domenica 27 febbraio 2022

Lessico famigliare (12)

«Mamma, ho scoperto di cosa parlano tutte le canzoni di Sanremo.»
«Beh, certo. Parlano praticamente tutte della stessa cosa. D’a…?»
«…»
«D’amo…?»
«…»
«D’amore!»
«No. Del Sole.»

(Poi la mamma mette su tutte le canzoni di Sanremo 2022 e, oh, effettivamente è abbastanza vero.)


(Qui c’è un altro po’ di lessico famigliare, se interessa)

giovedì 24 febbraio 2022

Putin

E in esergo a un libro che si chiama Limonov, del 2011, Emmanuel Carrère ha messo una frase dove Vladimir Vladimirovič Putin dice che chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello, e chi non lo rimpiange è senza cuore.

martedì 22 febbraio 2022

Così va la vita (non lo so se è vera)

A me l’avevano raccontata così, e così l’ho sempre raccontata, però non lo so se è vera, ma insomma, si diceva che c’erano questi scienziati che volevano studiare il timbro di voce di Mark Lanegan, e quindi avevano radunato un gruppetto di cantanti professionisti per provare a replicare le sue note basse, e non ci riusciva quasi nessuno, e tutti quelli che ci riuscivano, gli succedeva una cosa strana, che per le vibrazioni gli ribolliva qualcosa dentro, avevano degli spasmi, delle contrazioni, non stavano mica bene, e alla fine si cagavano addosso.
Ma comunque, ripeto, non lo so se è vera.

Così va la vita.

domenica 20 febbraio 2022

L'Adele è una roccia

L’Adele è una tipa arcigna, battagliera, capace di farsi rifare la casa perché un muratore le ha sbagliato di quattro millimetri la posizione di una porta, capace di annullare un contratto telefonico per un centesimo non previsto sulla bolletta, cose così. L’Adele è una roccia. Anche se è anziana, anche oggi, è ancora una roccia.

L’Adele, quando era giovane, quando ancora non aveva vent’anni, era una prestigiatrice. Anzi no: l’Adele era la valletta di Antonio, il prestigiatore, il mago. Era quella che si faceva segare in due coricata in una cassa e muoveva i piedini della parte bassa del corpo tagliata a metà, era quella che pescava dal pubblico i malcapitati per ipnotizzarli, poi entrava vestita in un baule, veniva infilzata con le spade e usciva, ta-dà, in mutandine e reggiseno con le gambe sottili in mostra, che negli anni cinquanta, quando l’Adele non aveva ancora vent’anni, erano cose da spalancare la bocca dei presenti.
L’Adele aveva cominciato a fare la valletta di Antonio quando sua sorella più grande, l’Ada, che era stata valletta prima di lei, aveva deciso che preferiva la risaia e i campi di grano al continuo spostarsi della carovana. Ma all’Adele piaceva la vita del circo, e le piaceva Antonio, che però era molto più vecchio di lei e, soprattutto, era sposato.

C’era un’Italia sbrindellata, a quei tempi là, la guerra era appena finita, i muri erano rotti dalle bombe, di asfalto sulle strade non ce n’era, e da mangiare ce n’era ancora meno, ma al circo, se andava bene, un po’ di più. E mentre l’Ada nel piatto aveva il riso della risaia e il pane del lavoro nei campi, l’Adele, ogni tanto, mangiava i fagioli e la salsiccia che, dice, come li cucinava la moglie di Antonio, nessuno.
Girava e girovagava, l’Adele. La carovana si fermava e montava il tendone, e poi la sera, dopo i leoni e i pagliacci, lei e Antonio avevano le luci dello spettacolo puntate sulla faccia, chilometri di fazzoletti colorati ripiegati nelle maniche della giacchetta, cilindri coi conigli, palloncini e colombe bianche, la cassa da tagliare in due e muovere i piedini nudi nell’altra metà, il pubblico da ipnotizzare, le spade per farsi trafiggere e, ta-dà, uscire in mutandine, reggiseno e le gambe giovani e sottili sulle bocche spalancate dei presenti. Poi smontare, caricare, rimettersi in viaggio, girare e girovagare, montare ancora e di nuovo le luci dello spettacolo negli occhi.
Ha un milione di storie da raccontare ai nipoti, l’Adele, come di quella volta che avevano scoperto che al pagliaccio piacevano le bambine. Erano in un posto sperduto, tipo in Sardegna, e i sardi volevano ammazzarlo, il pagliaccio. Loro, quelli del circo, lo nascondevano nella gabbia con l’elefante. Poi gli avevano detto «Va’ via, pagliaccio, che se non t’ammazzano i sardi, prima o poi la testa te la spacchiamo noi». Storie così. Ma proprio tante.

