

martedì 20 dicembre 2022

Ciao, mi chiamo Marco, e ho un problema

E il problema è che oggi, sono stato un po’ obbligato, è vero, ma non è che ci sia voluta una pressione infinita, ho imparato a giocare al gioco di carte dei Pokémon. E quindi, non so, forse funziona come tutte le altre dipendenze, come quelle dalle sostanze o dall’alcool, ma mi si è risvegliata una cosa, dentro, che era lì sopita da venticinque anni e passa, cioè da quando giocavo a Magic. Il problema che citavo all’inizio è che ora ho una capacità di spesa che venticinque anni e passa fa non avevo.
Devo stare attentissimo.

domenica 18 dicembre 2022

Solipsismo

Io, adesso, non vorrei esagerare, ma la prima finale dei Mondiali che mi ricordo di aver visto è stata quella del 1986, avevo sette anni e vinceva l’Argentina di Maradona. Oggi siamo nel 2022, mio figlio ha sette anni e la prima finale dei Mondiali che si ricorderà di aver visto è quella dove vinceva l’Argentina di Messi. Se poi consideriamo anche che è stato concepito il giorno della finale dei Mondiali del 2014 dove vinceva la Germania contro l’Argentina (e che, sì, sappiamo esattamente il giorno in cui è stato concepito), io, come dicevo prima, non vorrei esagerare, ma se uno va a leggere cosa si dice del solipsismo su wikipedia trova scritto così:

Il solipsismo, dal latino solus (solo) e ipse (stesso), “solo sé stesso”, è un termine che si riferisce alla dottrina filosofica secondo cui l’individuo pensante può affermare con certezza solo la propria esistenza, poiché tutto quello che percepisce sembra far parte di un mondo fenomenico oggettivo a lui esterno, ma che in realtà è tale da acquistare consistenza ideale solo nel proprio pensiero, cioè l’intero universo è la rappresentazione della propria individuale coscienza.

Poi, ripeto, non vorrei esagerare.
Però, ecco. Tutto qui.

sabato 10 dicembre 2022

E adesso?

Dieci o quindici pagine, quasi tutti le sere, qualche volta di più, qualche volta di meno, questa era la media, tutto a voce alta, una voce e un tono diversi per ogni personaggio, meticolosamente, delle volte trattenendo dei magoni, fermandomi ogni tanto a rispondere alle domande o a spiegare il significato di un aggettivo o di un avverbio un po’ difficili, alla luce di una lampada piegata verso il muro o verso il comodino, che non desse troppo fastidio, la lampadina bruciata e cambiata due volte, gli animali accoccolati sulle coperte e tra le gambe, quando faceva freddo, o stesi a boccheggiare sul pavimento, d’estate, l’ordine inflessibile di «denti e pigiama!» prima di cominciare, prendere fiato, un attimo di silenzio, tornare indietro di qualche frase o qualche pagina per riprendere il filo che si era perduto la sera prima, quando gli occhi si erano già chiusi e il respiro era diventato più pesante, così, dieci o quindici pagine, qualche volta di più, qualche volta di meno, quasi tutte le sere. Mezz’ora fa ho finito di leggere l’ultimo dei libri di Harry Potter, avevamo iniziato col primo l’anno scorso, tra febbraio e marzo, non mi ricordo di preciso. Mi sento, boh, non saprei, forse appagato, e un po’ svuotato, e contento, sicuramente sfinito.
E adesso?

martedì 22 novembre 2022

Invecchiare (10)

E quando ero giovane, sui vent’anni, o poco meno o poco più, avevo l’abitudine, quando veniva il freddo umido che c’è qui in Emilia, quello che anche se la temperatura non è bassissima e ti copri bene lui ti entra nelle ossa per farti bestemmiare, avevo l’abitudine di mettermi il pigiama sotto i vestiti, tanto da fuori non si vedeva e mi sentivo anche un po’ Kurt Cobain. Poi, non so, ho smesso.
E adesso, invece, ieri l’altro, ho inaugurato questa nuova moda da vecchio di mettermi la felpa sopra il maglione, così posso usare la giacchetta leggera che mi è sempre piaciuta di più dei giubbotti invernali, e sembro anche un po’ più corpulento. Si sta benissimo. Non so se dura.


(Ormai parlo solo di invecchiare. Si fa quel che si può.)

mercoledì 9 novembre 2022

C.C.C.P.

Chiedevo sempre a mio padre cosa volesse dire C.C.C.P., quando lo leggevo sulle canottiere degli atleti ai mondiali o alle olimpiadi.
Mio padre rispondeva tutte le volte: «Col Cazzo Che Perdiamo!»
Avevo dieci anni quando cadde il muro. Quasi undici.


una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo, il 9 di novembre. Quest’anno, però, fa un po’ strano.)

lunedì 7 novembre 2022

Invecchiare (9)

E ieri pomeriggio una mia amica che lavora coi libri, saputo che avevo aperto un profilo su TikTok, mi ha chiesto di dare un’occhiata alle nuove tendenze dei booktoker e, insomma, quello che volevo dire è che adesso mi sanguinano gli occhi e forse un po’ anche le orecchie.


(Uno invecchia come può)

lunedì 31 ottobre 2022

Delle volte

E delle volte è poi facile, tipo che il fruttivendolo, mentre sei lì a comprargli delle carote col ciuffo, ti regala una zucca, arrivi a casa e trovi un coltello che taglia, e una candela spenta da anni in fondo a un cassetto; delle volte è poi facile, dicevo, esser contenti.

venerdì 21 ottobre 2022

Lessico famigliare (14)

«Non hai voglia di diventare grande?»
«No.»
«Io da bambino volevo diventare grande il prima possibile, sai, per fare l’astronauta o l’archeologo o…»
«Io vorrei tornare piccolo.»
«Ma perché?»
«Perché è sempre più dura.»
«Che cosa?»
«La vita.»

(Ha sette anni e mezzo.)


(Qui c’è un altro po’ di lessico famigliare, se interessa)

venerdì 7 ottobre 2022

Funziona anche quest’anno...

… una cosa che avevo scritto nel 2015 che diceva così:

A me il Nobel per la Letteratura piace un sacco perché tutti gli anni scopro uno scrittore nuovo.


(Che è una cosa che posto tutti gli anni; e, per amor di cronaca, aveva funzionato anche nel 2017, nel 2018, nel 2019, nel 2020 e nel 2021; nel 2016, invece, no, non aveva funzionato.)

sabato 1 ottobre 2022

Dei ricordi (39)

E il primo di ottobre del 2009, verso le 15:40, scrivevo una cosa che diceva così:

dico già che “non sono d’accordo”

Non so perché. Però potrei aver avuto ragione.


(Qui ci sono degli altri ricordi, se uno è interessato)

domenica 25 settembre 2022

Quel friccicorino in cabina…

… e la paura di sbagliare, piegare le schede con cura.
Prima di entrare, fermarsi a guardare i tabelloni, cercando di non sostare troppo su una lista, ché non si facciano delle idee. Con la matita tiri una linea troppo lunga e arrivi quasi alla fine del quadrato, e hai paurissima di invalidarla. Fare quindi la ics pian pianino, precisa, attenta. Ripassarla due, tre volte, ché sembra sempre troppo sottile, o troppo chiara. Mettere da parte le schede, però non ci stanno, quindi controllare che mentre fai la ics non ce ne sia una sotto per sbaglio. Poi piegarla e metterla da parte. E via con la seconda. Magari hai anche le regionali, quindi scrivere per bene la preferenza. Non come le altre volte, che volevi scrivere un nome, e poi ti sei scordato.
Riaprire le schede, ricontrollare.
Sei dentro da troppo tempo? Si staranno chiedendo qualcosa? Il tempo dev’essere giusto, non devono pensare che sei arrivato impreparato, o che hai dei dubbi. E ogni volta vorresti uscire e chiedere brandendo ansiosamente la scheda: signorina me la controlli lei, ho fatto giusto? È valido?
E le vuoi mettere tu nell’urna. Ma lo sai che non potresti? Sì, lo sai, ma hai questo moto d’egoismo, così protettivo. Guardi la signorina presidente, sta scrivendo delle cose. Lo faccio? Non lo faccio? Lo fai. Controlli millemila volte i colori, trattieni la scheda a metà del foro, ricontrolli. La lasci andare. Respirare.
Dai che hai fatto anche tu lo scrutatore, cerca di essere preciso, la matita è da restituire, e saluta con un sincero “Buon Lavoro”.
Poi esci dal seggio con la profonda impressione di aver dimenticato qualcosa di importantissimo. Tutti questi drammi pre e post elezioni e vivi nel terrore di esserti annullato la scheda, come un coglione. Apri la tessera, guardi il timbro. E lo rifai due o tre volte, nel tragitto verso casa.
Mi spiegate perché una cosa che dovrebbe essere a prova di idiota nei fatti è pensata per far uscire esseri umani adulti e alfabetizzati col terrore di avere sbagliato?
Che roba buffa, la democrazia.

Musica:

venerdì 16 settembre 2022

Una volta l’anno

Succede una volta l’anno, tutti gli anni, che per tre giorni filati, tra Carpi, Modena e Sassuolo, c’è l’uomo della strada che va in giro a piedi per le vie del centro con la faccia tirata e lo sguardo sagace, e lo senti usare delle parole insolite, come per esempio «ontologia».


(C’è il Festival di Filosofia e questa è una cosa che posto una volta l’anno, tutti gli anni)

mercoledì 7 settembre 2022

Lessico famigliare (13)

Interno giorno. Il Many ha appena letto un post di Fumettologica. Il Miny è lì vicino che si fa i fatti suoi.

Il Many: «Ehi, sta per uscire il fumetto di DC League of Super-Pets
Il Miny: «È il film che abbiamo visto l’altra sera.»
Many: «Sì. Il fumetto che esce è il seguito del film, comincia da lì, dalla fine dei titoli di coda, dove loro…» (non finisce la frase).
Miny: «Me lo prendi?»

Il Many si ferma qualche secondo. Sentendosi leggerissimo, ma dissimulando serietà e competenza, contatta telematicamente il suo fumettaro di fiducia. Il fumettaro di fiducia risponde dopo un minuto scarso.

Many: «Arriva venerdì.»
Miny: «Lo prendiamo? Lo pago con i miei soldi!»
Many: «Ok. Sì, l’ho già ordinato.»

Qualche secondo di silenzio.

Many (esplodendo): «Ma… ma… è il tuo primo fumetto ordinato in fumetteria!»
Miny (calmissimo, annuisce): «Sì.»

Il Many si alza dalla sedia. Ha uno strano stiramento ai muscoli facciali, gli occhi sono leggermente appannati da uno strato acquoso. Si allontana da solo verso il bagno. I suoi piedi non stanno esattamente toccando il finto parquet del reparto notte.
Sipario.


