E in un libro che si chiama La guerra del Peloponneso, del 400 e qualcosa avanti Cristo, Tucidide, figlio di Oloro, del demo di Alimunte, parlando dell’epidemia di peste scoppiata ad Atene nel secondo anno di guerra contro Sparta, dice che quelli che per paura evitavano i contatti morivano in solitudine (e molte famiglie furono spazzate via perché nessuno volle far loro da infermiere), e che quelli che non li evitavano vi rimettevano la vita: specie coloro che tenevano a mostrare una certa nobiltà di sentimenti. I quali spronati dal senso dell’onore arrischiavano la propria esistenza visitando gli amici; mentre invece perfino i familiari, alla fine, oppressi ed esauriti dall’orrore del male, arrivavano a trascurare persino le lamentazioni sui propri morti. A ogni modo, maggiore pietà di questi familiari mostravano, verso chi moriva e chi lottava col male, coloro che ne erano scampati, per l’esperienza fatta, e perché ormai si sentivano al sicuro. Giacché il male non tornava la seconda volta: o almeno non tornava con esito letale. Gli altri li consideravano felici: ed essi stessi nell’esaltazione del momento si abbandonavano senza riflettere alla vaga speranza che anche per l’avvenire nessun’altra malattia se li sarebbe mai più portati via.
venerdì 16 aprile 2021
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