E mentre il circo era lì nel suo solito girare e girovagare, un giorno di maggio, va a finire che la moglie di Antonio si ammala e muore. Piangeva Antonio, suo marito. Piangeva l’Adele, la valletta. Piangeva tutto il circo perché le volevano un gran bene. Poi le avevano fatto un bel funerale ed erano ripartiti con la nostalgia nel cuore e anche nello stomaco, che come faceva i fagioli con la salsiccia lei, la moglie di Antonio, nessuno.
E in quell’Italia sbrindellata dei primi anni cinquanta, anche se era molto più vecchio della sua valletta, ora che Antonio e la moglie li aveva separati la morte, lui, il mago, una sera d’estate, aveva preso l’Adele per mano e le aveva detto «Ti voglio bene».
Si erano poi sposati in una chiesa del paese dove il circo era approdato, e da quel giorno dicevano che gli spettacoli erano ancor più magici e colorati. E c’era l’amore nel sorriso di quella ragazzina che spuntava dal baule trafitta dalle spade e, ta-dà, in mutande, reggiseno e le gambe lucide e sottili sulla bocca spalancata dei presenti.

Per mesi e mesi l’Adele e Antonio avevano girato e girovagato e si erano amati, dandosi la mano e un bacio al momento dell’inchino e degli applausi. Ma la vita, anche la vita era sbrindellata, e qualche anno dopo, non tanti, in verità, quando l’Adele ormai stava per diventare donna e non più ragazzina, il vecchio Antonio si era ammalato di un brutto male, l’Adele non dice quale, ma si capisce, era un male grosso, che prendeva la pancia e costringeva il vecchio mago in posizione orizzontale sopra il letto della roulotte, con gran dosi morfina due o tre volte al giorno, per giorni, per mesi. Mesi in cui il circo si spostava, girava e girovagava, ma lo spettacolo dei prestigiatori era stato cancellato. Niente palloncini e colombe bianche che scomparivano, niente chilometri di fazzoletti colorati nelle maniche della giacchetta, c’era solo un vecchio mago morente sul letto di una carovana, che pian piano aveva perso i sensi e la parola, con litri di morfina che non placavano più il dolore, e con la sua piccola moglie dalle gambe giovani e sottili lì al suo capezzale che gli asciugava il sudore.

Poi un giorno il circo era arrivato in una grossa città, una città importante, con tanto pubblico pagante. Allora il padrone del circo, col cappello altissimo e la divisa rossa dai bordi dorati, aveva bussato alla roulotte di Antonio e aveva detto: «Adele, Adele, scusa, te lo chiedo per favore, proveresti a far tu da sola lo spettacolo, stasera?»
«Oh, non lo so», gli aveva risposto l’Adele, «non sono capace, sono solo la valletta.»
«Dai Adele,» la incitava il padrone, «questa è una serata importante, c’è pieno di gente, le alte cariche, i bambini, proviamoci ti prego.»
E l’Adele, che è una roccia, dopo dieci minuti di preghiere del padrone aveva risposto che sì, ci provava, che doveva solo dare la morfina a suo marito poi si preparava per uscire nell’arena, come sempre, dopo i leoni e i pagliacci. Da sola, questa volta.

Il circo era davvero pieno, l’Adele aveva le luci dello spettacolo sulla faccia, un semicerchio d’occhi addosso, i conigli nel cappello, chilometri di fazzoletti colorati che uscivano svolazzando dalle maniche della giacchetta, ipnotizzava il pubblico, si faceva tagliare in due da un pagliaccio e muoveva i piedini nudi, si faceva infilzare dalle spade e poi usciva, ta-dà, in mutandine e reggiseno e le gambe giovani e sottili sulla bocca spalancata dei presenti.
Andava meravigliosamente, l’Adele, gli applausi erano un fiume d’affetto e ammirazione, e mentre giocava con le colombe e le faceva sparire e poi ricomparire, non lo avrebbe detto nessuno che la sua bocca tremava, e tremava perché nei primi minuti dello spettacolo l’Adele aveva voltato la testa sul pubblico e là, in prima fila, sulla destra, seduto con una mano a pugno a sorreggere il mento, c’era Antonio. Che la guardava e rideva.
Ma l’Adele è una roccia. L’Adele aveva concluso lo spettacolo, fatto un inchino e, quando aveva alzato la testa con la bocca tremolante, aveva visto Antonio alzarsi in piedi, barcollare verso l’uscita e andare via. Così dopo gli applausi era uscita dal circo, aveva fatto una gran corsa a perdifiato e lo aveva raggiunto, lo lo aveva sorretto, lo aveva portato alla roulotte e appoggiato in orizzontale sul letto. Poi si era seduta di fianco a lui.
Lui le aveva preso la mano. Aveva aperto gli occhi e con la voce troncata dallo stomaco attorcigliato, e per la prima volta faccia a faccia dopo troppi mesi le aveva detto «Adele, adesso che sai tutto quello che c’è da sapere, sono contento, posso andare.»
Poi la mano del mago si era afflosciata, il petto si era fermato.
E Antonio era morto sorridendo, con calma.

