venerdì 26 giugno 2020

Eufonica

In un racconto lungo intitolato Seymour. Introduzione, di 87 pagine, dentro a un libro che ho appena finito di leggere e che si chiama Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzionedel 1963, ho sottolineato con la matita – se le ho ricontate bene, ma credo di averne persa qualcuna – 64 congiunzioni e preposizioni con una “d” eufonica che precede parole che iniziano con una vocale diversa, tranne i due o tre “Ad esempio” che fanno eccezione. Mi sono reso conto quasi subito, tipo a pagina 2, che la traduzione che stavo leggendo – l’unica comunque in circolazione, direi – ha più di cinquant’anni e così via, ma ormai avevo cominciato e non mi sono più fermato fino alla fine.
Adesso mi immagino mio figlio, da grande, che prende il libro dalla libreria di casa per leggerlo – speriamo! – e che poi si accorge di queste sottolineature e pensa subito «ma che coglione!» (E così pensando, non si riferirà sicuramente a Jerome David Salinger, cioè lo scrittore del racconto, né al personaggio di Webb Gallagher Glass, detto Buddy, cioè il narratore, e nemmeno a Romano Carlo Cerrone, cioè il traduttore, ma a suo papà, cioè, per l’appunto, un coglione.)

giovedì 25 giugno 2020

Ouředník (2)

E in un dramma teatrale che si chiama Oggi e dopodomani. Discorsi di cinque sopravvissutidel 2011, Patrik Ouředník dice che l’unica grazia che Dio ci ha fatto, ammesso che esista, è averci nascosto il modo in cui moriremo. E che averci fornito di immaginazione, in compenso, non è stato particolarmente caritatevole.

martedì 23 giugno 2020

Me tapino!

Oggi ho sentito il Miny, che ha cinque anni, commentare una cosa che gli era girata storta dicendo «Me tapino!» Allora mi sono fermato, e ho smesso per un attimo di fare le cose che stavo facendo, perché quel «Me tapino!» era proprio intonato come l’esclamazione di Zio Paperone («Me misero, me tapino!») che leggevo da bambino su Topolino.
Gli ho chiesto dove avesse sentito quell’espressione e lui mi ha risposto «Uffa! che pazienza», che non era un’altra esclamazione, ma il titolo di una serie di cartoni che sta guardando in questi giorni su RaiPlay. «Uffa! che pazienza» è tratto da delle storie di Andrea Pazienza, e quel «Me tapino!», sì, è proprio disneyano come sapeva essere disneyano Pazienza, omaggiando col cuore e prendendo per il culo in un colpo solo.
E così, mentre ero fermo e pensavo a tutte queste cose, sono sicuro di aver sentito nell’aria intorno a me, o forse era proprio lì sopra la mia testa, un rumore, una specie di clack!, come di un cerchio che si chiude.
Avanti così.

lunedì 22 giugno 2020

Salinger (5)

E in un racconto lungo intitolato Seymour. Introduzione, dentro a un libro che si chiama Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzionedel 1963, di Jerome David Salinger, il narratore Webb Gallagher Glass, detto Buddy, dice che usata con moderazione una poesia di prima qualità è uno strumento termoterapeutico eccellente e di solito rapido. E che lui, quando era nell’Esercito, una volta si prese una pleurite che gli durò quasi tre mesi, e il primo autentico sollievo lo provò quando si infilò una lirica di William Blake dall’aspetto perfettamente normale nel taschino della camicia e la portò come un cataplasma per un giorno o due.
Poi, però, dice che le esagerazioni, comunque, sono sempre rischiose e molto spesso addirittura perniciose; e che i pericoli di un contatto prolungato con qualsiasi genere di poesia, che superi i limiti di quella che viene comunemente chiamata di prim’ordine, sono formidabili.

giovedì 18 giugno 2020

Zamboni (2)

E in un libro che si chiama La macchia mongolica, del 2020, Massimo Zamboni dice che pur essendo cresciuto culturalmente in una generazione che doveva «essere» e non «avere», lui comincia a trovare asfissiante questo obbligo di essere, allo stesso modo dell’avere. E che negli anni gli è venuto più naturale sostituirli con il verbo «fare».

