venerdì 21 dicembre 2012

Che i vostri giorni siano allegri e luminosi

Ma no, no, che la madre del mio amico Gianni blisga e si rompe una spalla, è già la seconda volta, e il cane che c’è poi da pulirgli i piedi, entrare con le scarpe e il carrarmato, delle pedate, le mogli urlano, e il mio amico Gabriele che deve far dei tunnel per uscire, e a camminare, stare molto attenti, le catene, e poi la rotta, ma no, no, voi non lo so, ma io no, non sto mica sognando un bianco Natale.

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mercoledì 19 dicembre 2012

Prova

Prova a chiedercelo, a noi, a noi di Novi di Modena, di Mirandola, di Cavezzo, di Finale Emilia, di San Felice, ma prova anche con noi di Carpi, di Mortizzuolo, di Crevalcore, di Rolo, Reggiolo, Moglia e Fabbrico, prova a chiedercelo, a noi, cosa ce ne frega del ventun-dicembre-duemiladodici. Prova.

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sabato 15 dicembre 2012

È un periodo

È un periodo che i treni passano, e mi dicon «sàli», e mi dicon «dài», e mi dicon «su»; e io son lì sul prato del mondo, che guardo, con gli occhi vuoti, li guardo passare, come fanno le vacche.

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giovedì 13 dicembre 2012

Andando

E poi ci sono quelle mattine invernali, all’alba, col cielo che si tinge di un rosa sciocco, e di blu slavato, ch’è d’un bello, mentre sale il sole, e ci guidi verso, nel traffico assonnato, guardi avanti ma in alto, e ti dici che bello, e ti dici pensa te, la natura, com’è, che ti chiedi cosa stai facendo, che ti chiedi dove stai andando. Stai andando a lavorare.

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venerdì 7 dicembre 2012

Under pressure

C’è un blog di cucina (ma anche no) che si chiama BruttoChef e ci scrive della gente molto bella. Io so fare solo le uova al tegamino, la pasta col pomodoro e l’arrosto. Magari un’altra volta racconto la storia dell’arrosto, ma adesso ne avevo un’altra, di storie, da raccontare. Parla del mio rapporto con la pressione, e viceversa; si chiama “Sale, sale, e fa male” e inizia così:

Tre anni fa avevo la pressione di un sessantenne. Un giorno, in ufficio, ho sentito esplodermi la testa e i pensieri cercare di farsi largo in una scatola d’ovatta. Ho guardato la faccia della collega che spuntava sopra lo schermo del computer di fronte e le ho detto: veh, forse non sto mica tanto bene. E sono andato dal dottore.

Poi continua su BruttoChef…

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venerdì 9 novembre 2012

C.C.C.P.

Chiedevo sempre a mio padre cosa volesse dire C.C.C.P., quando lo leggevo sulle canottiere degli atleti ai mondiali o alle olimpiadi.
Mio padre rispondeva tutte le volte: «Col Cazzo Che Perdiamo!»
Avevo dieci anni quando cadde il muro. Quasi undici.

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martedì 9 ottobre 2012

«Scegli uno strumento e suonalo»

E io avevo scelto il pianoforte. Così, in maniera del tutto scriteriata, mi han fatto suonare un accordo di la-minore-settima-diminuito. Poi serviva un componente per un quartetto di clacson, e ovviamente non mi sono tirato indietro. E quindi, dopo aver aspettato i tempi tecnici che ci son da aspettare nel settore, quando si passa dalla registrazione alla pubblicazione, finalmente esce in digibook – vuol dire con la copertina cartonata rigida e il libretto plastificato molto stiloso e le foto ad altissima definizione e cose così – IL MIO DISCO. Che poi è Togliamoci il pensiero, il nuovo album di quel bravo canzonettista amico mio che si chiama Giancarlo Frigieri, dove ho suonato un accordo di la-minore-settima-diminuito e un clacson in un quartetto di clacson diretto come si deve da Giancarlo. Qui c’è scritto come fare per avere il disco. Qui si può ascoltare la titletrack, come la chiamano nell’ambiente (io suono in un’altra canzone, che s’intitola L’altra). Secondo me è molto bello.

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venerdì 5 ottobre 2012

(prova, prova, poesia)

Le rondini

Ci sono dei momenti,
all’inizio dell’estate, al crepuscolo,
che magari sono in giro col mio cane
e mi siedo sopra una panchina, nella piazza
grandissima di Carpi,
e il cane è lì a far le sue cose,
annusa i suoi amici cani,
sui pali e sui piloni,
mentre la gente cammina,
intenta a far le proprie,
chi all’aperitivo, chi tacchina le ragazze,
chi torna a casa a cena, in bicicletta,
ognuno concentrato
nel suo intorno,
col campo percettivo limitato
a pochi metri,

martedì 2 ottobre 2012

Lui li chiamava (ci chiamava) jazz-amatori

E gli piaceva da matti Louis Armstrong*, che «con il suo strumento riesce ad esprimersi con la precisione e il calore di un angelo.»*
Ciao Eric J.

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giovedì 27 settembre 2012

Mi son trovato davanti alla prova tangibile della fine delle cose costruite dall’uomo

… e nello specifico erano le cose costruite dall’uomo sotto le quali ho vissuto, giocato, amato, parlato, gridato e fatto a botte, delle volte, per almeno venticinque anni della mia esistenza.

