sabato 30 maggio 2020

Pessoa (2)

E in un libro che si chiama Il poeta è un fingitore, del 1988, con duecento citazioni di Fernando António Nogueira Pessoa scelte da Antonio Tabucchi, all’anagrafe Antonino Tabucchi, l’autore, Fernando António Nogueira Pessoa, rivolgendosi a sé stesso, ma anche al lettore, cioè a te (sì, proprio tu), dice:

Sei solo. Non lo sa nessuno. Taci e fingi.

giovedì 28 maggio 2020

Pessoa

E in un libro che si chiama Il libro dell’inquietudine, del 1982, Fernando António Nogueira Pessoa dice che così come laviamo il nostro corpo dovremmo lavare il destino, cambiare vita come cambiamo biancheria: non per provvedere al sostentamento della nostra vita, come col cibo e col sonno, ma per quell’estraneo rispetto per noi stessi che giustamente si chiama pulizia.

mercoledì 27 maggio 2020

E poi

Oggi, non so neanche bene il perché, ho cambiato il nome del blog, che adesso si chiama Eri così carino. Non so se dura.

Dei ricordi (13)

Il 27 maggio del 2019, il giorno dopo le elezioni, scrivevo una cosa intitolata “buongiornissimo” e che diceva:

sul muro del vecchio Ekidna di Migliarina c’era scritto «L’UNICA POLITICA SI CHIAMA ROCK’N’ROLL». Direi che sia tutto quello che ci è rimasto.

lunedì 25 maggio 2020

È un periodo

È un periodo che è come quando muore il telefono, o il computer, e devi reinstallare tutte le app, rimettere tutte le password, e hai perso i preferiti e, insomma, così.

venerdì 22 maggio 2020

Nonostante il bar

Nonostante il bar, che è aperto, e che di solito mi aiuta a pensare e a scrivere, e ci sono anche andato a bere una birra, una sera, ma soprattutto a fare colazione, che era la cosa che mi mancava di più, sono dei giorni che non scrivo niente.
Forse è anche un po’ colpa del fatto che ho letto un libro che si chiama Salinger, del 2010, di Kenneth Slawenski. E per colpa di questo libro, ho cominciato a rileggere tutti quelli di J. D. Salinger in ordine cronologico, ma con degli occhi diversi, e non ho cominciato da un libro che si chiama Il giovane Holden, perché l’avevo già riletto un paio d’anni fa nella nuova traduzione di Matteo Colombo, ma ho cominciato da un libro che si chiama Nove racconti, tradotto da Carlo Fruttero. E, non lo so, ma leggere i racconti di J. D. Salinger, che scriveva cosi bene, tradotti da Carlo Fruttero, che li traduceva così bene, è una cosa che quando mi metto lì a provare a scrivere, io, no, a un certo punto penso automaticamente: cosa scrivo a fare. O forse, invece, è perché mi mancano la A e la N sulla tastiera. E un po’ faccio fatica.
Una delle due.

lunedì 18 maggio 2020

sabato 16 maggio 2020

Ieri, invece

Ieri, invece, c’era del fermento, una specie di riunione generale tra i baristi e i camerieri per decidere il come, il quando e il perché. Noi passavamo di lì, di ritorno dal parchetto, li abbiamo salutati da lontano.
«Stiamo solo aspettando il vostro “via!”» gli abbiamo urlato.
«Manca poco,» ci hanno risposto.
Ridevamo tutti.
Manca poco, perdinci.

venerdì 15 maggio 2020

Ogni tanto

Ogni tanto, tipo un paio di volte l’anno, la prima volta di quest’anno è stata ieri sera, càpita che mi arrivino dei manoscritti da valutare, o delle richieste per delle recensioni o delle interviste, anche se io di manoscritti non ne ho mai valutati né pubblicati, recensioni non ne ho realmente mai fatte, figuriamoci delle interviste.
Non so mica come prenderla. Però non rispondo mai, che mi sento un ladro.