(Qui c’è un altro po’ di lessico famigliare, se interessa)

martedì 23 agosto 2022

Giotto

E l’altro giorno siamo stati a Vicchio, in provincia di Firenze, sul lato toscano dell’appennino tosco-emiliano, e siamo andati a casa di Giotto e poi sul ponte dove si dice che passasse Cimabue mentre lui, Giotto, che era ancora un ragazzino, stava disegnando una pecora così bella che non ci si poteva credere.

sabato 6 agosto 2022

Così va la vita (una vita da cani)

Sembrerà incredibile per quelli un po’ più giovani di me, ma c’è stato un tempo in cui i telefoni avevano i pulsanti e non facevano le foto. La prima foto che ho fatto con un telefono, che in realtà era poi la seconda perché la prima era una prova, era la foto di un robino peloso molto piccolo di poco più di due mesi, sul marroncino arancione, che era parcheggiato lì in casa nostra, temporaneamente.
La vita di quel robino marroncino arancione era cominciata un po’ in salita, era già stato in due case diverse, una settimana nella prima, tre o quattro giorni nella seconda, ma poi avevano sempre richiamato perché andassero a riprenderselo. Quel giorno lì, quello della prima foto, mia suocera, che era la padrona della madre del robino e del resto della cucciolata, ci aveva chiesto se potevamo andare noi a recuperarlo perché lei aveva un impegno. Così eravamo andati e l’avevamo parcheggiato a casa nostra.
Noi avevamo deciso che in quel nuovo appartamento piccolo del centro dove vivevamo insieme da qualche anno, senza giardino o balcone, e molto torrido d’estate senza la possibilità di montare un condizionatore, non ci avremmo mai messo un cane, anche se io ne avevo quasi sempre avuti quando vivevo con i miei genitori. Grushenka, poi, era una da gatti, non si affezionava tanto ai cani.
Solo che eravamo lì, in attesa di riportarlo a casa sua, e mentre aspettavamo, dopo un po’, ci siamo guardati, ci siamo sorrisi e abbiamo detto: «Ma sai cosa? Lo teniamo qui.»
E così avevamo fatto.
E questa è la foto di cui parlavo prima:

lunedì 1 agosto 2022

2 agosto 1952, 2 agosto 1980, 2 agosto 1998

Quando arrivava il 2 di agosto, mio nonno, Corrado, diceva sempre che il 2 di agosto del 1952 era notte e…

… ero andato in bicicletta a casa dell’Ada, l’avevo caricata sulla canna e via, ci eravamo sposati che era già incinta… l’avevo presa sulla canna della bicicletta e lei, che era la più povera del paese, aveva una scatola da scarpe come dote… ma non era mica piena, eh, la dote era proprio la scatola da scarpe, pensa te com’era povera… però era d’un bella, l’Ada, e l’avevamo chiamata a lavorare in campagna da noi che non sapeva fare niente, e quando c’era da spostare il fieno le cadeva sempre tutto addosso che io e mio padre facevamo di quelle ridute che cascavamo per terra.

E oggi sarebbero stati 70 anni di matrimonio, se l’Ada e Corrado fossero ancora al mondo. Mi mancano moltissimo. Così va la vita.

Invece, parlando del 2 di agosto del 1980, Grushenka dice sempre che…

… la puntualità non è una dote innata. C’entra coi comportamenti abituali, con quelle cose che inizi a fare in un certo modo e che poi rimangono così. O sei sempre stato puntuale o non lo sei mai stato. Ma dipende, son cose che hanno un inizio, non sono innate. Io non sono puntuale e neanche i miei genitori sono mai stati puntuali.
Mia madre l’indomani voleva prendere il treno, s’era fissata con questa idea, diceva a mio padre dai Imbeni, domani ci svegliamo presto e prendiamo quello delle nove, che ci vuole. Poi però si sono svegliati tardi, mia madre ci metteva un sacco di tempo a prepararsi, è una che ci ha sempre messo molto tempo. Mio padre si prepara una moka di caffè mentre mia madre sbuffa in bagno e le dice vabbè dai, ci andiamo in macchina pian pianino. Dice sempre pian pianino, mio padre, non è mai stato un tipo puntuale. A Bologna dovevano trovare un libro, un testo universitario. Mia madre si era riscritta all’università di Modena ma si vede che a Modena quel libro non l’aveva trovato. Mi ha ripetuto spesso che le ho dato io la forza di finire l’università, che quando è rimasta incinta ha deciso di riprendere gli studi e di laurearsi. Era incinta di sette mesi, io sarei dovuta nascere in ottobre, anche se poi son nata a metà novembre, in ritardo. Arrivati a Bologna erano in un bar del centro a fare colazione quando è iniziato un via vai di gente concitata, è scoppiata una caldaia alla stazione, diceva qualcuno entrando, è terribile, ci son dei morti, poi telefonavano e uscivano e intorno l’agitazione aumentava. Una caldaia in agosto? pensava mio padre e ha preso mia madre e son risaliti sulla macchina ma verso la stazione deviavano il traffico, non facevano avvicinare nessuno, accidenti, è qualcosa di grosso, pensavano spaventati. Allora hanno preso la via Emilia, e pian pianino siamo tornati tutti a casa.

E così, quel giorno là, quella che trentaquattro anni dopo sarebbe diventata la mamma di mio figlio aveva perso un treno. Per fortuna.

E poi, per finire, il 2 di agosto del 1998…

… avevo 19 anni, io e i miei amici ci eravamo appena diplomati e dovevamo passare quella meravigliosa estate di nulla totale che ci separava dall’università e dal lavoro a vita. Avevamo pensato di farci un interrail di ventidue giorni in Francia, Belgio e Olanda.
Avevo fatto di tutto perché il 2 di agosto fossimo a Parigi, e nessuno capiva il perché, ma appena eravamo scesi dal treno avevamo preso la metro ed eravamo arrivati sugli Champs-Élysées. Spuntati in superficie, mi ricordo che mi ero messo a correre, avevo tirato fuori dallo zaino una bandiera tricolore e mi ero diretto senza pensare verso le transenne, zampettando come un matto. Stava arrivando il Tour de France, e tra la lunga fila di corridori ce n’era uno con la maglia e il pizzetto gialli.
Non credo di aver pianto come quella volta davanti alla televisione mentre guardavo l’arrivo sull’Alpe d’Huez, nel 1995. Però era stata lo stesso una bella botta di gioia.
Non è che capiti a tutti di vedere un Dio dal vivo. Non avevo mai visto dal vivo né Maradona né Michael Jordan. Ma Pantani sì. Era lì, a qualche metro da me, bellissimo, lo potevo quasi toccare.

E queste sono tre ricorrenze del 2 di agosto che mi piace ricordare.
Lo faccio tutti gli anni, quando mi ricordo.

lunedì 25 luglio 2022

Wu Ming 1 e Santachiara (e Calvino, Pavone e Revelli)

E in un libro che si chiama Point Lenana, del 2013, Wu Ming 1 e Roberto Santachiara dicono che in quelle settimane di sbandamento, per dirla con il partigiano Kim in Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, bastava «un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si trovava dall’altra parte». E che «questo nulla», come aveva scritto lo storico Claudio Pavone, era «capace di generare un abisso». E che poteva trattarsi di «un incontro casuale con la persona giusta o con la persona sbagliata; e poteva ricollegarsi al modo in cui si erano vissute le giornate seguite al 25 luglio 1943», cioè alla caduta di Mussolini. E che in quei giorni Nuto Revelli era un tenente degli alpini appena tornato dalla Russia, ma era già un partigiano quando, il 12 ottobre 1943, scrisse sul suo diario: «Al 26 luglio si poteva anche scegliere sbagliato. Se mi picchiavano, se mi sputavano addosso, forse sarei passato dall’altra parte, con i fascisti, con le vittime del momento. Oggi sarei con le canaglie, con i barabba, con le spie dei tedeschi.»


(È una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo, il 25 di luglio. Ormai posto solo le cose che posto tutti gli anni.)

sabato 9 luglio 2022

:)

C’è una cosa che posto tutti gli anni, anche se non la posto mai lo stesso giorno dell’anno, per ovvi motivi, ed è questa qui:

<ferie width=“2.5 weeks”>

E poi quest’anno, con fare un po’ propiziatorio, volevo leggere una poesia di una grande poetessa del Novecento, accompagnato dal primo contrappunto dell’Arte della Fuga di Johann Sebastian Bach. Ecco:

Ci risentiamo tra un po’.
Ciao.

giovedì 7 luglio 2022

7 luglio

Nove anni fa, avevo appena 34 anni, ero con mio nonno, Corrado, fuori da un bar dove i miei genitori avevano organizzato un piccolo rinfresco per festeggiare la laurea in Scienze dell’Educazione di mia sorella, presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia; mentre eravamo lì, io e mio nonno Corrado, che parlavamo del più e del meno, a un certo punto lui si era fatto pensieroso e mi aveva detto: «Oh, Marco, questa è la piazza dove hanno ammazzato quei manifestanti.»
«Sì, nel 1960,» gli avevo subito risposto prendendo l’occasione al volo, che mi piaceva molto quando mio nonno cominciava a parlare delle sue cose passate, del PCI, delle manifestazioni, degli scioperi, eccetera, e dovevo anche aver provato a canticchiare il ritornello dei Morti di Reggio Emilia.
Lui aveva annuito e alzando un braccio aveva indicato un punto preciso della piazza.
«Io ero là,» mi aveva detto, «eravamo in fondo al corteo perché noi che venivamo dai paesi più lontani eravamo sempre gli ultimi. Non mi ricordo se ho sentito le schioppettate, ma mi ricordo che a un certo punto si son messi tutti a correre verso di noi, scappavano via.»
Delle volte coi nonni funziona così, quando invecchiano, si ricordano le cose solo quando c’è un oggetto o un posto che gli accende una lampadina in testa che magari era spenta da un bel po’, perché che fosse stato lì il giorno della strage, mio nonno, Corrado, non me l’aveva mica mai detto.
Allora mi ero messo a fare un rapido calcolo: lui era del ’25, era nato in dicembre, i morti di Reggio Emilia erano del 7 luglio del 1960; quindi quel giorno là doveva avere appena 34 anni.
E mentre deglutivo e mi veniva la pelle d’oca, anche se era un giorno abbastanza caldo, mio nonno, Corrado, era già rientrato nel bar, al rinfresco della laurea di mia sorella in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, nella sede di Reggio Emilia, per provare a mangiare un pasticcino o due in più, anche se gli avevano detto di limitarsi coi dolci per via del diabete, della pressione e tutto il resto.
Ma era fatto così, Corrado, era sempre stato un gran goloso.

sabato 2 luglio 2022

Majakóvskij

E in un poema che si intitola Uomo, del 1918, che si trova anche dentro a un libro che si chiama Poemidel 1963, Vladímir Vladímirovič Majakóvskij si domanda chi abbia ordinato ai giorni di luglieggiare.


(Ed è una cosa che posto tutti gli anni)

mercoledì 29 giugno 2022

Mia nonna faceva dei risotti buonissimi (un discorso)

[E questo è il testo del discorso che ho letto ieri a Novi di Modena, per l’Aia Folk Festival organizzato dal Coro delle Mondine di Novi di Modena. C’era Giancarlo Frigieri ad accompagnarmi con la chitarra e a suonare qualche pezzo (metto i link a Spotify qui sotto). Avremmo dovuto farlo all’aperto, ma minacciava pioggia e temporale, quindi ci hanno spostati nella sala da ballo del Circolo Arci Taverna, con le porte e le finestre aperte per non morire dal caldo. Avremmo dovuto farlo amplificato, ma quando il fonico è arrivato a chiederci cosa ci servisse gli abbiamo detto: non ci serve niente. Abbiamo fatto tutto davvero unplugged, sfruttando l’eco della sala, girando tra il pubblico, in mezzo alle sedie, con traiettorie casuali e pestando un piede ogni tanto, ma è stato davvero bello.
«Non avevo mai visto tanta gente piangere tutta insieme» mi ha scritto Gianca stamattina. Neanche io, devo ammettere. Buona lettura.]

***

Buonasera.
Si sente se parlo così?
Bene.
C’è caldo, eh? Portate pazienza.