Così dicevo qualche mese fa, quando sono andato a vedere come stavano i miei nel natìo borgo selvaggio, trovandoli inevitabilmente tutti, i miei e il borgo selvaggio, in pessime condizioni. Avevo anche scattato una foto, quel giorno là, una sola, in quel memorabile 29 maggio 2012  alle sei del pomeriggio o giù di lì, mentre i miei, insieme ai vicini, stavano preparando la cena in giardino, sul prato dove avrebbero dormito, mangiato e vissuto per almeno un paio di mesi tondi e tremolanti.

E niente, il comune di Novi di Modena ha deciso di inserire i suoi monumenti, anche quelli che non ci son più, nella campagna Wiki Loves Monuments di Wikipedia, e io gli ho regalato la mia foto. Le cose cadono, purtroppo.

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lunedì 24 settembre 2012

Una specie di prefazione con una dedica alla fine

Quand’ero piccolo, ma piccolo piccolo, diciamo in prima media, mia mamma m’aveva regalato di sua spontanea volontà un computer: era un Olivetti PC1, un 8086 senza disco fisso, con 512Kb di RAM, lo schermo monocromatico verde e due porte per i dischetti da tre pollici e mezzo. Ero il bambino più felice della Terra. Non che immaginassi che quel computer m’avrebbe poi condizionato la vita, le passioni, le scelte e, insomma, il futuro. Ma questa è un’altra storia.
Quand’ero piccolo, ma un po’ meno piccolo, diciamo fino alla prima superiore, quando poi me ne han comprato uno più potente e a colori e col disco fisso, con quel computer lì, con l’Olivetti PC1, ci facevo di tutto; e in particolare è sul quel computer lì che ho cominciato a scrivere. Mi ricordo che avevo un dischetto, con l’etichetta “RACCONTI”, in cui raccoglievo tutto quello che scrivevo nella mia stanzetta, davanti allo schermo monocromatico verde, dove avevo anche imparato a scrivere usando quasi tutte le dita e senza guardare la tastiera, che è una cosa che è come andare in bicicletta, poi uno non si dimentica più come si fa.
Chissà dov’è andato a finire, il dischetto “RACCONTI”, anche se, comunque, nel caso in cui saltasse fuori adesso, improvvisamente, non saprei davvero come fare a leggerlo. Però di due racconti che c’eran dentro mi ricordo qualcosa, non i titoli, ma mi ricordo che erano entrambi incompiuti.
In uno si parlava di un bambino che veniva strappato alla madre subito dopo il travaglio e veniva chiuso in una stanza buia da un gruppo di ricercatori; poi questi ricercatori l’hanno sfamato e lavato fino all’adolescenza, e tutte le volte che entravano nella stanza buia in cui l’avevano chiuso, gli parlavano a caso, con delle parole che non esistono, senza senso, le prime combinazioni di suoni che passavan per la testa, tipo “asdurubala scuri scalavateri” o “sberfi maraviona patori” o “pleburi tani tuttidrugini bibbi” e così via; e il bambino, arrivato a quindici o sedici anni, si era creato un linguaggio tutto suo, nella sua testa, ed era anche riuscito a scappare non ricordo come. Poi il racconto si interrompeva lì, immagino che fosse perché non sapevo come andare avanti.
Nell’altro racconto, c’era un uomo che entrava in un bar, ordinava una bevanda dal nome strano, aveva una valigetta piena di soldi ed era incazzato nero perché l’avevano fregato in certe questioni illegali che non erano specificate perché era l’inizio del racconto e si vede che volevo tenere alta la tensione; poi l’uomo, mentre beveva la bevanda dal nome strano, guardava sempre l’orologio perché aspettava qualcuno per risolvere quelle certe questioni illegali che non avevo ancora specificato, e a un certo punto guarda il bicchiere e si accorge che sta bevendo una roba blu, che era un colore sbagliato per una bevanda del genere, e allora pensa una cosa del tipo Ma guarda te che incapaci, non sanno neanche impostare bene il colore, quando esco da questa realtà virtuale del cavolo denuncio i programmatori. Poi anche quel racconto si interrompeva, immagino che fosse perché non sapevo bene come andare avanti tenendo alta la tensione.
Dev’essere stato a quei tempi lì che ho cominciato a capire di non essere uno scrittore ma un lettore (una cosa che a dirla si fa sempre bella figura, anche se è una cosa abbastanza paracula, e infatti uno che la diceva sempre era Borges). Ci ero rimasto male, a quell’età lì, ma dopo un po’, crescendo, ci avevo fatto pace, con l’idea di non essere uno scrittore, men che meno uno scrittore di fantascienza, e infatti per questa raccolta chiamata L’ennesimo libro della fantascienza non ho scritto neanche un racconto.
Però un lettore sì, lo ero e lo sono sempre stato, e ora, in questo momento, che non son più piccolo piccolo, di fantascienza ne leggo ancora a palate, anche se a trent’anni bisogna stare attenti a dove la si dice, una cosa del genere. Ma a voi posso confessarlo: io sono un appassionato di fantascienza. E anzi, meglio: io la fantascienza la amo.