mercoledì 13 maggio 2020

Oggi

Oggi sono andato in libreria. Sono stato bravo: li avevo contattati qualche giorno fa per farmi tenere da parte tre libri, all’ingresso ho messo su la mascherina, mi sono igienizzato ben bene le mani sulla porta e così via. Dentro c’era una signora che stava pagando, dietro di lei, a debita distanza, un’altra persona in fila, quindi nell’attesa mi sono messo a girare tra gli scaffali, senza toccare niente, e intanto guardavo le copertine esposte, i titoli sulle coste, mi appuntavo mentalmente le cose che avrei potuto comprare la prossima volta. Sembrava di essere in paradiso.

lunedì 11 maggio 2020

Doctorow (2)

E in un libro che si chiama L’uomo che vendette la luna, del 2014, di Cory Efram Doctorow, a un certo punto, dopo una notte di follie, mentre il sole sta ormai salendo, uno dei personaggi dice che non pensa che la felicità sia una cosa che si è destinati ad avere, ma è una cosa che si è destinati a desiderare.

lunedì 4 maggio 2020

Nori (e Lacan)

E in un libro che si chiama Manuale pratico di giornalismo disinformatodel 2015, Paolo Nori dice che Jacques Lacan era uno che aveva modificato la psicanalisi, o la psicologia, nel senso che il matto, dopo il lavoro di Lacan, non era più quello che si metteva lo scolapasta in testa ed era convinto di essere Napoleone, il matto era Napoleone che era convinto di essere Napoleone.

Oggi, comunque

Il bar è ancora chiuso.

domenica 3 maggio 2020

FAQ

Domani è il 4 maggio, posso uscire?
Sì, ma pensa sempre che tu, proprio tu, potresti essere in quella fase in cui sei infetto ma non lo sai, e quindi devi fare in modo di non contagiare nessuno.

venerdì 1 maggio 2020

L’Emilia-Romagna, spiegata bene (il Primo maggio)

I cappelletti, in Emilia, li mangiamo nei giorni di festa. Magari adesso li mangiamo anche nei feriali, soprattutto quando in casa hai ancora una nonna che fa una sfoglia da venticinque uova e per finire tutti i cappelletti che ne vengon fuori ci metti qualche mese, ma comunque, una volta, quando c’era la povertà, i cappelletti li mangiavano solo nei giorni di festa, cioè per Natale, per esempio, ma anche il Primo maggio.
Nel ventennio il fascismo lo aveva abolito, il Primo maggio, e qui, in Emilia, come raccontava sempre mio nonno Corrado, giravano delle squadre che all’ora di pranzo irrompevano nelle case per vedere se qualcuno stava mangiando i cappelletti. Quando trovavano una famiglia che li mangiava, i fascisti sbaraccavano la tavola e poi picchiavano e bastonavano i malcapitati.
Gli emiliani antifascisti, durante il fascismo, il Primo maggio si erano abituati a mangiare i cappelletti di nascosto.

Hobsbawm

E in un saggio intitolato Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, del 1990, dentro a un libro che si chiama Gente non comunedel 1998 o del 2000, Eric John Ernest Hobsbawm dice che i socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l’espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e che simili analogie diventarono correnti in campo internazionale dalla seconda metà degli anni Novanta. E dice che è facile capirne il motivo. E che la somiglianza del nuovo movimento socialista con un movimento religioso e perfino, nei primi anni eroici della Festa del lavoro, con un movimento di rinascita religiosa a tinte messianiche, era evidente. E per certi versi, uguale era la somiglianza dei leader, attivisti e propagandisti di quel movimento con una gerarchia ecclesiastica, o almeno con un ordine missionario. E poi dice anche di possedere uno straordinario volantino del 1898 proveniente da Charleroi, in Belgio, riproducente quella che può essere definita una predica da Primo maggio; nessun’altra etichetta sarebbe adeguata. Fu stilato dai, o a nome dei, dieci deputati e senatori del Parti Ouvrier Belge – atei dal primo all’ultimo, senza dubbio – sotto il duplice motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi (Karl Marx)» e «amatevi gli uni con gli altri (Gesù)». Qualche citazione dà un’idea del contenuto:

Ciao mondo

Questo è un blog di backup. È comunque tutto qui: https://marcomanicardi.altervista.org/