E in un’intervista con Larry McCaffery, del 1993, sempre dentro a un libro che si chiama Un antidoto contro la solitudine, del 2012, a cura di Stephen J. Burn, David Foster Wallace dice che l’ironia e il cinismo erano esattamente la reazione che ci voleva all’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. E che è questo che rende i primi scrittori postmoderni dei grandissimi artisti. E che il grosso merito dell’ironia è che spacca le cose a metà e va a guardarle dall’alto, così da rivelarne i difetti, le ipocrisie e le duplicità.
E dopo dice che l’ironia e il cinismo postmoderni sono poi diventati fini a se stessi, sono diventati la misura della sofisticatezza e della spregiudicatezza letteraria. E che pochi artisti osano parlare dei modi in cui si possa tentare di porre rimedio a quello che non va, perché a tutti i cultori dell’ironia blasé sembrerebbero sentimentali e ingenui.
E poi dice che l’ironia si è trasformata da uno strumento di liberazione in uno strumento di schiavitù. E che in un bellissimo saggio che aveva letto da qualche parte c’era una frase in cui si diceva che l’ironia è il canto del prigioniero che è arrivato ad amare la sua cella.
venerdì 10 gennaio 2020
Wallace (5)
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