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Continua su L’ennesimo libro della fantascienza, del quale è la prefazione, e anche su l’ennesimo blog della fantascienza, pensa te.

venerdì 21 settembre 2012

The SKY's the limit

C’è che non so mica dire di no, e quando mi han telefonato, non sapendo cosa dire, ho detto sì. Quindi domani pare che si possa vedere il mio faccione su SKY Premium HD, dove trasmettono il “concertone” del Campovolo, che si chiama Italia Loves Emilia. Da quello che ho capito, SKY dovrebbe trasmettere una canzone su tre per ogni artista sul palco e, durante le altre due, staccare ogni tanto sul backstage dove qualcuno fa delle domande a qualcun altro e, ecco, io dovrei esser lì insieme a Leonardo. E insomma, mi son dovuto tagliare i capelli.

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martedì 4 settembre 2012

Delle cose che fan tremar le gambe

Il terremoto, per esempio, è una cosa che fa tremar le gambe. Appena hanno smesso di tremare, le gambe, anzi, meglio, mentre stavano smettendo di tremare, avevo scritto qualche post dove spiegavo cosa fosse stato per me il mio personale tremar di gambe, e anche quello della mia famiglia.

Poi, una sera, le ragazze del Coro delle Mondine di Novi di Modena ci han chiamati a leggere di fronte ai novesi, e io avevo preso questi post, li avevo mischiati e riscritti, e me li ero portati dietro, un po’ intimorito. Quella sera là, il 24 di giugno, era la prima volta che i novesi uscivano di casa, chi aveva ancora una casa, o dalle tende, o dai camper e dai container, per passare una serata tutti insieme e tirare un po’ di fiato. Giocava l’Italia agli Europei, quella sera là, e all’inizio speravamo ingenuamente in una partita corta, novanta minuti canonici più i recuperi e via, ma alla fine è andata bene che fossimo arrivati ai rigori, ché voleva dire star più tempo all’aria aperta insieme, a ridere e scherzare, ed era un periodo, quello, l’abbiam capito dopo, che c’era una gran voglia di stare insieme all’aria aperta a ridere e a scherzare. E infatti, alle due di notte, quando abbiam finito di leggere, di suonare, di cantare e di guardar l’Italia, erano tutti ancora lì sulle tribune del Parco della Resistenza, i novesi, anche i vecchi e i bambini, e mio nonno mi diceva che era da quando aveva trent’anni, negli anni cinquanta, che non andava a letto così tardi: era contentissimo. Quella sera là, leggere davanti ai miei concittadini la storia della mia famiglia durante e dopo il terremoto, anche quella è stata una cosa da far tremar le gambe. Forse più del terremoto.

E alla fine, ieri sono uscite le nomination per i Macchianera Italian Awards, una specie di Notte degli Oscar della blogsfera, e mi son ritrovato in nomination nella categoria “Miglior articolo o post dell’anno” con uno dei post che avevo scritto e che avevo intitolato Generi di prima necessità. In verità, per metà l’ha scritto mia sorella, o meglio: le ho rubato delle parole che aveva scritto su facebook, e lei non era così convinta di farmele pubblicare, che si vergognava, ma vabbè, sono pur sempre il fratello grande e le ho prese lo stesso. E insomma, niente, se avete voglia, votateci (qui),  avete tempo fino al 26 di settembre. Poi, se non vinciamo, fa lo stesso, ché io, personalmente, son già contento così, talmente contento che è una cosa da far tremar le gambe. Forse più del terremoto.

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(Se votate anche Barabba nella categoria “Miglior sito letterario”, grazie, ci fa piacere.)

martedì 21 agosto 2012

Le immancabili foto del viaggio di nozze

Le trovate qui (più che altro delle stanzette letterarie) e qui (più che altro delle statue e dei monumenti). Come potete notare, non siamo gente da autoscatti.

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lunedì 6 agosto 2012

Viaggio di nozze

Ci eravamo sempre detti: il viaggio di nozze lo facciamo in Russia. Solo che poi non ci siamo mai sposati, anche se ogni tanto le ripeto che sarebbe ora di regolarizzare la nostra situazione, almeno in termini di assistenza ospedaliera e carceraria, di pensione di reversibilità, eccetera.

Però, insomma, ci abbiam pensato, ci è tornato in mente che una notte di circa sette anni fa, e una manciata di mesi, per esser precisi, eravamo a Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, davanti alla statua di Lenin a giurarci eterno amore con tanto di testimoni, visto che girava la voce che il compagno Lenin fosse sindaco onorario di Cavriago dal 1920. Invece, poi, ho scoperto che:

Le elezioni amministrative del 1920, svoltesi senza alcun incidente, vedono l’affermazione netta della lista socialista e la nomina di Cavecchi a Sindaco. Lo spoglio delle schede rivela che un voto è stato dato simbolicamente a Lenin. Non esiste alcun atto formale dal quale si possa desumere il conferimento del titolo di primo cittadino onorario al leader del bolscevismo, ma di certo il valore simbolico di quel gesto è forte e inequivocabile e testimonia un legame appassionato tra il popolo socialista di Cavriago e i compagni rivoluzionari russi. *

Ma niente, fa lo stesso, noi stasera partiamo per il nostro ufficiosissimo viaggio di nozze. San Pietroburgo, Mosca e Volgograd. Anzi: Leningrado, Mosca, Stalingrado. Ci risentiamo tra una quindicina di giorni. Ciao.