L’Adele è una tipa arcigna, battagliera, capace di farsi rifare la casa perché un muratore le ha sbagliato di quattro millimetri la posizione della porta, capace di annullare un contratto telefonico per un centesimo non previsto sulla bolletta. Cose così. L’Adele è una roccia. Anche se adesso è anziana, anche oggi, è ancora una roccia.
Ma quando l’altro giorno ha finito di raccontarmi la sua storia, l’Adele, mia zia, la sorella più piccola di mia nonna Ada, appena ha alzato la testa l’ho vista che aveva lo sguardo bagnato e la bocca che un po’ tremava.
Non è durato molto, qualche secondo, poi si è ripresa e gesticolando mi ha chiesto se volevo conoscere il trucco del baule con le spade. Questo però non posso raccontarvelo, le ho promesso che è un segreto.

***

[Questo pezzo l’avevo scritto qualche anno fa, poi era finito in un reading che si chiamava Si stava meglio quando si stava meglio, e poi in un ebook gratuito che si chiamava anche lui Si stava meglio quando si stava meglio. Oggi lo rimetto qui, correggendo qualche refuso, qualche tempo verbale e qualche virgola, perché sono fatto così, e perché oggi l’Adele compie 80 anni. E dopo alcune vicissitudini terribili capitate nel 2021, cose che avrebbero steso quasi chiunque, lei, l’Adele, con grande stupore di medici e specialisti che ancora non si spiegano come mai, si è ripresa e ha una testa che vorrei averla io, una testa così. Una testa lucida e dura, come una roccia.]

martedì 15 febbraio 2022

Dei ricordi (38)

E il 16 febbraio del 2016, nel tardo pomeriggio, ero a Mirandola, in provincia di Modena, anche se poi Mirandola è di là, nella parte sbagliata del Secchia, e noi che stiamo di qua facciamo un po’ fatica a sentirci affini, ma comunque, era tardo pomeriggio, ero a Mirandola e scrivevo una cosa che diceva così:

Piove come se piovesse.

Si vede che pioveva.


(Qui ci sono degli altri ricordi, se uno è interessato)

lunedì 14 febbraio 2022

Una rosa è una rosa è una rosa?

C’è una cosa che posto tutti gli anni, il 14 di febbraio, quando mi ricordo, e tutti gli anni la edito un po’, magari cambio anche solo una virgola, non che sia importante, ma sono fatto così. Ecco, quest’anno, chiedo scusa agli affezionati lettori di questo blog, ho poco tempo e quindi metto il link a quella che ho postato l’anno scorso.
Si intitola “Una rosa è una rosa è una rosa?” e parla di fiori, di amore alla Scuola Materna e di un’altra cosa che si capisce alla fine. Comincia così:

Avrò avuto quattro o cinque anni, ero al secondo o al terzo anno di scuola materna, dalle suore di Novi di Modena, e quando la mamma mi aveva chiesto una di quelle cose che chiedono i genitori ai figli piccoli per far finta di trattarli come adulti e soprattutto per far ridere gli altri adulti lì intorno, e cioè «Ce l’hai una morosina?», io avevo risposto deciso: «Sì che ce l’ho!»
«Chi è? Una tua compagna di classe?»
«Sì,» avevo risposto fiero, «si chiama Marcella.»