Ecco, allora, ciao, io mi chiamo Marco Manicardi, sono il figlio di Iules e della Francesca e il nipote di Corrado e dell’Ada, e sono un novese, o meglio lo sono stato per i primi 26 anni della mia vita, dopo sono andato ad abitare a Carpi per questioni d’amore. Abito lì da 17 anni e sono 17 anni che la mia compagna mi dice che secondo lei mi ha tolto il selvatico.
Forse qualcuno di voi mi ha già sentito leggere, qui a Novi, e mi ha sentito leggere delle cose che parlavano a volte del terremoto, altre volte di Novi e dei novesi, di nonni e di bisnonni, di piccole lotte private contro il fascismo e di tante altre cose che, nel Novecento, sembravano normalissime. E anche oggi vi parlo più o meno di quelle cose lì, ma ve lo dico meglio dopo.

Prima vi presento il chitarrista che mi accompagna, si chiama Giancarlo Frigieri, viene da Sassuolo, per vivere spedisce piastrelle, ma nella vita è anche un grandissimo cantautore. Io e Gianca ci conosciamo da vent’anni, forse di più, e lui delle volte scrive delle canzoni che parlano anche di posti come questo. Adesso ve ne fa sentire una. (Ci sono due o tre parolacce, non gravissime, ma nell’arte le cose van chiamate col loro nome; lo dico per i bambini presenti, se ce ne sono. Il mio è lì, per esempio; comunque non è nulla, non preoccupatevi).

venerdì 24 giugno 2022

28 giugno: Mia nonna faceva dei risotti buonissimi

E martedì 28 giugno, verso le 21:00, al Parco della Resistenza di Novi di Modena, dentro l’Aia Folk Festival 2022, leggo una cosa che si intitola Mia nonna faceva dei risotti buonissimi, mentre Giancarlo Frigieri mi accompagna con la chitarra e suona qualche pezzo.
L’Aia Folk Festival è quella cosa molto bella organizzata nel mio natìo borgo selvaggio dal Coro delle Mondine di Novi di Modena. Anche mia nonna, quando era giovane, tutti gli anni la caricavano su un camioncino e la portavano in Piemonte. Il perché facesse dei risotti buonissimi lo spiego poi martedì, se ci riesco. Comunque ci provo.

mercoledì 22 giugno 2022

Roddenberry

E nell’ultimo paragrafo dell’epilogo di un libro che si chiama La fisica di Star Trek, del 1995, di Lawrence Maxwell Krauss, c’è una frase di Eugene Wesley Roddenberry Sr., meglio conosciuto come Gene Roddenberry, che dice così:

«La specie umana è un organismo notevole, con un grande potenziale, e io spero che Star Trek abbia aiutato a mostrarci che cosa possiamo diventare se crediamo in noi stessi e nelle nostre capacità»

Il mio tema che parlava del Novecento finiva con quella citazione lì, virgolettata e tutto, nel 1998, l’anno dell’ultimo esame di maturità in sessantesimi.
Era andato anche abbastanza bene, se non mi ricordo male.

giovedì 16 giugno 2022

Oh no, love, you’re not alone

Era una notte d’agosto, tornavo da Urbino con Grushenka, stavamo insieme da qualche mese e quella era la nostra prima vacanza: eravamo andati al festival Frequenze Disturbate a vedere i Dinosaur Jr, Julian Cope, gli Echo & The Bunnymen, gli Yo La Tengo e degli altri. Erano stati tre giorni molto belli, noi avevamo il fuoco delle cose nuove che ci bruciava dentro e quella notte là, saranno state le due o le tre, sfrecciavamo su un’autostrada vuota verso quella che da un mese circa era casa nostra con la mia vecchia Ford Fiesta, che chiamavamo Ronzinante e che aveva ancora la radio con le cassette. Le cassette si sentivano quasi tutte male, consumate dagli ascolti e dalle intemperie, ma ce n’era una che ero sicuro avrebbe suonato a dovere, così l’avevo pescata dalla tasca dello sportello alla mia sinistra e l’avevo infilata nel mangianastri. Avevamo cantato tutto il disco che c’era registrato sopra, e quando era arrivata l’ultima canzone l’avevamo urlata, insieme, con tutto il fiato che avevamo. Eravamo una cometa che schizzava sull’asfalto, a metà strada tra le Marche e l’Emilia, e sulle note finali, quando mi ero messo a fare il coro canticchiando “wonderful“, Grushenka aveva cominciato a ridere fortissimo e mi aveva detto uno dei suoi primi «ti amo» mentre la cassetta scattava sul lato A per ricominciare.
Dev’essere uno dei modi in cui nasce una “nostra canzone”, perché da quel giorno l’ultima canzone di quel disco lì lo era diventata per noi.

Era il 2005 e The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars aveva trentatré anni. Oggi ne compie 50 e Rock’n’roll Suicide è ancora la nostra canzone.
Pensa te.

martedì 14 giugno 2022

Invecchiare (7)

E l’altro giorno eravamo in un bagno affollatissimo della riviera romagnola, eravamo in tredici, stavamo festeggiando un nostro amico che tra un po’ si sposa. Ma comunque, eravamo in questo bagno molto affollato con la musica molto alta e avevamo bevuto non molto, moltissimo, e stavamo bevendo ancora, coi piedi nella sabbia e le facce ebeti e fuori posto, quando un gruppetto di ragazzi che stava festeggiando un diciottesimo compleanno si era avvicinato a noi e abbiamo scambiato qualche parola. Ce n’era uno, tra questi ragazzi, vestito un po’ da fighetto con la camicia aperta sul petto senza neanche un pelo, i capelli scolpiti e con la faccia placida e pulita, che è venuto vicino a me e al mio amico Paltro a chiederci cosa stessimo facendo.
«È un addio al celibato,» gli abbiamo spiegato.
«E quello che si sposa è quello lì vestito da cretino?» Ci ha chiesto.
«Sì,» gli abbiamo risposto.
E abbiamo chiacchierato quattro o cinque minuti con lui. Ci ha chiesto quanti anni avevamo, gli abbiamo detto che siamo sui quaranta.
«Potreste essere i miei genitori,» ci ha detto.
«Sì,» gli abbiamo risposto con la testa bassa.
Poi ci ha chiesto delle altre cose: se avevamo bevuto, quanto, cosa; come passavamo le serate a quarant’anni, se avevamo mogli e figli, e così via. E si vedeva, giurerei, che non ci stava prendendo per il culo, non stava deridendo dei vecchi fuori luogo, ma era davvero interessato a queste strane forme di vita un po’ euforiche che aveva di fronte. Non sono sicuro che stesse osservando come sarebbe potuto diventare, ma comunque era curioso e gentile. Era bello parlare con lui. Faceva stare bene.
E «mi raccomando, non ascoltare quello che ti dicono quelli della nostra età, non seguire i nostri consigli e fai di testa tua, sempre.» Gli ho detto alla fine. Ero sincero.
Lui ci è un po’ rimasto. Poi il mio amico Paltro gli ha circondato le spalle col suo braccione tatuato, e con la faccia seria e un po’ commossa gli ha detto: «Segui sempre i tuoi sogni.»
E ci siamo salutati. Lui è tornato a festeggiare con i suoi amici neo diciottenni, noi vecchi ci siamo incamminati verso un altro bagno, forse il terzo o il quarto. Ci siamo fermati a pisciare nella pineta, abbiamo sbraitato qualcosa di cretino al futuro sposo, e una volta ci siamo guardati negli occhi, io e Paltro, e abbiamo annuito. Ci eravamo capiti. Eravamo contenti.
E abbiamo ricominciato a bere.

lunedì 6 giugno 2022

Trentacinque anni fa

Era il 7 giugno del 1987, avevo otto anni e dormivo dai nonni insieme a mio papà. Erano le quattro o le cinque del mattino, mi ero svegliato perché c’era del trambusto che veniva dal piano di sotto. Ero sceso dal letto, mi ero infilato le ciabattine e affacciandomi alle scale avevo visto mio papà che era già vestito per uscire, stava prendendo le chiavi della macchina.
«Papà, posso venire anch’io?» Gli avevo chiesto.
«No,» aveva risposto mio papà, «devi andare a scuola, torna a letto.»
Qualche ora dopo ero in classe, in seconda elementare, erano gli ultimi giorni poi sarebbero iniziate le vacanze. Avevo aspettato che la maestra finisse di fare l’appello, poi avevo alzato la mano.
«Marco, cosa c’è?» Aveva chiesto la maestra.
«Devo dire una cosa,» Avevo risposto.
«Va bene, dilla pure.»
«Stanotte è nata mia sorella.»
E tutta la classe, mi ricordo, si era messa ad applaudire.

Dopo, al pomeriggio, mio papà era tornato a casa, aveva mangiato qualcosa, mi aveva caricato in macchina e mi aveva portato all’ospedale di Carpi. C’era da attraversare un corridoio che mi ricordo molto lungo, poi si entrava in una stanza divisa a metà da un vetro. Dall’altra parte del vetro c’erano due o tre incubatrici con dentro dei bambini molto ma molto piccoli. Io arrivavo a vederli solo in punta di piedi, e mentre ero lì che guardavo senza saper bene come stare e che cosa fare, mio papà con un dito mi aveva indicato una delle incubatrici.
«È quella lì.»

Allora non avevo ben capito il perché fossero tutti così in ansia, invece adesso, che sono papà anch’io, quando ci ripenso mi viene un po’ il magone. Mia sorella era un cosino piccolino, tutto scuro, quasi violaceo, rannicchiato a occhi chiusi dentro una teca di vetro. Era nata prima del previsto, un po’ troppo per poter essere fuori pericolo, e per qualche settimana andavamo là tutte le sere per vedere se tutto procedeva come doveva procedere. In parole povere, andavamo a vedere se era ancora viva.

E adesso mia sorella compie trentacinque anni.
Io ne ho quarantatré e pian piano va a finire che diventiamo coetanei.
Ci penso e mi viene solo da dire una cosa banale, ma che comunque è abbastanza vera: «vacca d’un cane, come passa il tempo.»

Auguri, sorellina.
Avanti così.

mercoledì 25 maggio 2022

Don’t Panic

[Oggi è il #towelday e quella che segue è una cosa che posto tutti gli anni, il 25 di maggio, quando mi ricordo.]

Volete sapere qual è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto? Adesso ve la dico.
C’è una foto che mi vede esultante, sedicenne e pischello, in braghette da ciclista, maglietta attillata della Ciclistica Novese Confezioni Carsil, caschetto aerodinamico ben allacciato e occhiali Briko con le lenti “a mosca” come andavano di moda in quegli anni là, gli anni novanta. Quando la faccio vedere in giro, di solito, dico sempre: «Ecco, qui ero sullo Stelvio».
Non è mica vero: dovevamo ancora salire.
Eravamo io e mio padre con le bici, e mio nonno col furgone che ci seguiva. E poi, sì, c’era lo Stelvio, da fare. Lo Stelvio, che non finiva mai.
E quindi, dopo aver scattato quella foto, avevamo preso le bici, io e mio padre, e mio nonno era salito sul furgone ed eravamo partiti. Il racconto che segue, che metto tutto al presente per rendere meglio l’idea e la fatica, se ci riesco, inizia al decimo tornante; prima avevamo fatto qualche chilometro di pianura per scaldarci un po’ e nove tornanti erano già andati via abbastanza lisci. Ma tutto crolla improvvisamente quando…

***

… al decimo tornante sono già da solo, mio padre si è staccato e alla fine me lo vedrò arrivare dietro, sul furgone. Al ventesimo tornante gli alberi cominciano a diventare sempreverdi. Al venticinquesimo, quando tiro il manubrio con le mani per farmi forza, la ruota davanti si stacca dall’asfalto, la pendenza è al dieci percento. La maglietta è bagnata, ho finito la prima borraccia con l’acqua e ho mangiato tutte le barrette di cioccolata che avevo messo nei taschini della maglia prima di partire. E un po’ bestemmio, ma solo un po’. Diobonino.