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giovedì 2 agosto 2012

2 agosto 1952, 2 agosto 1980, 2 agosto 1998

l’Aldina… com’era bella, l’Aldina, era la più povera del paese quando l’ho sposata, sono andato in bicicletta a casa sua, una notte, l’ho caricata sulla canna e via, ci siamo sposati che era già incinta… l’ho presa sulla canna, quella notte là, l’Aldina, e lei aveva una scatola da scarpe come dote… ma mica piena, eh, la dote era proprio la scatola da scarpe, pensa te com’era povera… ma com’era bella, l’Aldina, che poi l’abbiamo chiamata a lavorare in campagna e non sapeva fare niente, e quando c’era da spostare il fieno le cadeva sempre tutto addosso che io e mio padre facevamo di quelle ridute che cascavam per terra…

Questa cosa qui, raccontata da un certo Learco in una specie di monologo che avevo scritto tempo fa, è successa davvero, solo che Learco non si chiama Learco, ma Corrado, e l’Aldina non si chiama Aldina, ma Ada. Sono i miei nonni, sfollati dal terremoto, che oggi festeggiano sessanta (60) anni di matrimonio. Auguri, nonni.

Mia madre l’indomani voleva prendere il treno, s’era fissata con questa idea, diceva a mio padre dai Imbeni, domani ci svegliamo presto e prendiamo quello delle nove, che ci vuole. Poi però si sono svegliati tardi, mia madre ci metteva un sacco di tempo a prepararsi, è una che ci ha sempre messo molto tempo.

Trentadue anni fa (32), invece, in mezzo alla mattinata, la mia dolce metà era a Bologna, più o meno. Ce lo aveva raccontato due anni fa. Certe volte ci vuole del culo.

Poi, per completare il giro delle ricorrenze, nel 1998, visto che ci eravamo appena diplomati e avevamo da passare quella meravigliosa estate di nulla che ci separava dal primo anno di università o dal lavoro a vita, avevamo pensato bene di fare un bell’interrail in Francia, Belgio e, ovviamente, che eravamo giovani, Olanda. Mi ricordo che avevo fatto di tutto perché il 2 agosto si passasse per Parigi, e nessuno capiva il perché, ma appena scesi dal treno e trovata una camera per dormirci in sei, abbiamo preso la metro e siamo arrivati sugli Champs-Élysées. C’era molto trambusto, nessuno capiva perché, solo io, dopo aver tirato fuori una bandiera italiana dallo zainetto, mi son messo a correre verso le transenne zampettando come un matto. Allora anche gli altri han capito che quel giorno lì arrivava il Tour de France, e c’era Pantani con la maglia e il pizzetto gialli. Sportivamente parlando, fu uno dei giorni più belli della mia vita. Dopo l’Alpe d’Huez del 1995, ovviamente.

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giovedì 26 luglio 2012

Faccio la coda di pavone

Oggi è uscito per Chiarelettere una specie di instant-ebook sul terremoto, si chiama La scossa, l’ha scritto il dottor Leonardo Tondelli, una bellissima persona con cui chiunque, una volta nella vita, dovrebbe bere una birra o una spuma. Non l’ho ancora letto, il libro elettrico di Leonardo, l’ho solo spulciato stamattina al bar, ma nei ringraziamenti, alla fine, c’è scritto così:

Tra i blogger che hanno vissuto il terremoto in prima linea, segnalo quello di Marco Manicardi (http://marcomanicardi.altervista.org) a cui avrei voluto saccheggiare diverso materiale letterario, ma lui se ne sarebbe accorto e sa dove parcheggio.

L’espressione più strana delle rughe sulla mia fronte si è verificata quando ci siamo imbattuti, io e la mia fronte, nelle parole “materiale letterario”. Allora, insomma, come dice il titolo del post, e come si dice tra noi ex-giovinastri, faccio la coda di pavone.

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mercoledì 18 luglio 2012

Pressappoco i Buzzcocks

Una volta scrivevo di musica italiana per HateTv, poi ho scritto principalmente di musica italiana per il Mucchio, poi un po’ sono arrivate delle cose che mi toglievano del tempo, un po’ mi son rotto i maroni, ché, come diceva non ricordo chi, «a forza di recensire dei demo si diventa brutti», allora ho smesso.

Adesso c’è questo blog molto bello che si chiama Pressappoco e che pubblica una sola foto per ogni concerto, con l’obbligo morale per il fotografo di scattare una sola foto in ogni concerto, e quando sono andato a Dro a vedere i Buzzcocks ho pensato di fare una foto, una sola, e poi mandargliela. Ecco, è questa qui.

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martedì 26 giugno 2012

Un'intervista e una specie di poesia

Il mio amico diegodatorino, che è uno dello staff di altervista, oltre che un buon compagno di bevute, mi ha fatto delle domande su questo periodo emiliano, e io gli ho risposto, qui.

La mia amica AlessandraC, che è una specie di Bartezzaghi al femminile, ha composto dei versi alessandrini con le cose che ho scritto qua e là per l’internet durante il terremoto, si possono leggere qui. Io non lo sapevo mica che in quello che scrivo ci finiscon così tanti alessandrini.

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venerdì 22 giugno 2012

Marciar marciar

La mia amica astridula un paio di settimane fa mi aveva spedito una canzone partigiana per alleviare le pene di noi terremotati e io l’avevo pubblicata qui. Qualche sera dopo, la mia amica astridula ha letto quel post al suo Coro popolare della Resistenza di Udine e loro, quelli del coro, han deciso di ricantarla tutti insieme:

Marciar

A marciare avevamo ricominciato da Carpi, adesso continuiamo con Novi di Modena,  il 24 giugno, insieme al Coro delle Mondine. Marciar marciar, marciar ci batte il cuore.