lunedì 15 giugno 2020

Salinger (4)

E nell’esergo di un libro che si chiama Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzionedel 1963, Jerome David Salinger dice che se in tutto il mondo è rimasto ancora un lettore che legga per il gusto di leggere – o che comunque dopo aver letto se ne vada per i fatti suoi – gli chiede o le chiede, con indicibile affetto e gratitudine, di dividere la dedica di quel libro in quattro parti con sua moglie (di Salinger) e i suoi bambini (sempre di Salinger).

giovedì 11 giugno 2020

Salinger (3)

E in un racconto lungo intitolato Zooey, dentro a un libro che si chiama Franny e Zooey, del 1961, di Jerome David Salinger, il protagonista Zachary Martin Glass, detto Zooey, dice che, accidenti, ce ne sono di cose belle al mondo. E che quando dice belle intende belle. E che siamo degli idioti a svicolare sempre dalle cose. Sempre, sempre, sempre lì ad annotare tutti gli accidenti che capitano al nostro piccolo e schifoso io.

lunedì 8 giugno 2020

Sul muro

E sul muro di una casa di un paese che si chiama Santarcangelo di Romagna, in provincia di Rimini, c’è una lapide che dice così:

Germano era calzolaio e assaggiatore di vino e acqua per conto di amici.
Andava a piedi lungo il fiume e sulla groppa delle colline a cercare del Sangiovese con l’odore delle viole e l’acqua dei pozzi contadini che sapesse di menta.
Germano è morto che aveva 94 anni povero com’era sempre vissuto. I parenti hanno trovato un libretto di banca carico di soldi che lui si è sempre rifiutato di toccare. Erano gli assegni che da trent’anni gli arrivavano mensilmente per la morte nella Grande Guerra del giovane figlio ufficiale d’artiglieria.

domenica 7 giugno 2020

Trentatré anni fa

Era il 7 giugno del 1987, avevo otto anni e dormivo dai nonni insieme a mio papà. Erano le quattro o le cinque del mattino, mi ero svegliato perché c’era del trambusto che veniva dal piano di sotto. Ero sceso dal letto, mi ero infilato le ciabattine e affacciandomi alle scale avevo visto mio papà che, vestito per uscire, stava prendendo le chiavi della macchina.
«Papà, posso venire anch’io?» gli avevo chiesto.
«No,» aveva risposto papà, «devi andare a scuola, torna a letto.»
Qualche ora dopo ero in classe, in seconda elementare, erano gli ultimi giorni poi sarebbero iniziate le vacanze. Avevo aspettato che la maestra finisse di fare l’appello, poi avevo alzato la mano.
«Marco, cosa c’è?» aveva chiesto la maestra.
«Devo dire una cosa,» avevo risposto.
«Va bene, dilla pure.»
«Stanotte è nata mia sorella.»
E tutta la classe, mi ricordo, si era messa ad applaudire.

sabato 6 giugno 2020

Ortolani

E nel numero 91, intitolato La discesadel 2012, di un fumetto che si chiama Rat-Man, Leonardo Ortolani, detto Leo, dice che andare all’inferno è facile. C’è una scala. Scendi il primo gradino. Poi scendi il secondo. Poi scivoli.

venerdì 5 giugno 2020

Ramone

E in un libro che si chiama Blitzkrieg punk. Sopravvivere ai Ramones, del 1998, Douglas Glenn Colvin, conosciuto ai più come Dee Dee Ramone, morto diciotto anni fa, il 5 di giugno del 2002, a Hollywood, California, dice che chi entra a far parte di un gruppo come i Ramones non proviene da situazioni familiari particolarmente stabili, né si può dire che il punk rock sia una forma d’arte granché ricercata, ma nasce dalla rabbia di ragazzini in vena di creatività. E che loro dei Ramones, per esempio, erano conosciuti perché buttavano i televisori dai tetti delle case.

martedì 2 giugno 2020

Coates (2)