Al trentesimo tornante mi raggiunge un tedesco sui vent’anni, mi vede in difficoltà e prova a spingermi con la mano sul culo, è abbastanza fresco e pimpante e vuol fare conversazione con me, ma tanto io il tedesco non lo so, e so poco anche l’inglese, e poi sono troppo occupato a prendere fiato per parlare. Lui mi regala una barretta, tipo un muesli o una cosa così, e io ci provo, a masticarlo, ma non ho più una goccia di saliva per mandare giù del riso soffiato e colloso, e allora lo sputo. Il tedesco sembra rimanerci male, allora si alza sui pedali e mi stacca senza salutare.

Al trentacinquesimo tornante gli alberi non ci sono più, c’è dell’erbetta sparuta, qualche marmotta, credo, un silenzio che snerva, interrotto dal mio fiatone, inspirare, espirare. Incrocio alcune macchine che scendono dalla cima e sento delle zaffate di plastica bruciata: è l’odore dei loro freni a disco che si sciolgono. Non c’è neanche più il tempo per ritagliarsi una bestemmia tra un respiro e l’altro, e intanto la testa mi si piega di lato, un orecchio s’intoppa, cerco un rapporto più corto e più agile, ma la catena è già sull’ultimo, 39×23, se non mi ricordo male, che è il rapporto più leggero d’ordinanza per la mia categoria, non l’avevo cambiato prima di partire ed è una roba da matti, una roba impossibile.

Quando sali lo Stelvio non puoi permetterti di smettere di pedalare, devi salire e basta, e io sono delle ore che spingo, pedalata dopo pedalata, pedalata e colpo di tosse, pedalata, pedalata e pedalata; il sudore arriva sugli occhi e brucia, pedalata, pedalata, pedalata, bevo un sorso d’acqua della seconda borraccia e al quarantesimo tornante non c’è neanche più l’erbetta ai bordi della strada, i tornanti che rimangono ce li ho tutti lì davanti agli occhi e mi sento male. Sono lì, da solo, non penso più a niente, e mi sento male.

Finisce anche la seconda borraccia, tocca andar su senz’acqua. Al quarantacinquesimo tornante ne mancano solo tre, abbozzo un sorriso, sto andando agli otto, nove chilometri l’ora, forse anche sette, da ore, da sempre. Adesso provo ad accompagnare ogni pedalata con un dondolìo della schiena, con una postura è scompostissima, ma la testa guarda avanti, alla cima. Diobono, dài. Dài che ci siamo.

È al quarantasettesimo tornante che sento delle voci che chiacchierano amabilmente alle mie spalle, ed è al quarantottesimo tornante, l’ultimo, che quelle voci mi sorpassano allegre: sono Bartoli e un suo compagno di squadra che si allenano. Sembra che stiano facendo il cavalcavia di Rolo sulla Modena-Brennero e non mi guardano neanche. Li mando a cagare col poco pensiero che mi rimane, tanto sono arrivato, non scendo neanche dalla bici e mi appoggio con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio. E sto fermo lì.

Sto fermo lì per dieci minuti, senza dir niente, senza pensare a niente, guardo solo un po’ la neve del ghiacciaio, senza pensieri, solo il fiatone che piano piano rallenta. E intanto sento Bartoli che dice al suo amico: «Adesso andiamo giù dall’altra parte e torniamo su, ti va? Dopo pranziamo». In quel momento preciso, lì, attaccato con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio, con i piedi ancora agganciati ai pedali, con la testa piegata e la maglia bagnata fradicia, mentre arriva il furgone guidato da mio nonno con mio padre seduto di fianco, chiudo gli occhi e mi vedo da fuori, in terza persona. Ed è lì che capisco che forse, quel ragazzo lì di sedici anni stremato sulla bici e attaccato con una mano al palo del cartello con su scritto Passo dello Stelvio, forse, non è detto, ma secondo me lui, nella vita, dovrebbe cominciare a fare delle altre cose.

Ma vi avevo promesso la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto.
Adesso ve la dico: è 48.

venerdì 20 maggio 2022

Una collezione

Avevo questa libreria molto bella e molto lunga, in salotto, dove abitavo prima, e sopra era piena di bottiglie vuote. Erano bottiglie vuote che avevo bevuto e ognuna era stata bevuta in un’occasione particolare, oppure l’occasione non era particolare ma il vino era buonissimo e avevo tenuto la bottiglia. C’era per esempio un Sassicaia che avevo comprato insieme a quattro miei amici e ci eravamo trovati una sera per stapparlo e berlo pian pianino, cercando di sentire anche la più piccola particella di profumo; c’era il Lupicaia da un centinaio di euro che avevo offerto ai miei compagni di università la sera della mia laurea, in un’enoteca di Modena dove ero ancora vestito bene, con la cravatta e le scarpe lucide e mi sembrava di non appoggiare mai i piedi per terra; c’era l’Amarone che avevo bevuto il giorno dopo la mia laurea, con mio papà, solo noi due in cucina, con la porta chiusa e senza quasi dirci niente ma sorridendo e guardandoci come a dire continuamente “ma pensa te”; c’era un Morellino di Scansano molto costoso che avevamo comprato io e Grushenka l’ultima volta che eravamo stati alla Fondazione Bianciardi a Grosseto per fare delle ricerche per la sua, di lauree; c’erano un Rosso Stalin e un Rossissimo Lenin che avevo bevuto insieme a mio suocero una delle prime volte che bevevamo insieme; e così via, una bella storia per ogni bottiglia. Ce n’erano ormai un bel po’, tipo tre file di bottiglie vuote in cima a quattro o cinque metri di libreria, tutte lavate per bene dopo l’uso e chiuse con un po’ di carta assorbente o uno stoppino per non farci andar dentro la polvere o i ragni. Ero molto contento della mia collezione.

Poi dieci anni fa, erano le quattro del mattino, ero stato svegliato più che da una vibrazione, dal fracasso di un quintale di vetro che colpisce il pavimento, e voltandomi verso il corridoio, che la porta era aperta e dieci o quindici metri più in là stava il salotto con la libreria, vedevo dei cocci neri, verdi e viola saltare e strisciare sul pavimento, arrivavano in volata fin sotto il mio letto.
Avevo preso il cane e la gatta e li avevo tirati su con me perché non si facessero del male. Avevo aspettato che finissero il baccano e la tremarella. Poi mi ero alzato e avevo forse bestemmiato ad alta voce, ma mica per cattiveria o il dispiacere, era più una specie di stupore.
E così, dalle quattro e qualcosa del mattino di dieci anni fa, anche se le bottiglie che bevo sono buonissime e dietro hanno una storia bella e complicata, da ricordare, beh, fa lo stesso, quando son finite le vado a buttare nel bidone del vetro. Va bene anche così.

giovedì 12 maggio 2022

#èperlavoro

E oggi, cioè ormai ieri, dopo circa due anni e mezzo che stavo con i piedi per terra ho ripreso un aereo, e come tutte le volte che prendo un aereo, se lo trovo nella retina di fronte al seggiolino, all’uscita mi sono infilato nello zaino il sacchetto per il vomito da aggiungere alla mia collezione di sacchetti per il vomito. Solo che poi, mentre scendevo, mi ero chiesto dove fosse finita la mia collezione di sacchetti per il vomito e mi sono risposto che non me lo ricordo più. E un po’ mi è dispiaciuto.

***

Comunque, mentre ero ancora all’Aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna, nell’area degli imbarchi avevo incrociato almeno centocinquanta o duecento carabinierə, maschi e femmine, che affollavano tutti i bar e facevano molto baccano, tuttə in alta uniforme, e a un certo punto ho visto che si mettevano in fila, ordinatissimə, davanti al gate di fianco al mio. Allora sono andato a leggere la destinazione: andavano a Lourdes.

***

E poi, appena atterrato in Spagna, mi sono ricordato che nei mesi scorsi avevo letto su internet che gli spagnoli avevano tolto tutte le restrizioni e le mascherine e c’era un sacco di gente che li indicava come degli esempi di libertà da seguire e imitare. Allora ho provato a farci caso, in aeroporto, in treno, al ristorante: avevano tutti la mascherina.

Poi sul treno per Valladolid c’era una voce registrata che diceva, se ho capito bene, se per favore tutti potevamo tenere la mascherina per tutta la durata del viaggio, e che se non l’avessimo avuta ce ne avrebbero data una loro, gratis, e che si scusavano per il disagio, in spagnolo più o meno “lamentamos por la molestia”, che è un po’ come chiederlo col cuore in mano. Difficile disobbedire.

***

E alla fine, uno dei clienti spagnoli mi ha chiesto se hablavo español, e io per fare lo splendido gli ho detto che lo capisco, ma lo parlo solo dopo la terza cerveza, allora lui ha ordinato tre birre e me le ha fatte mettere tutte e tre davanti al naso dalla cameriera. Dopo hablavo un po’ di español.

***

E era un bel po’ che non mi succedevano così tante cose in un giorno solo.
Buonanotte.

venerdì 6 maggio 2022

Tutti gli anni

E anche quest’anno, come tutti gli anni, avevamo appeso la nostra bella bandierina di carta del 25 aprile sul balcone. L’avevamo comprata lasciando un’offerta per l’ANPI, come tutti gli anni, e l’avevamo appesa al balcone, rivolta verso l’esterno, intorno al 22 di aprile, che è la ricorrenza della Liberazione di Carpi, come tutti gli anni. E come tutti gli anni, pensando sempre di toglierla il 2 di maggio, cioè alla fine delle festività per come le intendiamo noi, l’avevamo invece lasciata lì. Tutti gli anni succede così, che la vogliamo togliere il 2 di maggio ma poi ci dimentichiamo e rimane attaccata, la togliamo dopo un po’, delle volte a metà maggio, delle volte alla fine del mese, qualche volta è successo che rimanesse sul balcone fino a giugno.
E anche quest’anno, come tutti gli anni, stamattina, che è il 6 di maggio, era ancora lì. Solo che oggi piove tanto e c’è un vento forte, e prima, mentre andavo a preparare il pranzo, ho dato un’occhiata al balcone e ho visto che c’era qualcosa che svolazzava, un lembo di carta buttato qua e là dal vento in maniera scomposta. E non c’era più la bandierina di carta del 25 aprile, era stata strappata via. Non che dia un peso eccezionale o un significato sovrannaturale alla cosa, perché sono un po’ ateo su quasi tutto. Però non era mai successo, gli altri anni.

giovedì 5 maggio 2022

Nori (e Lacan)

E in un libro che si chiama Manuale pratico di giornalismo disinformatodel 2015, Paolo Nori dice che Jacques Lacan era uno che aveva modificato la psicanalisi, o la psicologia, nel senso che il matto, dopo il lavoro di Lacan, non era più quello che si metteva lo scolapasta in testa ed era convinto di essere Napoleone, il matto era Napoleone che era convinto di essere Napoleone.


(Che è una cosa che posto tutti gli anni, il 5 maggio, quando mi ricordo)

lunedì 2 maggio 2022

O me o te

[Quello che segue è il copincolla di un pezzettino che ho letto sabato sera durante il concerto dei DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) all’ATP di Migliarina; l’avevo scritto la prima volta tanti anni fa (tipo dodici!), ma l’altro giorno l’ho ricicciato un po’ per farlo con la band. Non so se sia bello leggerlo così com’è scritto qui sotto, che io subito dopo aver pubblicato una cosa mi vergogno sempre come un cane di come è scritta, figuriamoci con un pezzo di così tanti anni fa. Però l’altra sera, dal vivo, con la batteria, il basso e due chitarre a fare dei bei saliscendi, oh, secondo me è venuto molto bene. Quindi non lo rifaremo mai più.]