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domenica 17 giugno 2012

Togliamoci il pensiero

Un giorno d’aprile di quest’anno mi suona il telefono ed è il mio amico canzonettista Giancarlo Frigieri che mi vuole in studio per contribuire al suo nuovo disco Togliamoci il pensiero (che uscirà, speriamo, dopo l’estate).
Mi fa, Giancarlo, «vieni dentro con la macchina», nello studio di registrazione di Rubiera. Io entro con la mia Fiat Punto grigia che si chiama Bradamante, mi metto in fila con altre tre macchine di stili e rumori diversi, e partecipo orgogliosamente al primo quartetto di clacson (che non so se si scrive proprio “clacson”, ma insomma, avete capito) della musica indipendente italiana.
Mi fa, poi, Giancarlo, «scegli uno strumento e suonalo», e io scelgo il pianoforte, ma gli dico che voglio fare solo una nota. Allora lui mi propone un accordo arpeggiato, delle persone esperte mi mettono le dita dove devono stare sui tasti bianchi e neri, e io suono orgogliosamente, una quindicina di volte, un la-minore-settima-diminuito.

Ecco, quando uscirà Togliamoci il pensiero, dentro, ci sarò anch’io. Intanto, adesso c’è un video montato dal prode Cesare Anceschi con un po’ di cose successe in quei giorni d’aprile nello studio di registrazione di Rubiera. Come nei migliori action-movie dei supereroi, non uscite dalla sala dopo i titoli di coda. Click.

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venerdì 15 giugno 2012

Pensa te

Un pisolo pomeridiano, Bitches Brew in sottofondo, il cane accoccolato di fianco, una gatta addormentata tra le gambe, la brezza leggera che arriva dalla finestra aperta sulla piazza assolata, niente scosse che interrompono i pensieri, la pace. Pensa te, la cassa integrazione.

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giovedì 14 giugno 2012

È un periodo

È un periodo che si fan di quelle litigate, tra parenti, amici e conoscenti, che magari eran degli anni che tenevi tutto dentro a covare, senza dir niente per decenza, e invece adesso… adesso è un periodo che, come dice mia suocera, «i coglioni vengono al pettine».

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mercoledì 13 giugno 2012

Una cassetta di mele

Poi ti ritrovi a svuotare e smontare completamente la camera dei nonni, perché lì, nella loro casina che per loro era come un castello, per niente moderna ma tenuta con tanto amore, piena di ricordi e di abitudini… ahimè, non ci potranno più vivere. Guardo negli occhi la nonna che, per non pensarci, sta a casa mia a cucinare qualsiasi cosa gli sta passando per la testa e poi guardo negli occhi il nonno, che invece è là a guardare il figlio e i nipoti che smontano e caricano sul furgone un pezzo della sua vita. Entro in casa e prendo una M&M’s (che adora), gliela porto, la mangia ma è arrabbiato, il cuore è spezzato. Li vedo, sono abbattuti, delusi, arrabbiati con un nemico invisibile che in pochi secondi (un po’ per volta) gli ha portato via tutto ciò che con fatica e sudore si erano costruiti per poter vivere una vecchiaia serena. Li vedo così, con reazioni diverse, ma entrambi seri e in silenzio. Cercano di farsene una ragione, che in realtà non si faranno mai. Cercano di non far vedere troppo la sofferenza che stanno provando, ma che negli occhi si vede comunque, solo per non far stare peggio noi che gli siamo vicini.

Ci penso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.

Io, come mio fratello, in quella casa ci sono cresciuta. Se non tutti i giorni, al massimo ogni due giorni, andavo là per fare due risate e soprattutto per fargli fare due risate. Dopo sì che erano felici, dopo sì che anche io ero felice sapendo di averli resi felici.
Da oggi non potrò più dire “vado dai nonni”; da oggi non potrò più fare arrabbiare la nonna presentandomi all’ultimo secondo a casa sua per pranzo o per cena, senza averla avvisata almeno qualche ora prima; da oggi non potrò più andare là e dire “dai nonno, vieni con me! – e lui perplesso: ma indua? – Nonno non preoccuparti, andiamo!” e anche se un po’ nervoso per non averlo avvisato prima, veniva sempre.

Ci ripenso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.

Questa cosa qui l’ha scritta ieri mia sorella su facebook, dopo che, smontati e caricati e spostati letti e armadi, abbiamo chiuso a chiave per sempre la porta della casa disastrata dei nonni. Ma prima di farlo, prima di girare per l’ultima volta la chiave nella toppa, col cuore che piangeva, io e mio padre siamo andati nel solaio tutto crepato e abbiamo tirato fuori la macchina da cucire della nonna. Quando gliel’abbiamo portata, forse per la prima volta da tantissimo tempo, ho visto gli occhi di mia nonna inumidirsi. Ha sorriso e ha detto «oh, là, questa è proprio la mia». È una vecchia CASER fissata su un tavolino di legno tarlato, con la pedaliera in metallo, forse di ghisa, credo. L’ha comprata nel ’53 già usata.

«Non l’ho proprio comprata» dice mia nonna dopo qualche minuto di silenzio e contemplazione, «l’avevo vista da una signora, mi piaceva, l’ho scambiata con un una cassetta di mele.»