E sempre in un libro che si chiama Una lotta meravigliosa, del 2008, Ta-Nehisi Paul Coates racconta un episodio di quando era giovane e andava a scuola a Mondawmin, un quartiere di Baltimora, e che dice così:

[…] Con questi pensieri che mi frullavano per la testa entrai in classe, sperando di uscirne il prima possibile, magari con una scusa. Invece di sedermi al mio posto come tutti gli altri, rimasi in piedi vicino alla porta con un amico a dire stupidaggini. L’insegnante mi chiese di sedermi più volte, finché a un certo punto perse la pazienza e mi rimproverò davanti a tutti. Non ricordo le parole esatte, ma aveva alzato la voce, e non potevo fargliela passare liscia.
Gli afferrai la faccia con forza e gli dissi: «Non urlarmi mai più addosso. Mai. Chiaro?»
Mi ordinò con calma di uscire, poi chiamò la vigilanza. Ero così sovraeccitato dall’ego e dall’idea di me stesso in pubblico che mi misi a urlare anche contro il sorvegliante, così alla fine mi mise le manette e mi portò nel suo ufficio per stilare un rapporto. Fui sospeso con effetto immediato e la minaccia incombente dell’espulsione. Mi dissero di non tornare se non accompagnato da un genitore. Presi il 33 da solo, e mentre tornavo a casa mi resi conto di quello che avevo combinato. Mi ero sempre defilato, ma adesso ero stufo. Quella era la mia affermazione di rispetto, dei confini da non superare. Ma ci sarebbe stato un prezzo da pagare, e mio padre era il mercante che l’avrebbe stabilito. Mi aspettava sulla porta, come al solito a casa nei momenti peggiori. Era con mia madre e Jovett, con un mezzo sorriso di stupore e collera insieme stampato sulla faccia. Quando Jovett lasciò la stanza il primo colpo si abbatté su di me con una forza tale da sbattermi a terra.
Mia madre si mise in mezzo: «Paul! Paul!»
Lui la spinse via: «Donna, lasciami stare».
Da lì cominciò a darmele con una forza sovrumana, con la potenza trasmessa di generazione in generazione da madri e padri che cercano di proteggere i figli dalla frusta del padrone, dal linciaggio, dall’impiccagione, dagli sceriffi grassi pronti a darti fuoco. Mio padre me le dava con la forza di un’armata di schiavi in rivolta, come se avesse paura che il mondo lo stesse mettendo all’angolo, come se dovesse salvarmi la vita. Mentre ero in camera mia a piangere tutte le mie lacrime i miei tennero una breve consultazione in cucina. C’era solo una cosa da dire: «Cheryl, preferisci che lo faccia io o la polizia?»
Più tardi parlai con mia madre, seduti in cucina. Cercò di spiegarmi cosa sentiva, ma si mise a piangere quasi subito. Sapeva che non mi rendevo conto di quanto fossi vicino all’abisso, con che facilità ragazzi come me venivano cancellati dalla faccia della Terra senza ragione, in modi assurdi. Un attimo prima sei lì a lanciare palle di neve sui taxi che passano, a scherzare davanti a un 7-Eleven o a correre per la strada, e subito dopo eccoti circondato da poliziotti in posizione da tiro, pronti a sparare al minimo movimento. Per tutta la vita sarebbe stato lo stesso, sempre a un passo dall’essere ammazzato, sempre con un coltello puntato alla gola.

Non hanno funzionato

In una newsletter che si chiama Sistemare i segnalibri, di Gualtiero Bertoldi, ogni tanto c’è una rubrichetta che si intitola Non hanno funzionato, con un elenco di link, di quelli che uno si era magari salvato nei preferiti e che adesso non funzionano più.
Oggi ho scoperto che non funzionano più alcuni blog che mi piacevano molto, anche se non erano aggiornati da anni, ma avevano comunque un bell’archivio di cose interessanti da consultare alla bisogna, o nelle giornate di pioggia:

lunedì 1 giugno 2020

Gozzano

E in una poesia che si chiama La via del rifugio, del 1907, Guido Gustavo Gozzano dice che la Vita è un gioco affatto degno di vituperio, se si mantenga intatto un qualche desiderio.

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/