E continua qui.
Buon San Valentino anche a voi.

domenica 13 febbraio 2022

Una cosa che non interessa a nessuno

Ho appena finito di (ri)leggere tutti gli X-Men di Chris Claremont, quelli scritti dal 1975 al 1991, compresi tutti gli annual, gli speciali, le miniserie, le serie parallele tipo New Mutants e X-Factor che aveva iniziato e a un certo punto lasciato ad altri, e anche, alla fine, quella specie di sequel disastroso che era X-Men Forever, dal 2009 al 2011, che chiudeva tutte le trame lasciate in sospeso quando gli avevano tolto la serie nel 1991 e ne apriva poi delle altre di cui non vedremo mai la fine e, mi viene da dire, per fortuna. Ci ho messo qualche anno a (ri)leggere tutto in lingua originale su Marvel Unlimited, alla sera, nei fine settimana e nei ritagli di tempo, e leggendolo in lingua originale ci si accorge di una scrittura piena di capolavori linguistici, dialetti, idioletti e regionalismi, e riferimenti più o meno espliciti alla letteratura, al cinema e alla cultura pop di tre decenni e oltre e, insomma, la cosa che volevo dire, anche se forse non interessa a nessuno, è che Chris Claremont è uno dei più grandi scrittori del Novecento, anche se non lo sa quasi nessuno, e sicuramente il più grande sceneggiatore di cose seriali della Storia, e non parlo solo di fumetti, ma di tutto, di romanzi, di telefilm e di serie TV, di saghe cinematografiche e poemi cavallereschi, eccetera, e dopo averlo (ri)letto tutto mi sento una persona migliore. Che è poi l’effetto che di solito fanno quelli bravi. E quindi, ecco, a posto così. Buona domenica.

giovedì 10 febbraio 2022

Tutta Palestra (quattro anni dopo) (anzi, dieci)

[E ieri sera, dopo le due scossette di terremoto con epicentro a meno di dieci chilometri da dove stavo appoggiando il culo, mi è tornato in mente un discorso che avevo fatto a Novi di Modena nel 2016, quando, a quattro anni dal terremoto del 2012 che aveva distrutto il mio natìo borgo selvaggio, il Coro delle Mondine mi aveva chiesto di dire qualcosa e mi aveva fatto accompagnare, nelle letture, da Paolo Fresu e dalla Scraps Orchestra – una cosa che prima o poi dovrò mettere nel curriculum. Lo ricopio qui sotto, uguale uguale, con tutti i suoi refusi, per rileggermelo e vedere se le cose che avevo imparato allora me le ricordo ancora, o se ho imparato qualcosa di nuovo, o se invece ho disimparato tutto. Mah. Intanto, speriamo bene]

(1)

Buonasera a tutti.
Si sente?
Bene.
Io mi chiamo Marco Manicardi, alcuni di voi mi conoscono perché siamo cresciuti insieme, altri mi conoscono come il figlio di Iules, altri come il nipote di Corrado. Qualcuno invece non mi conosce, e gli basti sapere che sono nato a Carpi nel 1979, nello stesso ospedale dove una mia amica, la mattina del 29 maggio del 2012, ha iniziato a partorire in sala operatoria e, nel primissimo pomeriggio, ha poi dato alla luce un bambino bellissimo nel parco fuori dal pronto soccorso. Ma comunque, dicevo, sono nato a Carpi ma è a Novi che ho passato i primi 26 anni della mia vita, dopo sono andato a stare in centro storico a Carpi, per Amore. Mai avrei pensato che sarei diventato (virgolette) un fighetto carpigiano, e invece, portate pazienza, con l’amore non è che si possa fare tanto i furbi.

La cosa che vi leggo stasera è molto breve, sono nove minuti divisi per tre, si intitola Tutta palestra e i primi tre minuti iniziano martedì 29 maggio 2012, al mattino, quando ero nell’epicentro epicentrissimo del terremoto, perché di mestiere faccio l’ingegnere informatico tra Medolla e Mirandola (che culo, eh?), e mi ricordo che all’epoca, facendo due conti con INGV, Google Maps, latitudini e longitudini, ho scoperto che il centro esatto della catastrofe era a 500 metri scarsi dalla mia sedia.
Mi sono messo non so neanche come sotto il tavolo ad aspettare che finisse, sono scappato fuori, le cose cadevano, uno specchio scoppiava, i muri si aprivano, e a un centinaio di metri dal parcheggio dove ho finito la mia corsa c’era una colonna di fumo bianco che saliva. Lì, abbiamo saputo dopo, erano morte delle persone.