***

Mio nonno, Corrado, quando andavo a una manifestazione, da quelle della scuola contro la Jervolino a quelle della FIOM per il rinnovo del contratto, tutte le volte mi raccontava le stesse due o tre storie. Una è la storia di quando era andato a piedi a Modena per il funerale di alcuni compagni uccisi davanti alle Fonderie, il 9 gennaio del 1950; un’altra era quella di quando era in piazza a Reggio Emilia e aveva sentito degli spari e aveva visto la gente scappare, il 7 luglio del 1960, magari prima o poi racconto anche queste storie. Quella che invece racconto adesso, visto che domani è il Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori, è la storia di una sbarra di ferro.

Mio nonno, Corrado, nel primo dopoguerra e poi negli anni 50, non aveva più una gran voglia di fare il contadino. C’era l’Italia da ricostruire e da rimettere in piedi e lui, che era un gran lavoratore, prestava le braccia in giro, dove serviva, come per la bonifica del canale, per esempio. Mi raccontava che, mentre bonificavano, ogni tanto c’erano degli scioperi, e quando arrivavano i celerini, loro si mettevano con le pale e i forconi puntati in avanti: la prima fila in ginocchio, la seconda in piedi, le altre file dietro pronte a sostituire i caduti. Non gliel’aveva insegnato nessuno, a fare così, e visto che erano in gran parte semianalfabeti non lo sapevano mica che erano disposti come i macedoni di Alessandro Magno.
Chissà, forse la tattica militare e la lotta ce le abbiamo tutti in un angolo del cervello, un angolo che pulsa e si risveglia in caso di bisogno. Come usare una spada o qualsiasi altra cosa contundente per colpire. Lo sai fare, quando è ora, non te lo insegna nessuno.

E così, mio nonno, Corrado, dieci anni dopo, negli anni 60, era già un operaio della cooperativa dei muratori che avevano fondato per rifare l’Italia. E adesso che l’Italia era rifatta, c’era da modernizzarla. Loro, gli operai, pensa te che ingenui, l’Italia la volevano moderna ma senza compromessi. E allora scioperavano, continuamente, scioperavano in tutta l’Italia e anche a Novi di Modena, alla cooperativa dei muratori di mio nonno. Scioperavano e scioperavano, e manifestavano, urlavano slogan, si tenevano a braccetto per proteggere i rappresentanti sindacali, nei cortei, lungo la piazza del paese.

Poi arrivava la celere, con le camionette, gli elmetti, le armature, i manganelli, le pistole e tutto il resto.

E loro via, di corsa, sparpagliati per il paesello, una gran foga, un parapiglia, ognuno col suo celerino dietro al culo, il manganello e la pistola puntati alla schiena. Loro, i manifestanti, erano a mani vuote, perché ci credevano ancora che le cose le si potesse cambiare solo alzando la voce. E invece niente, tu alzavi la voce e subito arrivava il celerino con l’elmetto, l’armatura, il manganello e la pistola, e tu via, di corsa. Sempre così.

Anche mio nonno, Corrado, correva anche lui.
Anche lui col suo celerino dietro al culo.

Mio nonno mi raccontava che, mentre correva come un matto, per la paura aveva visto il cortile di una ferramenta e ci si era infilato dentro, e il celerino dietro, ma un po’ distante, perché mio nonno correva veloce ed era il figlio di Archimede, l’uomo più forte del paese.
Poi era arrivato anche il celerino, lì, dentro il cortile della ferramenta. Era entrato per il cancello e si era fermato di colpo, sudava. Davanti a lui c’era mio nonno, Corrado, che si era fermato con le gambe divaricate e ben piantate, e una sbarra di ferro in mano che sarà stata lunga un metro e mezzo, una di quelle sbarre di ferro piene, di quelle che fan male.

O me o te, aveva detto mio nonno, Corrado, al celerino.
O me o te.
Impugnava la sbarra di ferro come una mazza, come una spada.

Deve essersela vista brutta, il celerino. Tirare fuori la pistola e sparare non poteva, o meglio, non se la sentiva, così, da solo, sai te i casini, dopo. Aveva solo il manganello e l’elmetto e l’armatura.
Mio nonno, Corrado, invece, aveva la camicia aperta, sudata, il torso nudo, coi pettorali ereditati da suo padre che pulsavano, le gambe larghe e ben piantate e in mano la sbarra di ferro, come una mazza, come una spada, per far male.

O me o te, diceva.
O me o te.

Era poi scappato via, alla fine, il celerino. Mio nonno, Corrado, aveva tirato fiato, aveva messo giù la sbarra di ferro e si era incamminato verso casa.
Mentre camminava, con la testa bassa e il fiatone per la gran paura, pensava che non lo sapeva mica se avesse avuto il coraggio di spaccargliela, la testa, al celerino. Però, mi raccontava, gli era venuto automatico comportarsi così.
Chissà, forse la tattica militare e la lotta ce le abbiamo tutti in un angolo del cervello, un angolo che pulsa e si risveglia in caso di bisogno. Come usare una sbarra di ferro o qualsiasi altra cosa contundente per colpire. Lo sai fare, quando è ora, non te lo insegna nessuno.

domenica 1 maggio 2022

Hobsbawm

E in un saggio intitolato Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, del 1990, dentro a un libro che si chiama Gente non comunedel 1998 o del 2000, Eric John Ernest Hobsbawm dice che i socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l’espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e che simili analogie diventarono correnti in campo internazionale dalla seconda metà degli anni Novanta. E dice che è facile capirne il motivo. E che la somiglianza del nuovo movimento socialista con un movimento religioso e perfino, nei primi anni eroici della Festa del lavoro, con un movimento di rinascita religiosa a tinte messianiche, era evidente. E per certi versi, uguale era la somiglianza dei leader, attivisti e propagandisti di quel movimento con una gerarchia ecclesiastica, o almeno con un ordine missionario. E poi dice anche di possedere uno straordinario volantino del 1898 proveniente da Charleroi, in Belgio, riproducente quella che può essere definita una predica da Primo maggio; nessun’altra etichetta sarebbe adeguata. Fu stilato dai, o a nome dei, dieci deputati e senatori del Parti Ouvrier Belge – atei dal primo all’ultimo, senza dubbio – sotto il duplice motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi (Karl Marx)» e «amatevi gli uni con gli altri (Gesù)». Qualche citazione dà un’idea del contenuto:

È questo il tempo primaverile e festivo in cui la perpetua evoluzione della natura rifulge in tutta la sua gloria. Come la natura, riempitevi di speranza e preparatevi a una Nuova Vita.

Dopo qualche riga di raccomandazioni morali («Abbiate rispetto di voi stessi: guardatevi dalle bevande che ubriacano e dalle passioni degradanti», e così via) e buoni propositi socialisti, la predica si concludeva con un brano di sapore millenaristico:

Presto le frontiere si dissolveranno! Presto finirà il tempo di guerre ed eserciti! Ogni volta che praticherete le virtù socialiste della Solidarietà e dell’Amore, farete sì che questo futuro sia più vicino. E allora, nella pace e nella gioia, verrà un mondo in cui il socialismo trionferà, una volta compreso il dovere sociale di tutti di favorire il pieno sviluppo personale di ciascuno.

E poi, alla fine, Eric John Ernest Hobsbawm dice che, diversamente da altre ricorrenze, comprese molte manifestazioni più o meno ritualizzate del movimento operaio tenutesi in precedenza, il Primo maggio non commemorava niente, almeno al di fuori dell’influsso anarchico che mirava a collegarlo all’episodio degli anarchici di Chicago del 1886. Non verteva su niente fuorché sul futuro, che, al contrario di un passato che niente aveva avuto in serbo per il proletariato se non tristi esperienze («Du passé faisons table rase» cantava non per caso l’Internazionale), prometteva l’emancipazione. Inoltre «il movimento» non offriva, come invece la religione, ricompense dopo la morte, ma una Nuova Gerusalemme su questa Terra.


(È una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo. Buon Primo maggio)

giovedì 28 aprile 2022

30 aprile: DUEPONTI all'ATP

E sabato 30 aprile, cioè dopodomani, coi DUEPONTI (in maiuscolo, tutto attaccato) suoniamo ancora all’ATP Live Music Club di Migliarina, frazione di Carpi, in provincia di Modena, quel posto altrimenti conosciuto come Zazzabar. Suoniamo insieme a GIVE VENT (in maiuscolo, però staccato), che fa dell’heavy folk punk emozionale molto bello. E se venite anche a cena, mi han detto che la pizza è buonissima.

Dovrebbe essere l’ultima volta che si suona col Green Pass, abbiamo un paio di pezzi “nuovi”, e ci trema un l’orlo delle mutande.

Qui c’è l’evento su fb con tutte le informazioni.
E questo è il volantino:

lunedì 25 aprile 2022

Ci vuole del coraggio

Mio nonno, Corrado, eran già dei mesi che stava in prigione, ma ultimamente se la passava meglio. Meglio di qualche mese prima, quando c’era quell’aguzzino fascista a comandare la galera, un tipo sadico e cattivo che ammazzava i prigionieri a suon di botte, uno al giorno, tutti i giorni.

Mio nonno, Corrado, quando è arrivato in prigione, l’han chiamato subito nel piazzale insieme con tutti gli altri carcerati. Li hanno messi in fila, e uno sì e uno no venivano marchiati con una spennellata di vernice nera sul petto. Poi il capo fascista ha detto Quelli senza spennellata facciano un passo avanti. Ma mio nonno, che la spennellata ce l’aveva, è rimasto fermo lì dov’era. Quelli senza spennellata, invece, li han messi contro a un muro e li hanno fucilati, così, al volo, per dimezzare i letti occupati in galera in un colpo solo. Con voialtri, aveva detto poi il fascista, con voialtri cominciamo da domani, uno alla volta. E così han fatto, dal giorno dopo. Ogni giorno ne moriva uno di botte. Mio nonno racconta che ha visto i suoi due compagni di cella morire, prima uno poi l’altro, massacrati dalla testa ai piedi, e il terzo giorno toccava a lui.

Il terzo giorno, la mattina presto, nella cella di Corrado, mio nonno, che aveva diciotto o diciannove anni, è arrivato il prete e gli ha dato l’estrema unzione. Poi sono arrivati tre fascisti e han cominciato a picchiarlo. Pim pum pam, in faccia, pim pum pam, nelle gambe, pim pum pam, nella pancia, pim pum pam, sulle braccia, pim pum pam, calci nei reni, pim pum pam, pim pum pam. Mio nonno dice che era lì che si lasciava picchiare, e a un certo punto non sentiva più niente, sperava solo di morire alla svelta. E invece.

E invece non è mica morto, perché proprio in quel momento lì, mentre lo stavano ammazzando, pensa che culo, sono arrivati i partigiani ad attaccare la prigione e i fascisti son corsi fuori coi fucili spianati lasciando mio nonno sanguinante e svenuto sul pavimento.

Tre giorni dopo, quando si è svegliato, era in ospedale. L’attacco dei partigiani era stato respinto, ma qualcosa doveva essere successo, perché adesso, così gli dicevano, adesso il capo fascista era un altro, uno che, dicevano, ma lo dicevano sottovoce, era amico dei partigiani e trattava bene i prigionieri, anche se era comunque un fascista. Mio nonno, Corrado, lì per lì, ha pensato Grazie al cielo anche se era ateo, ed è stato un mese sul letto dell’ospedale, aspettando che le croste nella pancia si cicatrizzassero e i lividi in testa sparissero, e si faceva le sigarette con la carta di giornale, svuotando dei mozziconi trovati per terra che gli portavano le infermiere. Da quella volta dice che non ha mai smesso di fumare perché tanto, per lui, dai diciannove in poi eran tutti anni regalati.

