Degli altri giorni, invece, come ieri, quando devo andare da dei clienti lontanissimi, in posti irraggiungibili in giornata col treno, e quindi prendo la macchina, quattro ore per andare, qualche ora a lavorare, quattro ore per tornare, quasi tutte in autostrada a guardarmi intorno, o negli specchietti retrovisori, freccia a sinistra, superare un camion, rientrare, freccia a sinistra, superare un camion che supera un camion, rientrare, una tappa in autogrill per pisciare, ripartire subito, magari un caffè ma veloce, cambiare autostrada due o tre volte, freccia a destra, svincolo, freccia a sinistra, raccordo, sempre da solo, quei giorni lì metto quattro o cinque dischi nell’autoradio e li ascolto due o tre volte, ogni tanto canto, o mi accorgo di cantare, se me ne accorgo, mentre guardo il navigatore sempre più spesso per vedere quanto manca, e non parlo con nessuno, e non dico niente, mai, a parte quando canto, e non penso a niente, la testa vuota, per chilometri, per ore, fino a quando ritiro la Viacard dalla macchinetta dell’ultimo casello, che c’è già buio e sembra notte, la sbarra si alza e una voce di signorina registrata mi dice «Arrivederci!» e lì mi fermo un secondo, col motore acceso, il finestrino abbassato, e le rispondo anch’io, «Arrivederci,» cortesemente, e la ringrazio molto, perché mi ha scaldato il cuore.
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Ciao mondo
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