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lunedì 11 giugno 2012

Ho imparato

Ho imparato a individuare al volo i muri portanti delle stanze in cui entro.
Ho imparato a valutare sommariamente l’entità di una crepa.
Ho imparato a trattenere il magone per una crepa su di un edificio caro.
Ho imparato che ci sarà sempre almeno un altro edificio caro con una crepa in più.

Ho imparato ad ascoltare le storie delle persone e ho imparato a farlo in silenzio.
Ho imparato a raccontare la mia storia, senza la pretesa che sia speciale.
Ho imparato a non rispondere a chi mi parla di spostamento dell’asse terrestre, di fracking, di complotti sulla magnitudo, di loro amici geologi, di «fate girare per favore», di «qualcuno sapeva», di «ne verrà un’altra forte».
Ho imparato, se proprio mi arrabbio, a rispondere secco «ciao, scusa, devo andare.»

Ho imparato a rimanere calmo durante le piccole, continue scosse di assestamento.
Ho imparato che mettersi a correre non è la reazione migliore, quasi mai.
Ho imparato a fare delle docce velocissime.
Per non parlare della cacca.

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sabato 9 giugno 2012

Ricomincio da Carpi

L’altro giorno, la mia amica astridula, che tra l’altro abita abbastanza vicino all’epicentro della scossa di stamattina nel nord-est e che aveva letto che qui eravamo rimasti senza musica, e forse pensando al continuo camminare avanti e indietro dei volontari per le ronde anti-sciacallaggio, mi aveva mandato questa canzone partigiana, che si intitola Marciar Marciar (lo so che si vergogna un pochino, la astridula, ma la pubblico lo stesso):

MarciarMarciar

Ecco, marciar marciar. Ora sono in casa, fuori non c’è più silenzio, mancano ancora un sacco di cose, ma ci sono delle voci, delle saracinesche che si alzano, delle ruote di bicicletta che passano sotto le finestre. Prima ho pranzato in un bar del centro, nella zona rossa, stasera vado in pizzeria. Forse domani mangio fuori altre due o tre volte.

Una metà del mio cuore, la metà novese, è ancora fortemente dissestata, ma oggi ha riaperto il centro di Carpi. Un giorno riaprirà, quando l’avranno ricostruito, quello di Novi, e via via tutti gli altri, da Mirandola a San Felice a Finale Emilia, fino a Ferrara. Ma adesso sono qui, a casa mia, a guardare dalla finestra i miei concittadini che ricominciano a marciare.

Marciar marciar. Ricominciamo da Carpi.

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venerdì 8 giugno 2012

Generi di prima necessità

Adesso giro sempre col cane al guinzaglio e una borsina con dentro il computer, il caricabatterie del cellulare, la carta di credito, due libri (Io sono la guerra, che sto leggendo; Il maestro e Margherita, che sto per leggere) e un kindle (prima o poi lo finirò, Infinite Jest), anche se è un periodo che leggere è fatica.

Mio suocero, Gianfranco, che non è mai uscito di casa, in zona rossa a Carpi, quando gli abbiam chiesto cosa gli serviva, ci ha detto: sigarette e Lambrusco. E noi glieli abbiamo portati. «Siete la mia protezione civile», ci ha detto.

Mia nonna, Ada, sfollata in un camper davanti a casa dei miei, a Novi di Modena, quando siamo andati a recuperare le sue cose col carriolino e lei ha iniziato a capire che forse non sarebbe mai più rientrata nel posto in cui ha abitato per almeno cinquant’anni, ecco, le prime cose che ci ha fatto portar fuori, prima ancora dei vestiti e dei giabanini di valore, sono state: il casco per la permanente (perché le signore son signore in ogni situazione), l’asse per la sfoglia (perché «tua madre ha un tavolo che non va mica bene»), due o tre mattarelli e farina e uova (perché anche se casca il mondo bisogna fare delle torte).

Ed è sempre più vero quello che mi diceva un amico cantautore un paio di giorni dopo la prima scossa del 20 maggio, e cioè che «l’unica cosa positiva di un disastro è che ti fa riconsiderare le priorità, e non so se sia il karma, lo ying e lo yang o chissà che cosa, però è indubbio che ti rimette a posto il cervello per quel che vale la pena di avere e vivere. Poi, piano piano, ti scordi tutto e ritorni un cretino. Chissà quale delle due è la nostra vera indole.» Siam fatti così.

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mercoledì 6 giugno 2012

Mancano

La zona rossa di Carpi, dovreste vederla, se solo vi facessero entrare, voi non residenti: c’è una specie di coprifuoco perpetuo e spontaneo, son quasi tutti fuggiti, il silenzio è irreale, è una città fantasma. Mi mancano le urla dei bambini in piazza, sotto la finestra, il rombo d’accensione dell’Harley alle otto di sera, tutte le sere, la giostrina che suona i pompieri di Viggiù e Barbie Girl venti ore al giorno, il brusio dei negozi e il vociare dell’aperitivo al caffè di fronte, quando la gente è talmente tanta da coprire le nostre chiacchiere casalinghe; mi manca il macinino del comune che all’alba pulisce le strade e mi manca perfino, sotto al portico, la filodiffusione. Mi mancano tutte quelle robe, insomma, che prima, vacca d’un cane, non so neanche spiegarvi quanto mi stavan sui maroni.