E quindi un mese dopo, uscito dall’ospedale, mio nonno, Corrado, è tornato in prigione, nella cella di prima, quella dove il prete gli aveva dato l’estrema unzione. Solo che era diverso, stavolta, invece di un crostino di pane e una ciotola d’acqua sporca al giorno, il capo fascista gli faceva portare un crostino di pane e mezzo e dell’acqua pulita. E poi la sera, dopo che erano diventati un po’ confidenti, gli chiedeva se non aveva voglia di accompagnarlo fuori a cena, là, nel bordello, nella casa di piacere, e di riportarlo a casa e tornarsene in cella, perché il capo fascista, di lui, di Corrado, si fidava.

E così mio nonno, senza neanche capire il perché, quasi tutte le sere usciva dalla cella, andava in una casa di piacere col capo fascista della prigione, si sedeva su una seggiola e aspettava che il suo carceriere finisse quello che doveva fare. Poi, quando aveva finito, lo riportava a letto, sorreggendolo fino alla prigione perché veniva sempre fuori ubriaco, e dopo, messo a letto il suo carceriere, mio nonno tornava nella sua cella a dormire, chiudendosi la porta dietro le spalle. Stava lì ad aspettare chissà cosa, ma era appena guarito e non sapeva cosa fare, così, nell’immediato, e quindi tornava nella sua cella, ché aveva anche una gran voglia di riposarsi, dopo tutte quelle botte.

Questa cosa qui, quella di mio nonno che tutte le sere portava il fascista a puttane e lo riportava a letto, è durata quasi un mese.

Poi una sera, mentre mio nonno, Corrado, era lì seduto sulla solita sedia con le mani sulle ginocchia a guardarsi intorno nella casa di piacere, ad aspettare che il suo carceriere finisse quello che doveva fare, sono arrivate tre donnine mezze nude, tre puttane, e han cominciato a parlare con lui. Lui, mio nonno, che era timidissimo, almeno con le donne, non sapeva cosa dire. Però notava che i discorsi delle tre donnine si stavano spostando dalle moine sempre più verso il politico.

Sai Corrado, gli han detto a un certo punto, sai che quello che c’era prima a capo della prigione, quello che ammazzava di botte voi prigionieri, ne ha ammazzati venti, in quel modo lì? Eh, lo so bene, rispondeva mio nonno, anche con me c’era quasi riuscito. Sai Corrado, continuavano le tre donnine, sai che adesso sappiamo il nome e il cognome e se vuoi te lo diciamo così puoi vendicarti? Oh, non lo so mica io, rispondeva ancora mio nonno, non capisco e diciamo che non voglio capire. Dai Corrado, han detto quelle facendosi serissime tutto d’un colpo, Corrado, domani sera, tu, quando porti qui quel puttaniere fascista, vieni con noi che andiamo a fare una cosa. Ma non lo so, ha detto mio nonno allarmato, non lo posso mica fare di andare dove mi pare, sono in galera. Sì che puoi, Corrado, gli hanno risposto le donnine, ci pensiamo noi, te non preoccuparti.

Quella notte lì, mio nonno, dopo aver messo a letto il fascista ubriaco come al solito ed essere tornato in cella come al solito, dice che non riusciva a prendere sonno.

La sera dopo, infatti, ha riaccompagnato il suo carceriere nella casa di piacere. Lui, il fascista, gli ha detto Aspettami qui, ed è andato a fare le sue cose. Intanto mio nonno si è seduto sulla seggiola ad aspettare, ma non era mica tranquillo, gli tremavano un po’ le gambe. E poi sono arrivate le tre donnine, le tre puttane della sera prima, l’hanno abbracciato e gli han detto Corrado, vieni con noi, usciamo qui di dietro. E sono usciti, tutti e quattro. Lì dietro c’era un camion di quelli dell’esercito, solo che dentro non c’erano i fascisti, ma dei partigiani vestiti da fascisti. Appena hanno visto mio nonno, in silenzio, gli han dato una divisa fascista e l’han caricato sul camion. Salta su, gli han detto.

Mio nonno è saltato su, e dentro c’era proprio quel sadico del suo aguzzino di una volta, quello che voleva ammazzarlo di botte, legato dalla testa ai piedi e con qualche livido sulla faccia, gli avevano tappato la bocca. Mio nonno, Corrado, dice che ci è rimasto di pietra.

Poi il camion è partito. Nel tragitto erano tutti agitati, ma non è successo niente. Passa il primo posto di blocco e niente, tutto a posto, i documenti erano in regola. Passa il secondo posto di blocco, e tutto a posto anche lì, tutto in regola. Finché, arrivati in mezzo ai campi, i partigiani han preso il fascista, l’hanno slegato e gli hanno dato una pala.

Scava, gli hanno gridato. E lui, il fascista, s’è messo a scavare. E intanto piangeva.

Finito il buco, l’hanno messo in ginocchio. Corrado, han detto i partigiani a mio nonno mettendogli in mano una pistola, Corrado, adesso pensaci tu, vendicati.

Mio nonno racconta che ha preso in mano la pistola, l’ha guardata, è rimasto lì cinque minuti in silenzio e il cuore gli stava venendo fuori dalla bocca. Ha fatto un respiro e ha guardato il fascista in ginocchio che piangeva e tirava su col naso. Non sapeva cosa fare.

No, non me la sento, ha detto coi partigiani, davvero, non ci riesco.

Loro, senza perder tempo, gli han detto Va bene, Corrado, allora vai via e torna a casa a nasconderti, subito.

E mio nonno, Corrado, ha tirato un altro respiro, si è cambiato i vestiti e si è incamminato al buio in mezzo ai campi, piano piano, un tumulto in testa e le gambe che tremavano, si è acceso una sigaretta fatta con la carta di giornale che aveva trovato in tasca. Da lontano ha sentito una schioppettata, poi tutto è ritornato in silenzio.

***

Sai Marco, mi ha sempre raccontato, perché coi nonni funziona così, quando invecchiano, succede sempre che ti raccontano la stessa storia una decina di volte e tutte le volte è come se fossero lì a raccontarti quella storia per la prima volta, secondo loro. Sai Marco, mi diceva sempre, ci vuole del coraggio a sparare a una persona, e io, quella volta lì, il coraggio non ce l’ho avuto.

Io lo ascoltavo sempre come se fosse stata la prima volta che me lo raccontava. E non gliel’ho mai detto, a mio nonno, ma quando penso al coraggio, la prima immagine che mi viene in mente è la sua, è mio nonno, Corrado, con le mani in tasca, una notte di tanti anni fa, da solo, coi pensieri in testa come un tumulto, la tremarella nelle gambe e una sigaretta fatta con la carta di giornale in bocca. Il coraggio, per me, è mio nonno, Corrado, che cammina per tornare a casa. Perché delle volte ci vuole del coraggio, penso, ci vuole del coraggio anche a non averne, del coraggio.


(È una cosa che avevo scritto su Barabba nel 2011, che era finita su un libro che si chiamava Schegge di Liberazione e che ormai posto tutti gli anni. Grushenka dice sempre che è la mia My Way)

Buon 25 aprile.

mercoledì 20 aprile 2022

Quella stagione della vita

È arrivata quella stagione della vita che bisogna stare attenti, come per esempio quando Facebook ti dice che è il compleanno di qualcuno, ma magari è uno che non senti e non vedi da un po’, o è un tuo amico storico dell’internet ma gli algoritmi della piattaforma non selezionano più i suoi post per la tua bacheca e quindi è da un sacco di tempo che non lo leggi, ma è il suo compleanno e vorresti fargli gli auguri. Allora prima vai a controllare sul suo profilo, per assicurarti che sia ancora vivo.

domenica 17 aprile 2022

Lagerkvist

E in un libro che si chiama Barabba, del 1951, Pär Fabian Lagerkvist dice che una delle donne aveva incominciato a discorrere di quello che era stato crocifisso al posto di Barabba; essa lo aveva veduto una volta, mentre passava, e la gente aveva detto che era un dottore il quale andava intorno e profetizzava e faceva miracoli. In questo non c’era nulla di male, perché tanti altri facevano lo stesso; perciò, da quel che si poteva capire, il motivo per il quale era stato crocifisso doveva essere un altro. Era un tipo magro; tutto ciò che ricordava di lui era soltanto questo. Un’altra disse che lei non lo aveva mai visto, ma aveva udito che egli avrebbe predetto che il Tempio sarebbe crollato, che Gerusalemme sarebbe stata distrutta da un terremoto e che poi il cielo e la terra si sarebbero incendiati. Cose non da senno, e non c’era da stupire che per questo fosse stato crocifisso. Ma la terza donna disse che quell’uomo frequentava specialmente i poveri e soleva promettere loro che sarebbero entrati nel regno di Dio, e financo alle prostitute lo aveva promesso. All’udire questo tutti risero molto, ma trovarono che se fosse davvero andata così, sarebbe stato molto bello.


(È una cosa che posto tutti gli anni)

domenica 10 aprile 2022

Service Unavailable (da sette anni)

Qualche tempo fa avevo ritrovato su gmail una sottocartellina annidata tra quelle dove un tempo raccoglievo i messaggi per le cose di Barabba, e questa sottocartellina si chiamava “GIAOH“. Dentro c’erano un po’ di link sulla morte del FriendFeed, raccolti al volo in quella due giorni pazza pazza pazza del 9 e 10 aprile di sei anni fa.
Alcuni di quei link oggi sono morti, altri sono diventati privati. Quelli ancora in vita sono questi qui (se cliccate, e poi proseguite con la lettura, sembra una specie di funerale in differita):

mercoledì 6 aprile 2022

L'altra mattina

E l’altra mattina ero fermo in piedi in fila all’edicola, coi miei giornalini in una mano e i soldi nell’altra, e aspettavo ormai da qualche minuto dietro a un signore sulla sessantina che sventolava il suo Resto del Carlino già pagato mentre si lamentava con l’edicolante del prezzo dei carburanti. Avevo anche fretta, ma sono fatto così, stavo zitto e aspettavo, e speravo che il signore sulla sessantina smettesse presto di sventolare il suo Resto del Carlino e andasse via, aveva anche già pagato. Lì di fianco c’era una macchina accesa in sosta senza conducente. Era la sua.

mercoledì 30 marzo 2022

Invecchiare (6)

E adesso stanno cominciando a compiere trent’anni i dischi che compravo quando ero adolescente. Non so se sono d’accordo.

venerdì 25 marzo 2022

#Dantedì

Ormai arriva tutti gli anni. E come tutti gli anni penso che sarebbe proprio bello (ri)cominciare a (ri)leggerlo, così, dall’inizio alla fine, senza note. Poi non lo faccio mai.
Ma comunque, anche quest’anno mi è tornato in mente il mio verso preferito, che si trova nella terza parte, intitolata il Paradiso, di un libro che si chiama Comedìa, o Commedia, conosciuto soprattutto come Divina Commedia, del milletrecento e qualcosa, e più precisamente è il verso 81 del Canto IX, dove Dante Alighieri, o Alighiero, battezzato Durante di Alighiero degli Alighieri, detto Dante, dice così:

s’io m’intuassi, come tu t’inmii

E anche più su, ce n’è un altro, il verso 73, che dice:

«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»

Che sono di quelle cose che, quando le leggo, mi viene sempre da dire: vacca d’un cane.
E lo dico con ammirazione e tale devozione, che è il motivo per cui di Dante cerco di parlare pochissimo, o addirittura di non parlarne mai per, come si dice, stare dalla parte del frumentone.
E tutto qui, a posto così.
Buon #Dantedì.

lunedì 21 marzo 2022

Catalano

E in una poesia intitolata il mare visto da un poeta, dentro a un libro che si chiama Motosega, del 2007, Guido Catalano dice che una cosa che gli dà noia dei poeti è che difficilmente se gli chiedi di controllarti l’olio o le pasticche dei freni sono capaci.