Poi il resto, come si dice, è storia: storia con la S maiuscola che ci accomuna tutti quanti, dalle nove e mezza del mattino all’una del pomeriggio dello stesso giorno, poi nelle settimane successive e così via. E poi ci sono tante storie con la s minuscola, ché di quel periodo là, ognuno ha la sua e, non so voi, ma io mi sono rotto un po’ i maroni di dire in giro la mia, che più passa il tempo e meno mi sembra speciale. Ha perso quella centralità nell’ordine delle cose che prima gli attribuivo. E forse è un buon segno. Vuol dire che la testa si è un po’ rimessa ad allenarsi per guardare avanti.
E infatti, quando mi hanno chiamato qui per parlare di Ricostruzione, non sapevo da dove cominciare. Poi ho capito che dovevo cominciare dalla mia testa. Dall’esercizio quotidiano che, coscientemente o meno, bisogna fare.
Non tanto per non avere paura, perché forse la paura vera l’abbiamo avuta solo in quei mesi là del 2012, mentre le cose ci capitavano intorno e noi non capivamo niente. Una gran paura, è vero, ma la paura è una sensazione con cui, sembra strano, si convive.
È la disperazione, quella con cui si devono fare i conti.
E la disperazione arriva dopo, arriva quando la paura non fa quasi più paura.
Allora penso che per ricostruire anche i muri delle nostre case dobbiamo prima capire come ricostruirci i nervi. O come esercitarci per farlo. Come si fa coi muscoli, come si fa in palestra.

(2)

Nel giugno del 2012 ero venuto qui a Novi a leggere delle cose, qualcuno di voi forse c’era e si ricorda, e dicevo che la parte interessante dei terremoti è che poi ognuno impara delle cose che prima non s’immaginava neanche. E alcune di queste cose le abbiamo imparate tutti, noi terremotati, come per esempio che non si può più, d’ora in poi, vivere come se non dovesse più esserci il terremoto.
Poi ci sono delle cose che ognuno impara a modo suo. E avevo fatto una lista delle cose che avevo imparato io, tra le quali dicevo che:
Ho imparato a individuare al volo i muri portanti delle stanze in cui entro.
Ho imparato a valutare sommariamente l’entità di una crepa.
Ho imparato a trattenere il magone per una crepa su di un edificio caro.
E ho imparato che ci sarà sempre almeno un altro edificio caro con una crepa in più.
Ho imparato a non rispondere a chi mi parla di spostamento dell’asse terrestre, di fracking, di complotti, di «ho un amico geologo che dice che», eccetera.
Ho imparato a rimanere calmo durante le piccole, continue scosse di assestamento.
Ho imparato che mettersi a correre non è la reazione migliore (quasi mai).
E ho imparato a fare delle docce velocissime.
Per non parlare della cacca.

Ecco, adesso che sono passati quattro anni, com’è andata la mia ricostruzione nervosa? Quelle cose che avevo imparato le so ancora? Se me le ripasso in testa, penso di sì. Ma mi son ritrovato a pensare che se dovesse ricapitarmi una cosa del genere, non sono tanto le cose che ho imparato che mi salveranno, ma sono le cose che sarò capace di fare adesso che so com’è un terremoto.

Sarò capace, per esempio, di non mettermi a correre?
Sarò capace di consigliare al volo chi mi sta intorno e che magari un terremoto non l’ha mai visto?
Sarò capace di rimanere calmo, di ragionare?
Sempre? Anche adesso che ho un figlio?
Sarò capace di non arrabbiarmi con chi parlerà nuovamente di complotti e previsioni e altre cazzate del genere?
Sarò capace, soprattutto, di aiutare qualcuno? Fisicamente, moralmente, economicamente?
E poi sarò capace di aiutarne un altro, e poi un altro ancora e così via finché ci sarà qualcuno alla mia portata?
Sarò capace?

Eh. Queste sono le cose che vorrei saper fare, se mai dovesse ricapitare. Speriamo di no.
E più passa il tempo, più spero di allungarla, questa lista di domande. Perché forse la ricostruzione del sistema nervoso è un esercizio, come le rivoluzioni, che iniziano sempre a casa, davanti allo specchio del bagno.

Ecco, a tal proposito, ci sono solo un paio di cose che so già che non sarò capace e che ho, come dire, disimparato. Per esempio ho ricominciato a fare delle docce un po’ più lunghe, con delle belle insaponate di qualche minuto.
E quando vado a fare la cacca, ahimè, mi porto dietro il giornale.