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martedì 5 giugno 2012

La Richter, la RAF

Mio nonno, Corrado, stamattina mi ha detto che durante la scossa dell’altra sera, a Novi di Modena, che lui era a Novi di Modena, durante la scossa dell’altra sera, era un po’ come trovarsi a Modena mentre Reggio Emilia veniva bombardata, nell’ultima guerra, che lui era a Modena, mentre Reggio Emilia veniva bombardata, nell’ultima guerra.

Ecco, mi vien da pensare che anch’io, come il signor cloridrato, preferisco la Richter alla RAF.

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lunedì 4 giugno 2012

skoj terremoto

[Son sicuro che Bicio non se la prende se pubblico la sua mail che mi è arrivata ieri a mezzanotte e un po’, dopo che per cause di forza maggiore non abbiamo completato il nostro piano per dormire in casa. Bicio, che suona il contrabbasso, e che adesso è in Austria per lavoro, ci ha fatto uno dei regali più belli del mondo: la musica. Grazie Bicio.]

Ciao Cate e Marco,
non ve lo riesco a dire quello che vi vorrei dire. Vi sono distante e fossi vicino non mi sentirei vicino abbastanza. Vorrei essere strutturista per venirvi a dire dormite tranquilli, a voi, alle vostre famiglie ai vostri concittadini. Vorrei avere coperte e spese da consegnare. Vorrei dispensare abbracci a tutti gli angoli. E invece non trovo nemmeno le parole per chiedere come state.

Però che non potete leggere perché non c’è la musica m’ha dato l’idea di cosa state provando. Amici scusate, anche se sono qua al sicuro, quelli che ho a disposizione non sono dei gran mezzi, ma i mazzi si fanno con i fiori che si hanno.

E che questo periodo passi in fretta.
Lì voi resistete
perchè siete buoni
. *

Ci vediamo presto amici, e l’unica cosa che tremerà sarà il cotone dei nostri orli delle mutande.
Bicio.

skoj terremoto
(Bisogna alzare molto il volume e mettere l’orecchio vicino alle casse, ma poi si sente, la voce di Gianluca, il contrabbasso, suonato dalle dita di Bicio, l’uomo più bello del mondo.)

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domenica 3 giugno 2012

Ricapitolando

Allora, oggi è un buon giorno per ricapitolare un po’ di cose, un po’ alla rinfusa e a mio esclusivo uso e consumo, probabilmente, ma da qualche parte uno si deve pur sfogare, penso. Scusate.

Quindi:

  • martedì 29 maggio ero nell’epicentro epicentrissimo del terremoto, a lavorare, sono scappato fuori dall’ufficio e mi son trovato davanti agli occhi i feriti, il fumo, la polvere, i muri che si staccavano, le sirene, le lacrime e la paura, le linee telefoniche in tilt, l’ansia di sapere come stava la mia famiglia e l’ansia per la loro ansia di sapermi nel centro esatto della catastrofe senza riuscire a contattarmi, ma in una finestrella di qualche decina di secondi, con le linee telefoniche ancora giù, sono riuscito a twittare una cosa e mia mamma l’ha letta su facebook e mi ha detto che l’ha salvata e la tiene in una cartella del computer per sempre. Poi ci siamo riusciti, a parlare al telefono, dopo un’ora, e non vi so neanche spiegare la sensazione di sollievo. Qualche ora dopo ho scoperto che a cento metri da dove mi trovavo sono morte delle persone, e qui la sensazione era di disperazione, e lo è ancora, ma anche questa cosa non so mica bene come spiegarla. Poi sono tornato nel mio natio borgo selvaggio, ancora abbastanza su di giri, la sera, dopo altre due scosse che avevano avuto epicentro proprio lì, e lì ho visto i miei genitori impauriti e i nonni che sono rimasti senza casa. Quando ho fatto un giro in centro, mi son trovato davanti alla prova tangibile della fine delle cose costruite dall’uomo, e nello specifico erano le cose costruite dall’uomo sotto le quali ho vissuto, giocato, amato, parlato, gridato e pure fatto a botte, delle volte, per almeno venticinque anni della mia esistenza. La sera abbiamo dormito lì a Novi di Modena, tra un camper e un furgone. È stato bello, dormire.
  • mercoledì 30 maggio ci siamo svegliati e siamo tornati a casa nostra, a Carpi, a portare i generi di conforto al suocero rimasto in casa, a vedere un po’ come stavano gli amici accampati in qualche parco e a fare un po’ di spesa per chi ce lo chiedeva. Casa nostra era transennata, la paura per gli sciacalli serpeggiava dappertutto. La sera abbiamo dormito ancora a Novi di Modena, tra un camper e un furgone. È stato bello, ancora, dormire.
  • giovedì 31 maggio siamo tornati a Carpi e siamo saliti in casa, abbiamo fatto delle docce, abbiamo dato da mangiare e da bere alla gatta che era rimasta lì da martedì, siamo andati a trovare il suocero e poi, col resto della famiglia, siamo andati a Castelnuovo Sotto, nel reggiano, lontano dal casino, per il battesimo della mia prima cugina. Era strano entrare in chiesa, e si vedeva che noi terremotati stavamo tutti ai lati delle panche, tesi e preoccupati, guardando in alto, ispezionando le crepe, ché da noi le chiese sono una cosa che non ci sono più. Alla fine però è stato rilassante, per una volta, allontanarci un po’ dalle scossette di assestamento. La sera siamo tornati, di nuovo, a Novi di Modena, tra un camper e un furgone. È stato bello, di nuovo, dormire.
  • venerdì 1 giugno ci siamo svegliati e siamo rientrati in casa dei miei nonni, abbiamo preso il più velocemente possibile le loro cose e abbiamo trasferito, come si dice, baracca e burattini a casa dei miei genitori, con la speranza, appena la situazione si calmerà un po’, di riparare il tetto e le crepe e tutto il resto. Poi siamo tornati a Carpi, in casa nostra, a lavarci e vestirci e bere una birra con Leonardo che era lì dal mattino a far la ronda anti-sciacallaggio sotto casa nostra. Che qualche dio lo benedica, Leonardo. La sera, ci abbiamo pensato un po’, non sapevamo cosa fare, poi abbiamo deciso di dormire ancora una volta a Novi di Modena, tra un camper e un furgone. È stato bello, ancora una volta, dormire.
  • sabato 2 giugno è stata una giornata un po’ strana, devo dire, col matrimonio dei miei zii nel reggiano, un rito cattolico lunghissimo e un rito ortodosso altrettanto lungo, la cena infinita, i reggiani spensierati e poco o niente preoccupati della situazione nostra e le lucciole che luccicavano nei campi, di notte, mentre tornavamo a casa. Però siamo tornati tardi, e allora abbiamo dormito a Novi di Modena, tra un camper e un furgone. È stato bello, sì, dormire, ma ci siamo un po’ rotti i maroni di dormire tra un furgone e un camper visto che casa nostra è poi a posto, anche se ci si arriva ancora presentando la carta d’identità al guardiano volontario che presidia l’inizio della via.
  • oggi, che è domenica 3 giugno, abbiamo festeggiato l’ottantesimo compleanno della sorella di mio nonno sotto a un gazebo, e mia nonna, mentre mio nonno era in giro in bici, ha fatto tre torte con le noci e il cioccolato.