(È una cosa che posto tutti gli anni, nella Giornata Mondiale della Poesia)

sabato 19 marzo 2022

Il nome del padre

Mio padre si chiama Iules, ma non si è sempre chiamato così. Prima era Jules, con la J.
Fino ai quarant’anni, più o meno, cioè fino all’età che ho io in questo momento, che a pensarci mi gira un po’ la testa, su alcuni dei suoi documenti c’era la I e su altri c’era la J. All’anagrafe dicevano che c’era la I, ma poi si grattavano la nuca e rispondevano che boh, non erano sicuri neanche loro, perché una volta le schede venivano compilate a mano e proprio lì, sotto la I di Iules, c’era una specie di sbavo. Non si capiva se fosse inchiostro sputato dalla penna o uno sbavo intenzionale: nel 1953 la J non era una lettera molto in voga, c’era anche della gente che non la conosceva e forse l’impiegato dell’epoca, nel dubbio, o nella timidezza, aveva sbavato apposta.

Mia nonna, sua madre, gli aveva messo nome Jules perché era una grandissima appassionata dei fotoromanzi di Grandhotel, e nei fotoromanzi di Grandhotel c’era un personaggio di nome Jules che, da quello che avevo capito quando avevano provato a spiegarmelo, era un gran bel figaccione. Allora m’immagino che mio nonno, quando era corso all’anagrafe per registrare suo figlio, avesse scritto Jules su un bigliettino, copiandolo da un numero di Grandhotel con la calligrafia tremolante per l’emozione e per la scarsa abitudine allo scrivere, e non s’immaginava, forse, che Jules si dovesse leggere alla francese. All’impiegato dell’anagrafe aveva detto «iules», così, leggendolo com’era scritto, poi gli aveva fatto vedere il bigliettino e l’impiegato, nel dubbio, doveva aver compilato la scheda, forse apposta, con quello sbavo sulla I per farla sembrare una J.

Mi ricordo che mio padre fino ai quarant’anni, più o meno, cioè fino all’età che ho io in questo momento, che è una cosa abbastanza incredibile, si firmava con una I che sembrava una J, ed era contento e a posto così. Faceva anche un più bel ricciolo, sotto la I, una cosa quasi artistica, una specie di manifestazione di felicità ogni volta che doveva firmare un assegno o un voto sul mio diario o una giustificazione per la scuola. E io lo guardavo sempre con ammirazione, quando firmava, e gli dicevo: «Papà ma che bella firma, ma che bel nome» .

Solo che poi, un giorno, gli era arrivata una lettera dallo Stato o da quella cosa che adesso si chiama Agenzia delle Entrate. Dentro c’era scritto che bisognava prendere una decisione per chiudere la questione, perché lassù, negli uffici misteriosi della burocrazia statale, non erano mica tanto sicuri che fossero arrivate tutte le bollette e che fossero state pagate tutte le tasse.
Con quella lettera gli dicevano più o meno così: Gentilissimo Sig. Iules o Jules, si decida, le mandiamo un modulo da compilare e lei, entro e non oltre la tal data, deve scegliere il nome con cui vuole essere chiamato una volta per tutte, noi poi le invieremo tutti i documenti nuovi di zecca e aggiorneremo tutte le sue pratiche; però si decida, perché qua non ci capiamo niente.
E mio padre, me lo ricordo proprio così, è stato una settimana col mento appoggiato sul pugno, seduto al tavolo della cucina, a decidere come chiamarsi da lì in poi.

Poi una mattina, senza dir niente a nessuno, si era alzato presto, si era vestito bene ed era andato a spedire il modulo. Quando era tornato a casa si era fatto un caffè, e quando ci eravamo svegliati tutti, mia mamma, mia sorella e io, ci aveva chiamati in cucina e ci aveva detto: «Ragazzi, ho una notizia da darvi: mi chiamo Iules con la I.»

venerdì 18 marzo 2022

Troppo tardi

E ieri sera, preso un po’ dallo sconforto, avevo scritto una cosa che diceva così:

Forse di figli bisognava farne di più, invece di uno solo, ma ormai è tardi. Chissà, almeno a uno, magari, sarebbe venuta voglia o addirittura avrebbe trovato piacevoli alcune cose tutto sommato semplici, tipo leggere, scrivere o far di conto.
E proprio adesso, mentre scrivo, mi viene in mente che c’era anche un’altra soluzione: farne di meno. Ma ormai è tardi anche per quella.

Poi oggi è tornato da scuola e mi ha portato due cose: una nota da firmare e il regalo per la festa del papà. E mi si spappola la testa.
(Quindi forse il Miny è il Joker.)

mercoledì 16 marzo 2022

Fenoglio

[…] poi io sono forgiato in una maniera che passo l’indomani a domandarmi se è vero quello che oggi per me è sicuro come la morte […]

(Beppe Fenoglio, La malora; Einaudi, 1954)

Mi sa che sono forgiato così anch’io.

martedì 8 marzo 2022

Un'altra ricorrenza

E l’8 marzo del 2012, era un giovedì, scrivevo il primo post di questo blog. S’intitolava “(ciao mondo)” e diceva così:

Ogni tanto ho questa mania un po’ antica di aprire dei blog.
Poi magari ci scrivo qualcosa, più avanti.

E quindi oggi sono dieci anni che scrivo delle cose qui sopra. È abbastanza sbalorditivo.
Tanti auguri.

lunedì 7 marzo 2022

Tolstaja

E l’8 marzo del 1898, su una pagina del diario, scritto tra il 1862 e il 1910, Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, scriveva che nella sua anima stava avvenendo una battaglia fra il desiderio ardente di andare a Pietroburgo a sentire Wagner e altri concerti e il timore di dare un dispiacere a Lev Nikolaevič e di sentirsi questo dispiacere sulla coscienza. E scriveva che quella notte aveva pianto a causa di quella pesante sensazione di mancanza di libertà che gravava sempre più su di lei. E che di fatto, naturalmente, era libera. Aveva soldi, cavalli, vestiti, tutto: avrebbe potuto fare le valigie, salire in carrozza e andare. Era libera di leggere le bozze, di comprare le mele per L. N., di cucire i vestiti per Saša e le camicie per il marito, di fotografarlo in tutte le pose, di ordinare il pranzo, di sbrigare le faccende di tutta la famiglia; era libera di mangiare, di dormire, di tacere e di rassegnarsi. Ma, scriveva, non era libera di pensare a modo suo, di amare quello e quelli che sceglieva lei, di andare dove le interessava e dove si sentiva spiritualmente a proprio agio; non era libera di occuparsi di musica, non era libera di cacciar fuori dalla propria casa quelle innumerevoli persone inutili, noiose e spesso molto cattive e di ricevere persone buone, piene di talento, intelligenti e interessanti. E scriveva che per lei la vita era poco allegra, difficile… Ma poi scriveva che «allegria» non era la parola giusta. Che non aveva bisogno di quello. Aveva bisogno di vivere una vita ricca di contenuto, tranquilla, e invece viveva nervosamente, con difficoltà e in modo vuoto.
Così scriveva su una pagina del diario Sòf’ja Andrèevna Bers, detta Sonja, diventata poi Sof’ja Tolstaja, moglie di Lev Nikolàevič Tolstoj, l’8 marzo del 1898.


(Una cosa che posto tutti gli anni, quando mi ricordo)

giovedì 3 marzo 2022

Dei link

E visto che è un periodo che scrivere è fatica, metto qui un po’ di link a delle cose interessanti che ho letto in giro in questi giorni:

Per il resto, seguo tutti i giorni i liveblog e gli approfondimenti del Post (che aiutano a non farsi investire dal rumore mediatico di questi giorni) e i liveblog di Rai News (che fanno un po’ più di rumore, ma almeno sono brevi e puntuali).

Quando ero un ragazzino, tutti gli anni, d’estate, arrivava a casa nostra per qualche mese un bambino bielorusso dalla zona di confine vicina a Chernobyl, e mia mamma, che fa ancora parte del Progetto Chernobyl che portava questi bambini in Italia a tirare un po’ fiato dalle radiazioni e dalla povertà, ha condiviso dei post dell’Associazione Bielorussi in Italia “Supolka”, dove si vede che anche là c’è della gente che protesta.

E poi basta, per adesso.
Speriamo bene.

domenica 27 febbraio 2022

Lessico famigliare (12)

«Mamma, ho scoperto di cosa parlano tutte le canzoni di Sanremo.»
«Beh, certo. Parlano praticamente tutte della stessa cosa. D’a…?»
«…»
«D’amo…?»
«…»
«D’amore!»
«No. Del Sole.»

(Poi la mamma mette su tutte le canzoni di Sanremo 2022 e, oh, effettivamente è abbastanza vero.)


(Qui c’è un altro po’ di lessico famigliare, se interessa)

giovedì 24 febbraio 2022

Putin

E in esergo a un libro che si chiama Limonov, del 2011, Emmanuel Carrère ha messo una frase dove Vladimir Vladimirovič Putin dice che chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello, e chi non lo rimpiange è senza cuore.

martedì 22 febbraio 2022

Così va la vita (non lo so se è vera)

A me l’avevano raccontata così, e così l’ho sempre raccontata, però non lo so se è vera, ma insomma, si diceva che c’erano questi scienziati che volevano studiare il timbro di voce di Mark Lanegan, e quindi avevano radunato un gruppetto di cantanti professionisti per provare a replicare le sue note basse, e non ci riusciva quasi nessuno, e tutti quelli che ci riuscivano, gli succedeva una cosa strana, che per le vibrazioni gli ribolliva qualcosa dentro, avevano degli spasmi, delle contrazioni, non stavano mica bene, e alla fine si cagavano addosso.
Ma comunque, ripeto, non lo so se è vera.

Così va la vita.

domenica 20 febbraio 2022

L'Adele è una roccia

L’Adele è una tipa arcigna, battagliera, capace di farsi rifare la casa perché un muratore le ha sbagliato di quattro millimetri la posizione di una porta, capace di annullare un contratto telefonico per un centesimo non previsto sulla bolletta, cose così. L’Adele è una roccia. Anche se è anziana, anche oggi, è ancora una roccia.

L’Adele, quando era giovane, quando ancora non aveva vent’anni, era una prestigiatrice. Anzi no: l’Adele era la valletta di Antonio, il prestigiatore, il mago. Era quella che si faceva segare in due coricata in una cassa e muoveva i piedini della parte bassa del corpo tagliata a metà, era quella che pescava dal pubblico i malcapitati per ipnotizzarli, poi entrava vestita in un baule, veniva infilzata con le spade e usciva, ta-dà, in mutandine e reggiseno con le gambe sottili in mostra, che negli anni cinquanta, quando l’Adele non aveva ancora vent’anni, erano cose da spalancare la bocca dei presenti.
L’Adele aveva cominciato a fare la valletta di Antonio quando sua sorella più grande, l’Ada, che era stata valletta prima di lei, aveva deciso che preferiva la risaia e i campi di grano al continuo spostarsi della carovana. Ma all’Adele piaceva la vita del circo, e le piaceva Antonio, che però era molto più vecchio di lei e, soprattutto, era sposato.

