Nick era in solaio, seduto per terra a gambe incrociate che componeva musica senza strumenti, tirava delle righe da pentagramma su un foglio bianco e ci metteva sopra le note, circondato da casse, bauli, vecchi giocattoli e soprattutto polvere e ragnatele. Quando ero sbucato col busto dal pavimento, ancora in piedi sulla scaletta, lui si era girato come a voler dire “Vaccaboia, un altro rompimaroni”. Ma poi mi aveva visto, aveva sorriso e mi aveva detto: «Ah, sei tu. Ciao.»
«Ciao Nick, hai mica visto il mio ukulele?» gli avevo chiesto.
«No,» aveva risposto, «c’è solo questo qui.»
E mi aveva allungato una balalaika con tre corde arrugginite.
«Vabbè, fa lo stesso,» gli avevo detto, «grazie Nick, alla prossima.»
Ed ero sceso dalla scaletta chiudendomi la botola del solaio alle spalle. Chissà se Nick lo sapeva che queste scale rientranti da solaio le avevano inventate a Novi di Modena, dove ero nato io, pensavo.
Nick era Nick Cave.
Poi mi sono svegliato.
giovedì 8 aprile 2021
Nick
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