Allora adesso eccoci qui, in casa nostra, a Carpi, in quella che chiamano ancora la zona rossa. Adesso proviamo a vivere e dormire al terzo piano di un centro storico in una città fantasma, che ci vuole del coraggio, ma bisogna che ce lo facciamo venire, il coraggio. Domani, la mia bella signora, che in questi giorni è stata il mio muro portante, torna a lavorare; io, che non so ancora quando e se ci tornerò, a lavorare, proverò a vedere dove c’è bisogno di qualcosa e a dare una mano dove serve, a Novi o a Carpi, ancora non so.

Chissà come sarà, stanotte, dormire. E se qualcosa va storto, sapete cosa fare.

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giovedì 31 maggio 2012

È un periodo

È un periodo, questo qui, con le strade vuote, le case vuote, senza un suono, le transenne, le attese senza senso, nel silenzio, è un periodo che non c’è la musica.
È un periodo, questo qui, che anche leggere è fatica.

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lunedì 21 maggio 2012

Aspettare la morte stanca (audio)

Una cosa che avevo letto a voce alta dentro al Museo Monumento al Deportato di Carpi, e che poi è finita in un libro che si chiama E far l’amore anche se il mondo muore. Ecco, quella cosa lì, oggi che sono a casa perché l’ufficio dove lavoro a Mirandola è inagibile per via del terremoto, ho provato a registrarla:

Aspettare la morte stanca

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venerdì 11 maggio 2012

Dei discorsi

Allora, sul sito di Rai Edu, qui, dicono che han messo online il filmato del discorso Un nome nuovo per l’Imperatrice (contro la minaccia del self-publishing)quello che avevo fatto un paio di settimane fa all’Università di Tor Vergata per LibrInnovando 2012, solo che non si vede, il filmato. Allora se volete risentirlo, il discorso, ampliato e intersecato da un reading di barabbisti, potete venire domenica 13 maggio alle 16:00 nella saletta Book To The Future del Salone Internazionale del Libro di Torino. Se avete tempo e voglia. Se non ce li avete, tempo e voglia, buon weekend.

(UPDATE: adesso si vede, il video su Rai Edu, sempre qui, dal minuto 55 e qualcosa fino alla fine.)

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venerdì 20 aprile 2012

Delle interviste

Dove parlo di Barabba, Barabba Edizioni e barabbate varie.

  • La prima è in tre parti su Starbooks Coffee, qui: uno, due e tre.
  • La seconda è su Ledita.it, qui.
  • La terza è su Critica Letteraria, qui.

Dico poi anche delle cose come «Noi con gli ebook collettivi abbiamo sempre chiesto in rete: cosa ne dite se facciamo un libro così e cosà? Per ora ci han sempre dato delle risposte che vanno dal “bella idea” al “fuckyeah”. Se in futuro avremo qualche altra idea e ci diranno invece “che idea di merda”, allora vedremo» o «La nostra forza, non lo so, forse è che siamo delle brave persone, tutto sommato» o «Potevo rispondere anche solo: non lo so.» che, insomma, bisognerebbe vergognarsi.

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mercoledì 18 aprile 2012

Poesia della Szymborska

L’ha scritta eio.
L’ho letta a voce alta sul collettivovoci, qui.
Si dice più o meno scimbòrsca, con la i e la erre appena accennate.
Mi scuso per la pronuncia.

giovedì 8 marzo 2012

(ciao mondo)

Ogni tanto ho questa mania un po’ antica di aprire dei blog.
Poi magari ci scrivo qualcosa, più avanti.

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/