C’era un’Italia sbrindellata, a quei tempi là, la guerra era appena finita, i muri erano rotti dalle bombe, di asfalto sulle strade non ce n’era, e da mangiare ce n’era ancora meno, ma al circo, se andava bene, un po’ di più. E mentre l’Ada nel piatto aveva il riso della risaia e il pane del lavoro nei campi, l’Adele, ogni tanto, mangiava i fagioli e la salsiccia che, dice, come li cucinava la moglie di Antonio, nessuno.
Girava e girovagava, l’Adele. La carovana si fermava e montava il tendone, e poi la sera, dopo i leoni e i pagliacci, lei e Antonio avevano le luci dello spettacolo puntate sulla faccia, chilometri di fazzoletti colorati ripiegati nelle maniche della giacchetta, cilindri coi conigli, palloncini e colombe bianche, la cassa da tagliare in due e muovere i piedini nudi nell’altra metà, il pubblico da ipnotizzare, le spade per farsi trafiggere e, ta-dà, uscire in mutandine, reggiseno e le gambe giovani e sottili sulle bocche spalancate dei presenti. Poi smontare, caricare, rimettersi in viaggio, girare e girovagare, montare ancora e di nuovo le luci dello spettacolo negli occhi.
Ha un milione di storie da raccontare ai nipoti, l’Adele, come di quella volta che avevano scoperto che al pagliaccio piacevano le bambine. Erano in un posto sperduto, tipo in Sardegna, e i sardi volevano ammazzarlo, il pagliaccio. Loro, quelli del circo, lo nascondevano nella gabbia con l’elefante. Poi gli avevano detto «Va’ via, pagliaccio, che se non t’ammazzano i sardi, prima o poi la testa te la spacchiamo noi». Storie così. Ma proprio tante.

E mentre il circo era lì nel suo solito girare e girovagare, un giorno di maggio, va a finire che la moglie di Antonio si ammala e muore. Piangeva Antonio, suo marito. Piangeva l’Adele, la valletta. Piangeva tutto il circo perché le volevano un gran bene. Poi le avevano fatto un bel funerale ed erano ripartiti con la nostalgia nel cuore e anche nello stomaco, che come faceva i fagioli con la salsiccia lei, la moglie di Antonio, nessuno.
E in quell’Italia sbrindellata dei primi anni cinquanta, anche se era molto più vecchio della sua valletta, ora che Antonio e la moglie li aveva separati la morte, lui, il mago, una sera d’estate, aveva preso l’Adele per mano e le aveva detto «Ti voglio bene».
Si erano poi sposati in una chiesa del paese dove il circo era approdato, e da quel giorno dicevano che gli spettacoli erano ancor più magici e colorati. E c’era l’amore nel sorriso di quella ragazzina che spuntava dal baule trafitta dalle spade e, ta-dà, in mutande, reggiseno e le gambe lucide e sottili sulla bocca spalancata dei presenti.

Per mesi e mesi l’Adele e Antonio avevano girato e girovagato e si erano amati, dandosi la mano e un bacio al momento dell’inchino e degli applausi. Ma la vita, anche la vita era sbrindellata, e qualche anno dopo, non tanti, in verità, quando l’Adele ormai stava per diventare donna e non più ragazzina, il vecchio Antonio si era ammalato di un brutto male, l’Adele non dice quale, ma si capisce, era un male grosso, che prendeva la pancia e costringeva il vecchio mago in posizione orizzontale sopra il letto della roulotte, con gran dosi morfina due o tre volte al giorno, per giorni, per mesi. Mesi in cui il circo si spostava, girava e girovagava, ma lo spettacolo dei prestigiatori era stato cancellato. Niente palloncini e colombe bianche che scomparivano, niente chilometri di fazzoletti colorati nelle maniche della giacchetta, c’era solo un vecchio mago morente sul letto di una carovana, che pian piano aveva perso i sensi e la parola, con litri di morfina che non placavano più il dolore, e con la sua piccola moglie dalle gambe giovani e sottili lì al suo capezzale che gli asciugava il sudore.

Poi un giorno il circo era arrivato in una grossa città, una città importante, con tanto pubblico pagante. Allora il padrone del circo, col cappello altissimo e la divisa rossa dai bordi dorati, aveva bussato alla roulotte di Antonio e aveva detto: «Adele, Adele, scusa, te lo chiedo per favore, proveresti a far tu da sola lo spettacolo, stasera?»
«Oh, non lo so», gli aveva risposto l’Adele, «non sono capace, sono solo la valletta.»
«Dai Adele,» la incitava il padrone, «questa è una serata importante, c’è pieno di gente, le alte cariche, i bambini, proviamoci ti prego.»
E l’Adele, che è una roccia, dopo dieci minuti di preghiere del padrone aveva risposto che sì, ci provava, che doveva solo dare la morfina a suo marito poi si preparava per uscire nell’arena, come sempre, dopo i leoni e i pagliacci. Da sola, questa volta.

Il circo era davvero pieno, l’Adele aveva le luci dello spettacolo sulla faccia, un semicerchio d’occhi addosso, i conigli nel cappello, chilometri di fazzoletti colorati che uscivano svolazzando dalle maniche della giacchetta, ipnotizzava il pubblico, si faceva tagliare in due da un pagliaccio e muoveva i piedini nudi, si faceva infilzare dalle spade e poi usciva, ta-dà, in mutandine e reggiseno e le gambe giovani e sottili sulla bocca spalancata dei presenti.
Andava meravigliosamente, l’Adele, gli applausi erano un fiume d’affetto e ammirazione, e mentre giocava con le colombe e le faceva sparire e poi ricomparire, non lo avrebbe detto nessuno che la sua bocca tremava, e tremava perché nei primi minuti dello spettacolo l’Adele aveva voltato la testa sul pubblico e là, in prima fila, sulla destra, seduto con una mano a pugno a sorreggere il mento, c’era Antonio. Che la guardava e rideva.
Ma l’Adele è una roccia. L’Adele aveva concluso lo spettacolo, fatto un inchino e, quando aveva alzato la testa con la bocca tremolante, aveva visto Antonio alzarsi in piedi, barcollare verso l’uscita e andare via. Così dopo gli applausi era uscita dal circo, aveva fatto una gran corsa a perdifiato e lo aveva raggiunto, lo lo aveva sorretto, lo aveva portato alla roulotte e appoggiato in orizzontale sul letto. Poi si era seduta di fianco a lui.
Lui le aveva preso la mano. Aveva aperto gli occhi e con la voce troncata dallo stomaco attorcigliato, e per la prima volta faccia a faccia dopo troppi mesi le aveva detto «Adele, adesso che sai tutto quello che c’è da sapere, sono contento, posso andare.»
Poi la mano del mago si era afflosciata, il petto si era fermato.
E Antonio era morto sorridendo, con calma.

L’Adele è una tipa arcigna, battagliera, capace di farsi rifare la casa perché un muratore le ha sbagliato di quattro millimetri la posizione della porta, capace di annullare un contratto telefonico per un centesimo non previsto sulla bolletta. Cose così. L’Adele è una roccia. Anche se adesso è anziana, anche oggi, è ancora una roccia.
Ma quando l’altro giorno ha finito di raccontarmi la sua storia, l’Adele, mia zia, la sorella più piccola di mia nonna Ada, appena ha alzato la testa l’ho vista che aveva lo sguardo bagnato e la bocca che un po’ tremava.
Non è durato molto, qualche secondo, poi si è ripresa e gesticolando mi ha chiesto se volevo conoscere il trucco del baule con le spade. Questo però non posso raccontarvelo, le ho promesso che è un segreto.

***

[Questo pezzo l’avevo scritto qualche anno fa, poi era finito in un reading che si chiamava Si stava meglio quando si stava meglio, e poi in un ebook gratuito che si chiamava anche lui Si stava meglio quando si stava meglio. Oggi lo rimetto qui, correggendo qualche refuso, qualche tempo verbale e qualche virgola, perché sono fatto così, e perché oggi l’Adele compie 80 anni. E dopo alcune vicissitudini terribili capitate nel 2021, cose che avrebbero steso quasi chiunque, lei, l’Adele, con grande stupore di medici e specialisti che ancora non si spiegano come mai, si è ripresa e ha una testa che vorrei averla io, una testa così. Una testa lucida e dura, come una roccia.]

martedì 15 febbraio 2022

Dei ricordi (38)

E il 16 febbraio del 2016, nel tardo pomeriggio, ero a Mirandola, in provincia di Modena, anche se poi Mirandola è di là, nella parte sbagliata del Secchia, e noi che stiamo di qua facciamo un po’ fatica a sentirci affini, ma comunque, era tardo pomeriggio, ero a Mirandola e scrivevo una cosa che diceva così:

Piove come se piovesse.

Si vede che pioveva.


(Qui ci sono degli altri ricordi, se uno è interessato)

lunedì 14 febbraio 2022

Una rosa è una rosa è una rosa?

C’è una cosa che posto tutti gli anni, il 14 di febbraio, quando mi ricordo, e tutti gli anni la edito un po’, magari cambio anche solo una virgola, non che sia importante, ma sono fatto così. Ecco, quest’anno, chiedo scusa agli affezionati lettori di questo blog, ho poco tempo e quindi metto il link a quella che ho postato l’anno scorso.
Si intitola “Una rosa è una rosa è una rosa?” e parla di fiori, di amore alla Scuola Materna e di un’altra cosa che si capisce alla fine. Comincia così:

Avrò avuto quattro o cinque anni, ero al secondo o al terzo anno di scuola materna, dalle suore di Novi di Modena, e quando la mamma mi aveva chiesto una di quelle cose che chiedono i genitori ai figli piccoli per far finta di trattarli come adulti e soprattutto per far ridere gli altri adulti lì intorno, e cioè «Ce l’hai una morosina?», io avevo risposto deciso: «Sì che ce l’ho!»
«Chi è? Una tua compagna di classe?»
«Sì,» avevo risposto fiero, «si chiama Marcella.»

E continua qui.
Buon San Valentino anche a voi.

domenica 13 febbraio 2022

Una cosa che non interessa a nessuno

Ho appena finito di (ri)leggere tutti gli X-Men di Chris Claremont, quelli scritti dal 1975 al 1991, compresi tutti gli annual, gli speciali, le miniserie, le serie parallele tipo New Mutants e X-Factor che aveva iniziato e a un certo punto lasciato ad altri, e anche, alla fine, quella specie di sequel disastroso che era X-Men Forever, dal 2009 al 2011, che chiudeva tutte le trame lasciate in sospeso quando gli avevano tolto la serie nel 1991 e ne apriva poi delle altre di cui non vedremo mai la fine e, mi viene da dire, per fortuna. Ci ho messo qualche anno a (ri)leggere tutto in lingua originale su Marvel Unlimited, alla sera, nei fine settimana e nei ritagli di tempo, e leggendolo in lingua originale ci si accorge di una scrittura piena di capolavori linguistici, dialetti, idioletti e regionalismi, e riferimenti più o meno espliciti alla letteratura, al cinema e alla cultura pop di tre decenni e oltre e, insomma, la cosa che volevo dire, anche se forse non interessa a nessuno, è che Chris Claremont è uno dei più grandi scrittori del Novecento, anche se non lo sa quasi nessuno, e sicuramente il più grande sceneggiatore di cose seriali della Storia, e non parlo solo di fumetti, ma di tutto, di romanzi, di telefilm e di serie TV, di saghe cinematografiche e poemi cavallereschi, eccetera, e dopo averlo (ri)letto tutto mi sento una persona migliore. Che è poi l’effetto che di solito fanno quelli bravi. E quindi, ecco, a posto così. Buona domenica.

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/