(3)

Verso la fine di luglio del 2012, che era il sessantesimo anniversario di matrimonio dei miei nonni (adesso sono quasi sessantaquattro, pensa te), siamo andati nella via dove c’era prima la loro casa, che poi c’è ancora, solo che non ci si può più entrare e nel 2016 è ancora lì a far da monumento… ma comunque, quella sera di fine luglio del 2012, in fondo alla via aveva appena riaperto, dopo quasi due mesi, la pizzeria, che praticamente era l’unico edificio agibile sulla strada. E quella sera la pizzeria era piena di gente, c’era da far la fila, e una cosa bellissima che si notava, dopo due mesi dalla catastrofe, è che c’era della contentezza. C’era della contentezza a far la fila.
E ancora così? Non lo so. Credo di no.

Dopo, la stessa sera, parlando un po’ coi miei genitori, a tavola, ho scoperto che il meccanico delle biciclette, che aveva la bottega squarciata nella zona rossa, aveva riallestito il negozio nel suo garage e anche adesso lavora lì tutti i giorni.
E poi c’era il barbiere, che dopo decine di anni di lavoro a Rolo era appena riuscito ad aprire la bottega in centro a Novi, il suo paese, e adesso tagliava i capelli regolarmente al primo piano di casa sua, appena fuori dalla zona rossa, supposto che avesse un senso parlare di una zona rossa, a Novi di Modena, che mi vien da dire che dove non era rossa era fuxia; in certi posti era bordeaux.

E allora, per concludere, e intanto vi ringrazio e scusate se vi ho fatto perdere del tempo, mi è venuto da pensare che non è tanto questione, come si diceva sui giornali e in televisione, di emilianità (che non esiste, l’emilianità) o di tenere botta (uno slogan che alla fine della fiera vuol dire più o meno “portiamo pazienza”), ma invece, forse, è come dice lo scrittore Paolo Nori in un discorso bellissimo intitolato Noi e i governi, che ha dentro un pezzo che fa così:

[…] c’è un mio amico, […] che è uno storico della città di Pietroburgo e gli avevano impedito di fare il suo lavoro perché era un antisovietico, seguito dalla polizia segreta, e è stato costretto a lavorare in fabbrica e ha continuato a studiare per conto suo, di notte, e andava in biblioteca al sabato e alla domenica, e lui per tutta la vita, se la libertà fosse un muscolo, che si rafforza con l’esercizio, come tutte le altre cose, be’, se la libertà fosse un muscolo, o un fascio di muscoli, come i muscoli addominali, che lì non si scappa, si sente al tatto, o ce li hai o non ce li hai, non te li danno gli altri, te li fai su te, con la pratica, be’, è come se lui, quel mio amico lì, […], la sua libertà l’avesse esercitata tutti i giorni per quarant’anni e l’Unione Sovietica è stata la palestra ideale, per lui, e andava in giro per l’Unione Sovietica con il suo ventre piatto da pugilatore e guardarlo andare era un piacere.

Ecco, adesso non lo so come andrà a finire, che dopo quattro anni dalle nostre parti c’è ancora un bel po’ di disperazione, altro che l’emiliano di qua e l’emiliano di là. Ma la ricostruzione è iniziata. Almeno un pochino. E dove non è iniziata, forse è ora che ci esercitiamo a farla iniziare dentro le nostre teste. Con esercizio costante. Una pratica quotidiana, dove e quando possibile.
Perché la ricostruzione è un muscolo. E si potrebbe dire che le cose come i terremoti possono farci disperare all’infinito, oppure possono farci venire il ventre piatto del pugilatore.
La seconda alternativa la possiamo scegliere.
È come se ci avessero dato gratis la tessera di iscrizione.
Anche perché qua, a Novi di Modena, ma anche a Rovereto, a Sant’Antonio in Mercadello, a Cavezzo, Medolla, Mirandola, a San Felice, e in generale in tutta la bassa, anche adesso, anche oggi, è tutta palestra.

giovedì 3 febbraio 2022

Comunque

E comunque, il Miny ha detto che «comunque» (inizia spesso le frasi con «comunque», non so come mai) «quest’anno non c’è nessuno meglio di Colapesce e Dimartino, forse solo Noemi ma perché ha i capelli come Ginny Weasley». E oggi è tutto il giorno che canticchia Musica leggerissima. Mi ha anche chiesto di comprargli il CD (gliel’ho comprato, fra qualche giorno arriva).
Poi è filato in camera sua, ha rumato un po’ nella scatola dei Lego, ed è tornato, appunto, con Colapesce e Dimartino:

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/